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neànder - eremit
20/11/2020
( 383 letture )
Direttamente da Berlino il quartetto dei neànder si presenta sul calare di questo nefasto 2020 con il secondo album in studio intitolato eremit, che segue di tre anni il debutto omonimo. I membri della band provengono da esperienze diversissime tra loro e il retroterra blackgaze, hardcore punk, sludge e indie rock è alla base del personalissimo sound che i berlinesi propongono nelle loro composizioni interamente strumentali.
A dire il vero però il genere di riferimento del gruppo è ampiamente rintracciabile nel doom più pesante e roccioso, fatto di ritmi cadenzati e basato sull’insistenza dei riff di chitarra che si alternano senza sosta macinando poche note, ma sempre azzeccate. A questo poi si aggiunge una patina sottile composta da atmosfere black metal e soluzioni post rock, amplificate in fase di produzione da Magnus Lindberg dei Cult Of Luna.

I sei brani di eremit sono stati scritti e registrati in soli sei mesi a differenza dell’album precedente, su cui i ragazzi di Berlino avevano speso tre anni di lavoro e l’urgenza spontanea della musica umbratile e distesa contenuta nell’album è ben percepibile fin dalle prime note: dopo l’iniziale preludio atmosferico è infatti il riff grasso e sporchissimo di Purpur a rompere il ghiaccio –è proprio il caso di dirlo– con un’attitudine sludge-core ipnotica e potentissima, che riesce a coinvolgere e stupire prima di tutto per la magniloquenza dei suoni e in secondo luogo per le buone capacità di scrittura: non è semplice infatti riuscire a mantenere alti l’interesse e l’attenzione dell’ascoltatore per quaranta minuti senza l’utilizzo della voce, ma le tre chitarre dei neànder riescono a sopperire abilmente alla mancanza di questo elemento incastrandosi tra loro con partiture eclettiche che mescolano la pesantezza del doom alla sofficità di un certo post rock à la Russian Circles, centellinando gli interventi in tremolo picking che vengono riservati ai momenti più tirati dei singoli brani.
Questo amalgama di ingredienti costituisce la cifra stilistica dell’intero eremit, che prosegue alla grande con le atmosfere gelide della titletrack, le quali sembrano arrivare direttamente dalla Norvegia e non invece da Berlino; ma al momento dell’ingresso del riff doom si torna a capofitto nelle profondità telluriche più buie, grazie a dei suoni di chitarra semplicemente goduriosi. La musica si deforma e prende pieghe inaspettate, ma lo fa gradualmente e prendendosi tutto il tempo necessario, così che sembra di ascoltare dei mantra concentrici piuttosto che delle semplici evoluzioni melodiche e ritmiche. Gran parte del merito di questo intricato mosaico di sensazioni va dato al batterista Sebastian Grimberg, che trasforma il proprio strumento in una macchina indispensabile al corretto svolgimento dei brani e fa sì che i suoi interventi non siano mai banali. I suoni di batteria ottenuti nello studio dei compaesani Kadavar sono solo l’ennesima ciliegina sulla torta nel mix globale dell’album.
Ora invece è l’episodio che più di tutti paga il debito verso il black metal più atmosferico: si sentono le influenze degli ultimi Alcest, ma anche quelle più sacrali dei Saor, con l’unica differenza che il suono qui è trattato in maniera molto più accomodante rispetto ai dischi degli artisti appena citati e il blackgaze trova una perfetta congiunzione con l’estetica "post". Sono poco più di otto minuti in cui ci si perde tra le nuvole e le malinconie, come se gli Explosions In The Sky avessero deciso di suonare un tributo ai Violet Cold, ed è tutto al posto giusto.
Si arriva così alla conclusione, dopo il breve momento pastorale di Clivina, con la lunghissima Atlas, che sfiora i dodici minuti. Qui i neànder alzano ulteriormente l’asticella provando ad inserire tutte le influenze mostrate finora in una composizione di natura prog e naturalmente è impossibile non pensare ai Pink Floyd quando intorno al terzo minuto entra un riff di chitarra slide, reso piuttosto straniante però dalla base sempre saldamente sludge mantenuta dagli altri strumenti. All’incirca verso la metà del brano si entra nell’ormai noto mood atmospheric black metal, che si conclude in fretta per lasciare spazio al riff più cadenzato dell’album, dai toni al limite del djent. Un momento di silenzio e poi ancora riff doom a cascata, raddoppiati e armonizzati dalle chitarre e tenuti in costante tensione dalla sezione ritmica; conclude un’altra sezione post rock dal grande impatto emotivo, che sfuma in una coda acustica.

Da una parte Atlas è una dimostrazione di grande coraggio, dall’altra è un brano che mette moltissima carne al fuoco e purtroppo questa non riesce a cuocersi tutta correttamente. Forse sarebbe stato meglio tagliare qualche minuto e dare ad eremit una conclusione comunque grandiosa, ma un po’ più contenuta. Nonostante ciò, i neànder riescono a confezionare un’opera di alto livello, che mescola con bravura diversi generi e risulta convincente sotto quasi tutti gli aspetti; sicuramente qualcosa va ancora levigato e d’altronde una proposta interamente strumentale ha bisogno di un equilibrio perfetto, ma gli spunti ci sono tutti e sono ottimi, soprattutto per chi ha voglia di ascoltare musica che allo stesso tempo faccia scuotere la testa e chiudere gli occhi per sognare paesaggi lunari mentre si viene trasportati in una dimensione astrale.
I titoli dei brani di eremit sono presi dai nomi di alcune specie di coleotteri e il chitarrista-bassista Jan Korbach afferma che essi sono solo usati come pretesto per nominare i pezzi, ma è l’ascoltatore che potrà poi darne una personale interpretazione e infine il concept globale dell’album verte sulla ricerca dell’identità, che a detta della band ha fatto sì che le parti pesanti diventassero ancora più pesanti e quelle epiche ancora più epiche. In conclusione eremit rimane un disco interessante e da ascoltare, mentre aspettiamo che i neànder diano le ultime sistemazioni alla propria proposta per regalarci l’album della consacrazione.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Stagger Lee
Martedì 24 Novembre 2020, 17.28.00
1
Un bell'album, condivido il voto.
INFORMAZIONI
2020
Through Love Records
Doom
Tracklist
1. Purpur (prelude)
2. Purpur
3. Eremit
4. Ora
5. Clivina
6. Atlas
Line Up
Jan Korbach (Chitarra, Basso)
Michael Zolkiewicz (Chitarra)
Patrick Zahn (Chitarra)
Sebastian Grimberg (Batteria)
 
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