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Tallah - Matriphagy
19/11/2020
( 406 letture )
Philadelphia, 2018. Max Portnoy (si, il figlio di Mike, ex dei Dream Theater) contatta il cantante Justin Bonitz, famoso per il video del suo canale Youtube “How To Scream (10 More Techniques)”, chiedendogli di entrare nella sua nuova band. Nello stesso anno vede così la luce il primo lavoro No One Should Read This, un EP di cinque tracce che vale all’appena nato ensemble consensi positivi sia di pubblico che di critica, tra cui spicca il Modern Drummer Award vinto dal batterista figlio d’arte nel 2019. Dopo una serie di esplosivi concerti in cui non sono mancate le polemiche (il singer arrestato per aver fornito false generalità ad un agente a seguito di una rissa con un addetto alla security) e una cerchia di fan sempre crescente, i ragazzi hanno firmato con l’iconica Earache Records e con il produttore Josh Shroeder si sono messi al lavoro per dare alle stampe il loro disco di debutto.
Matriphagy è un concept album partorito dalla mente del frontman narrante la raccapricciante storia di Tallah, una donna paralizzata costretta a vivere sulla sedia a rotelle dopo una caduta dalle scale che le ha spezzato la spina dorsale. Costei, iperprotettiva e con evidenti problemi mentali, ha imprigionato suo figlio, obbligato a soddisfare ogni sua richiesta e vittima dei continui abusi mentali e fisici del genitore. Essendo rinchiuso in casa senza aver praticamente mai visto il mondo esterno e con il supporto del solo Labefu, un malvagio coniglio di peluche forse neanche reale (molto Donnie Darko..), Kungan scivola lentamente in una spirale di follia e alla fine riesce a liberarsi della tirannia della madre uccidendola e cibandosi delle sue carni, da cui il titolo del full-length.
Un progetto così deviato fa tornare alla mente i vecchi fantasmi insiti negli psicodrammi dei primi Korn quali Daddy e ancor di più Kill You, dove Jonathan Davis sognava di violentare la sua matrigna per poi ucciderla, o ancora il complesso di Edipo che emerge nello spoken word del bridge di Down With The Sickness dei Disturbed. Questi esempi non sono fatti a caso poiché il genere dei Tallah è ascrivibile proprio alla corrente nu metal, seppure in una versione 2.0 dove alle caratteristiche principali del genere (switch vocali, riff in downtuning, presenza di scratch e samples) si aggiunge una forte componente di metallic hardcore moderno riscontrabile in altri gruppi quali Code Orange, Candy o Fire From The Gods.

La tensione è già palpabile nell’inquietante intro [redacted], un misto di sospiri, urla e risate nevrotiche ma è la devastante No One Should Read This ad introdurci concretamente nell’oscuro labirinto mentale costruito dalla band: riff di chitarra ribassati tra i Korn anni ’90 e un afflato di hardcore contemporaneo, un drumming tentacolare e forsennato che richiama gli Slipknot di Iowa (People=Shit) e poi lui, Justin Bonitz, un’autentica scheggia impazzita dimenantesi tra conati, growl e il pezzo forte della casa, uno scream acidissimo e velenoso in grado di corrodere le orecchie di un non preparato ascoltatore. La paranoia regna sovrana in Kungan, dove l’abbraccio mortale tra nu metal e hardcore dà uno dei suoi frutti migliori nella furia schizoide della strumentale, contornata dagli scratch di DJ Mewzen e dal breakdown finale, e nella prova incendiaria del vocalist che trafigge i cuori dei vecchi new metallers regalando persino un breve ma intenso passaggio in scat come il miglior Jonathan Davis. Clamorosa anche la successiva Overconfidence, con il basso sferragliante di Cooper che emerge dalle retrovie e si unisce all’efferatezza sonora dispensata dai riff incandescenti della chitarra; gli scratch, inizialmente spadroneggianti, lasciano poi campo aperto a dei breakdown marziali che prima accompagnano il growl malato di Justin e poi mitragliano senza pietà diabolicamente coadiuvati dal frenetico uso del doppio pedale invitando ad un headbanging ferino e senza alcun controllo.
La band non molla la presa alla giugulare neanche in Placenta (da segnalare l’assolo di Schneider) e in L.E.D., nu metal sotto steroidi con le puntine che graffiano ricordando ancora una volta i primi Slipknot se non fosse per la seconda parte che è puro caos di hardcore metallizzato e urla disgraziatamente inumane. Nell’accoppiata The Silo (adornata da un altro ottimo solo della chitarra) e We, The Sad hanno maggior spazio le clean vocals, la cui componente melodica è comunque sempre sporcata dal timbro caustico del frontman evidentemente più a suo agio con lo scream; in queste due tracce si può inoltre toccare con mano la qualità del drumming di Portnoy che macina fills veloci e tecnici a ripetizione con tanto di fulmineo assolo sui tom.
L’aria è irrespirabile anche nell’incalzante Too Quick to Grieve, dove Justin palesa la sua bravura negli switch vocali passando indifferentemente dal growl allo scream fino ad includere dilaniate e quasi irriconoscibili parentesi rap. Discorso simile per Cottonmouth, falcidiata da un growl ancora più cavernoso, scampoli di pig squeal e vocalizzi schizofrenici da incubo idealmente eseguiti da uno psicopatico internato in un manicomio. Non lascia prigionieri neppure Murder Seed, contaminata da uno strato più spesso di elettronica e sublimata da un chorus in clean veramente spettacolare cantato a pieni polmoni. Superato il breve interludio curato da DJ Mewzen si arriva a Red Light, il delirio finale in cui la band impiega le energie rimaste maltrattando per l’ultima volta l’ascoltatore con l’ormai consueta tempesta strumentale e la performance “dissociata” di Justin, divisa tra urla e strofe rap cui si aggiunge una sorta di teatralità malata che traduce in musica il sanguinario “trionfo” dello sciagurato Kungan.

