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Worship (USA) - Tunnels
05/11/2020
( 333 letture )
I Worship ritornano dopo cinque anni pronti a rincarare la dose, impazienti di dare in pasto il nuovo album al loro seguito e a chiunque sia affamato della sofferenza fatta musica. Da non confondere con i loro omonimi che avevano contribuito all’affermarsi del funeral doom alla fine degli anni ’90, sconvolgendo gli adepti con il rilascio dell’epocale Last Tape Before Doomsday: la band della Baviera annoverava in line up solo due elementi, sebbene speciali e dai nickname significativi, come Daniel Pharos "The Doomonger", ma soprattutto Max Varnier "Fucked-Up Mad Max". La band della California, invece, ha una formazione costituita da quattro componenti, anche se la composizione viene partorita dalle menti di Andrew Cannon e Joshua Espinoza e si discosta leggermente dai loro omonimi pur mantenendosi all’interno dello stesso genere, proponendo uno stile sempre impegnativo e carico emotivamente, ma meno ostico del funeral doom. Una formula composta principalmente da doom e sludge, ma con l’aggiunta di molti elementi moderni e post metal.

Ci avevano lasciato a distanza di un lustro con il loro ultimo album All Too Human, che aveva dato prova delle capacità mostrate dai californiani, oltre a lasciare l’ascoltatore con un senso di vuoto interiore il quale è sempre un buon segno quando si tratta di release doom. Il lavoro è composto da sei tracce per la durata totale di circa mezz’ora, ma come spesso accade in questo genere è un arco di tempo che basterà e avanzerà.
Difatti basta ascoltare già i primi secondi di Serpents per capire che i Worship riprendono il discorso dove lo avevano terminato cinque anni fa, riportando tutto quello che avevamo già sentito in questo Tunnels, ed il titolo è abbastanza azzeccato visto che sarà una discesa lungo un tunnel di malinconia e sofferenza. Un drumming quadrato e sostenuto duella con le urla di Andrew Cannon alimentando il clima grezzo del brano, che nella seconda parte vede l’inserimento di riff profondi e cadenzati. Ascoltando Searching For Light ci si accorge subito come il black metal tout court sia una parte preponderante della loro composizione, sia quello moderno ma anche quello old school di provenienza scandinava. Alternando lo scream ai break strumentali, risultano quasi più efficaci quest’ultimi, nei momenti dove si dà spazio esclusivamente alla sezione strumentale sembrano rimanere molto più impressi, specialmente durante gli accenti hardcore. Verso la fine veniamo investiti da una tempesta norvegese, che risale direttamente dalla seconda ondata degli anni novanta, con riff sulfurei e batteria forsennata. In Paralyze il quartetto californiano non si limita al black metal, ma si prosegue nella sperimentazione spostandosi in ritmiche e pattern articolati, dallo stampo quasi avantgarde, ma prendete quest’ultima definizione davvero molto con le pinze. Il primo minuto di sfuriate lascia spazio ad un breve rallentamento doom, per poi riprendere con un ritmo sostenuto, fino ad un’accellerazione di batteria con qualche accenno di blast beat. Nella seconda fase interviene l’altra faccia della canzone, dove la sperimentazione emerge partendo dalla sei corde, e anche nei momenti più aggressivi ora c’è maggior attenzione verso il groove, comportando martellamenti di batteria marziali e compatti. La titletrack si presenta nel migliore dei modi, alternando rallentamenti opprimenti a brevi passaggi di tom e rullante, con riff lenti ma ossessivi, ripercorrendo così gran parte degli stilemi doom. Dopo l’inizio dall’aria solenne si prosegue con l’inserimento della voce, la ritmica diventa marziale e sostenuta dagli accenti di batteria sul charleston, fino a fermarsi di colpo lasciando solo qualche suono di chitarra palesarsi timidamente durante l’intermezzo. La ripresa del tema precedente ci accompagna fino alla conclusione. The Cave conclude l’album ed è la traccia più lunga, composta da otto minuti e mezzo, che rimanda molto ad alcune composizioni dei Neurosis. I primi due minuti il riverbero ossessivo ci introduce all’inquietante scenario del brano, che parafrasando il titolo dà l’impressione di trovarci fin da subito all’ingresso di una grotta. Dopodichè fanno timidamente capolino i riff di chitarra, inizialmente in modo impercettibile ma guadagnando leggermente volume nel giro di qualche secondo, anche se rimangono sempre sotto l’opprimente linea di basso. Dopo i cinque minuti si stagliano improvvisamente le urla del vocalist, interrompendo la calma solenne e fino a quel momento imperturbabile che avvolgeva la canzone, mentre verso la fine l’atmosfera dissonante ci accompagna all’uscita. Se l’idea era quella di una metafora, volendo rendere palpabile la sensazione di un viaggio all’interno di una caverna, è stata resa perfettamente, con un tono magniloquente e claustrofobico allo stesso tempo.

I Worship portano a casa un buon risultato, sebbene l’impressione sia di trovarsi di fronte ad un buon album, ma nulla di particolarmente eclatante. Basandosi su quello che si è sentito, i nostri riescono a inserire tutti gli elementi chiave di una release doom, la sensazione opprimente, l’aggressività e la violenza di stampo black, momenti introspettivi con rallentamenti pesanti e anche accenni di sperimentazione. La durata di mezz’ora permette all’album di farsi ascoltare senza grossi problemi, forse anche per gli ascoltatori che non sono avezzi al genere, arrivando alla fine senza sentirsi provati o con un vuoto interiore. C’è anche da dire che non si punta molto sull’atmosfera, bensì ci sono momenti in cui la sostanza e la violenza dominano la composizione, dando alla sofferenza e al dolore una raffigurazione corporea oltre che spirituale. Tuttavia ci sono da segnalare alcune pecche che penalizzano la valutazione complessiva del lavoro. Le pause a volte sono davvero brevi, non permettendo quindi di assaporare appieno la distensione della suspence ed il senso di spaesamento e desolazione che ne dovrebbe scaturire. Oltre a questo, a volte gli stravolgimenti di tempo sono efficaci e lasciano il segno nell’ascoltatore, ma altre volte sembrano messi giù in modo frettoloso e non si avverte veramente un cambiamento nel climax del brano, che passa così sottotraccia. Di per sè non si tratta di difetti gravi, ma se sommati lungo tutta la durata dell’ascolto assumono un peso abbastanza consistente, poichè alla lunga si sente la mancanza di spessore al termine della traccia, venendo così a mancare quella profondità che un album doom dovrebbe avere.
In conclusione, i Worship consegnano quindi un lavoro che non deluderà certo le attese dei fan, ma che farà fatica ad imporsi tra le release del genere più memorabili degli ultimi anni, nonostante ciò Tunnels rimane un lavoro più che valido e in grado di farsi ascoltare più volte, soprattutto dagli adepti della band.



VOTO RECENSORE
69
VOTO LETTORI
59.5 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2020
Autoprodotto
Doom/Sludge
Tracklist
1. Serpents
2. Paralyze
3. Tunnels
4. Without
5. Searching For Light
6. The Cave
Line Up
Andrew Cannon (Voce)
Joshua Espinoza (Chitarra)
Richard (Basso)
Kyle Snider (Batteria)
 
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