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Pallbearer - Forgotten Days
19/11/2020
( 689 letture )
Dopo la pubblicazione nel 2017 di Heartless, album che segnava un notevole arricchimento stilistico in casa Pallbearer, si avvertiva una fervente e trepidante curiosità tra i fan, desiderosi di scoprire la direzione musicale che avrebbe intrapreso il quarto nato, Forgotten Days, all’annuncio della release in questo 2020. Il precedente capitolo aveva sgrezzato il doom viscerale dei primi due album, per proporre un sound più raffinato, sempre cupo e distorto ma più introspettivo, dove il doom degli esordi si tingeva di progressive con qualche leggiadra pennellata di psichedelia. Il nuovo arrivato ad un primo ascolto sembrerebbe rappresentare un parziale ritorno alle origini, senza però abbandonare interamente le orme dell’album precedente, e si evince quindi come ancora una volta i Pallbearer abbiano deciso di mischiare le carte. D’altronde una band talentuosa e tumultuosa come il quartetto dell’Arkansas difficilmente si sarebbe seduta sugli allori una volta ottenuto un comprovato e meritato posto al sole assieme ai big del genere, complice quell’innata voglia di sperimentare e accrescere la proposta musicale. Premettiamo che gli estimatori di lunga data non devono temere chissà quali ribaltoni, visto che il doom rimane il genere primigenio ed è preponderante nell’insieme, ma rispetto ad Heartless si nota pure un alleggerimento dei suoni ed una semplificazione strutturale di alcuni pezzi, complice anche il minutaggio più ridotto di alcune canzoni rispetto ai componimenti più estesi di Heartless. I testi affrontano tutte le sfaccettature del dolore causato dalla perdita o dell’abbandono delle persone amate e trovano un forte riscontro visivo nei colori lividi della copertina, dipinta da Michael Lierly, fratello del batterista Marc Lierly.

La musica, come premesso, tende a muoversi su due fronti. Così la title track, nonché incipit dell’album con i suoi riffs schiaccia ossa e un’aura maligna sembra provenire direttamente dai Black Sabbath degli anni settanta, con un Brett Campbell in piena forma che si diletta ad emulare con successo sua maestà Ozzy. Ma già Riverbed vira verso quei territori di confine con la psichedelica che tanto hanno dato ai Trouble in termini di complessità e spessore. Il break centrale dove la voce filtrata da echi e riverberi non ha quasi accompagnamento strumentale, ci riporta agli anni sessanta, così come il canto corale sul finire del pezzo. Pure Stasis, più veloce e nervosa, sembra ricalcare le orme del brano precedente, ma questa volta sono i synth nel finale a conferire un twist ad un brano semplice e fino ad allora prevedibile, lontano dai canoni musicali solitamente proposti dalla band dell’Arkansas. Proprio quando ci si incomincia a chiedere se i Pallbearer abbiano forse fatto il passo più lungo della gamba ecco che irrompe Silver Wings con i suoi dodici minuti di lunghezza a far emettere un sospiro di sollievo a chi magari stava trattenendo il fiato, sbigottito. La canzone è un primo highlight del disco, e personalmente lo reputo un pezzo di una tale livello da impreziosire qualsiasi album a prescindere. Come per molti dei componimenti di Heartless, i Pallbearer si prendono i loro tempi, dilatandoli in un incedere sinuoso dove riff epici e lunghi assoli accompagnano una prestazione maiuscola di Campbell. La sezione ritmica non può che godere di questo brano di più ampio respiro, passando elegantemente da tempi più veloci a momenti di esasperata lentezza in odore di funeral doom. The Quicksand of Existing è un altro brano corto che fa dell’immediatezza la sua arma, ma che non lascia particolarmente il segno. Al contrario Vengeance & Ruination si apprezza in aperto contrasto con la successiva Rite of passage. La prima cupa e sofferta, quasi soffocante nel titolo come nelle note, la seconda più ariosa e concreta, con un refrain memorabile dove l’autore afferma come una parte di sé muoia con la dipartita della persona amata, ma che questo sia un rito di passaggio obbligato per poter accettare la perdita:

This rite of passage
It took all of these years, but now I finally know
One question to ask of you
Did part of me die while watching you go?


E se un album come Forgotten Days coraggiosamente adotta scelte stilistiche in contrasto tra loro, allora non poteva certo deludere nel finale: Caledonia. Il commiato dei Pallbearer a Forgotten Days rappresenta forse la canzone più diretta ed immediata scritta dal quartetto americano, il climax ideale di un album più urgente e asciutto. Il brano è caratterizzato da una struttura scarna dove si alternano i riffs del ritornello agli arpeggi leggeri delle strofe, momenti meno saturi che hanno lo scopo perfettamente raggiunto di mettere in risalto le capacità interpretative di Campbell, vero mattatore e valore aggiunto di tutto l’album.

Forgotten Days è un giano bifronte, e quest’affermazione trova il suo riscontro nel fatto che Campbell e Rowland si siano alternati nelle composizioni dei brani. Da una parte c’è la chiara volontà di Campbell di recuperare e rinverdire la musicalità degli esordi, ma dall’altra, complice anche la produzione di Randall Dunn, più pulita e nitida, c’è il desiderio intrinsecamente espresso da Rowland di affrancarsi dalle soluzioni del passato a dalle strutture complesse di Heartless per poter comporre brani dichiaratamente più diretti, anche in un’ottica live. L’impressione, ascoltando Forgotten Days, è che queste due anime, questi due volti non abbiano sempre trovato l’intesa e che a volte la musica proposta sia discordante nell’insieme dell’album, anche se ne trae beneficio la varietà. Rimangono tuttavia alcuni brani di una caratura superiore che emergono trionfalmente in questa dicotomia, e non dimentichiamo in ottica futura che spesso e volentieri sono proprio i contrasti stilistici e culturali ad innescare le forze creative e propulsive di una band. I Pallbearer sono e rimangono musicisti e compositori di razza e, con Khemmis, Spirit Adrift, Yob e compagnia bella, rappresentano senz’ombra di dubbio la rinascita del doom a stelle e strisce nonché il "roseo" futuro dello stesso.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
82.24 su 29 voti [ VOTA]
Todbringer83
Martedì 8 Dicembre 2020, 1.05.08
4
L'ho ascoltato un paio di volte per cercare di scorgere qualche particolare da poterne giustificare il clamore, ma mi ha trasmesso davvero poco. La sofferenza dell'album sta nel portare a termine l'ascolto per intero. L'ultimo Bell Witch in collaborazione con gli Aerial Ruin spazza via sto disco in pochi secondi. Opinione personale ovviamente.
L.p. Gruto
Venerdì 20 Novembre 2020, 14.06.02
3
Disco ottimo, tra i mi preferiti del 2020
LORIN
Venerdì 20 Novembre 2020, 10.58.23
2
disco eccezionale
duke
Venerdì 20 Novembre 2020, 10.42.29
1
...bel disco….insieme ai khemmis il meglio del doom della nuova generazione….
INFORMAZIONI
2020
Nuclear Blast
Doom
Tracklist
1. Forgotten Days
2. Riverbed
3. Stasis
4. Silver Wings
5. The Quicksand of Existing
6. Vengeance & Ruination
7. Rite of Passage
8. Caledonia
Line Up
Brett Campbell (Voce, Chitarra)
Devin Holt (Chitarra)
Joseph D. Rowland (Basso)
Mark Lierly (Batteria)
 
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