Grazie a questo tumultuoso debutto i Tallah si fanno strada con forte personalità nel panorama odierno rinvigorendo un genere, il nu metal, in coma da ormai quindici anni e lo fanno accoppiandolo con la ferocia del metallic hardcore della nuova scuola (nella fase storica solo gli Amen avevano tentato qualcosa di simile unendo nu e hardcore punk). Tale miscela esplosiva viene galvanizzata dall’eccellente prova di Max Portnoy (paragonabile ad un Joey Jordison in erba) e del cantante Justin Bonitz, una belva che ricorda i fasti dei vari Jonathan Davis, Corey Taylor e Chad Gray mantenendo al contempo uno stile distintivo e originale. Nel disco non c’è chill zone che tenga, i cinquanta e più minuti offerti sono un viaggio all’inferno che esplora senza censure la follia e la crudeltà cui possono arrivare gli esseri umani e nel 2020 ci vuole coraggio a presentare un simile lavoro, ancora di più per un gruppo all’esordio.
Difficile prevedere se questa formula potrà rinverdire i bei tempi dell’epopea nu ma una cosa è certa: Matriphagy riesce a riportare le lancette indietro di vent’anni pur restando fermamente ancorato al presente e, senza tanti giri di parole, si configura come una delle migliori rivelazioni dell’anno e un must per chiunque si professi fan di queste sonorità.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
53 su 3 voti [ VOTA]
Indigo
Domenica 22 Novembre 2020, 18.06.54
2
@McCallon, guarda io li ho scoperti proprio leggendo le (tue) notizie qui sul sito e poi in un gruppo di Facebook di cui faccio parte dedicato al nu metal tutti ne hanno parlato bene. Devo dire che confermo queste lodi dato che per me è proprio un grande disco e una vera rivelazione. Ci sta che non ti piacciano, assolutamente, ma devi sapere che io sono un new metaller da sempre e sentire nel 2020 una versione fedele al sound della fase storica ma con anche un tocco di modernità mi ha davvero soddisfatto. Chiudo ringraziandoti per il tuo bel commento, sono contento che la recensione ti sia piaciuta
McCallon
Venerdì 20 Novembre 2020, 0.35.49
1
Mi aveva incuriosito il concept orrorifico quando li avevo beccati per scrivere le notizie che riguardavano dettagli e singoli del disco, ma purtroppo non fanno per me. In ogni caso, ottima recensione: come lasciavo intendere non ho ascoltato l'intero disco e pertanto non mi esprimo con una valutazione, ma la rece riflette egregiamente lo stato di ansia e follia che trasmettono i pezzi che ho ascoltato e che, mi pare di comprendere, permea tutto il platter.
INFORMAZIONI
2020
Earache Records
NuMetal
Tracklist
Justin Bonitz (voce)
Derrick Schneider (chitarra)
Andrew Cooper (basso)
Max Portnoy (batteria)

Musicisti ospiti
DJ Mewzen (turntablism, samples, tastiere)
Line Up
1. [redacted]
2. No One Should Read This
3. Kungan
4. Overconfidence
5. Placenta
6. L.E.D.
7. The Silo
8. We, The Sad
9. Too Quick to Grieve
10. Cottonmouth
11. Murder Seed
12. The Borderline of Pain
13. Red Light
 
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