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American Tears - Free Angel Express
22/11/2020
( 204 letture )
Ci sono dischi che non riesci proprio a capire fino in fondo. Li ascolti, li riascolti, li analizzi, cerchi di capirne il significato; eppure, alla fine, rimane sempre quella sensazione, indefinita e poco piacevole, di non averci capito nulla, o quantomeno di non aver colto le cose principali.
In questi casi, la cosa migliore è ripartire dall’inizio.
Il progetto (definirla band mi sembra eccessivo, come si vedrà nel seguito) American Tears nasce da Mark Mangold, storico tastierista e compositore statunitense nel 2018; ho scritto nasce, ma è più corretto scrivere “rinasce”, in quanto Mangold riesuma il nome American Tears ricollegandosi ai suoi inizi nel mondo musicale; infatti, una band omonima, sempre da lui capitanata, diede origine a due album attorno alla metà degli anni ’70, assestandosi in ambito progressive rock- AOR.
Dopo più di quarant’anni, spesi in compagnia di personaggi importanti quali Michael Bolton (nel suo periodo hard rock) e progetti come Touch e Drive She Said, il nostro decide di riesumare l’antico monicker, per quello che è, a tutti gli effetti, un progetto solista.

Le quattordici canzoni che compongono Free Angel Express si rifanno, riattualizzandone ovviamente lo stile e i suoni, agli album proposti sin dagli anni ’70 dai grandi nomi delle tastiere nel rock; si pensi a Emerson Lake & Palmer, agli Yes (periodo Rick Wakeman), ai Kansas. Se si vogliono riferimenti più attuali, il primo che mi viene in mente è il progetto Planet X di Derek Sherinian e Tony MacAlpine; inoltre presumo (non essendo un grande amante degli album strumentali li conosco poco) che anche gli album solisti dello stesso Sherinian e di Jordan Rudess insistano su coordinate sonore similari. Gli American Tears vorrebbero inserirsi in questo filone, ma aggiungendoci quel tocco melodico che è sempre stato patrimonio di Mangold, e che chi conosce i nomi prima citati probabilmente ben ricorda.
Vorrebbero inserirsi, si diceva; il problema è che non ci riescono. È sempre difficile bocciare un disco, ancora di più se è prodotto da un nome storico; ma questi American Tears, anche dopo numerosi ascolti, non riescono ad essere convincenti, per almeno tre motivi.
Punto primo: le composizioni. Free Angel Express è un disco letteralmente dominato dalle tastiere dell’eclettico Mangold, ed ecco che lungo tutti i quattordici brani, alcuni completamente strumentali altri dotati di qualche sporadica linea vocale, l’ascoltatore è letteralmente sommerso da organi, pianoforti, clavinet, sintetizzatori di tutti i tipi e di tutti i generi che si rincorrono e si intersecano in un diluvio di linee strumentali e di assoli pirotecnici tali da fare sembrare Keith Emerson o Rick Wakeman musicisti sobri e minimalisti. Mi si consenta una nota personale: chi ha avuto l’occasione di leggere qualche mia recensione avrà forse notato da qualche osservazione come io sia, oltre che appassionato di musica, anche praticante (assolutamente amatoriale) proprio delle tastiere; potete quindi immaginare come tutti i progetti e i dischi che hanno questo strumento come protagonista trovino in me un interesse particolare. Il fatto è che qui si esagera: una canzone non può essere costituita solo di riff e assoli intersecati uno nell’altro, per quanto riusciti; deve avere una sua logica, un suo sviluppo strutturato ma coerente, altrimenti l’unico risultato finale è un “polpettone” di cui rimane poco.
Punto secondo: la durata dei brani. Il difetto segnalato al punto precedente è oltretutto estremamente amplificato dalla durata torrenziale di tutti i quattordici brani: si va infatti dai quattro minuti e mezzo dell’opener Sledgehammered agli oltre dieci minuti della pachidermica Free Angel Express/Resist/Outta Here. Il che non sarebbe nulla di male, se non fosse che nella pressoché totalità dei casi le idee compositive valide (che ci sono, in diversi punti del disco) hanno già detto tutto ciò che potevano dopo i primi 2-3 minuti; il resto è puro riempitivo, che non ottiene altro risultato se non appesantire oltremodo l’ascolto dei pezzi, e, di conseguenza, dell’intero disco.
Punto terzo: la produzione e i suoni. A dare la “mazzata finale” al disco sono poi le scelte sonore operate, francamente incomprensibili. Free Angel Express è un disco per tastiere e… tastiere. Tutto il resto non c’è, o è come se non ci fosse. Le chitarre sono totalmente inesistenti, il basso quasi (lo si sente nitidamente solo in due-tre brani), e la batteria sembra a tutti gli effetti una drum machine. Non lo è, come ho avuto modo di scoprire leggendo le note di accompagnamento al disco, ma è come se lo fosse; e questo dice molto sulla sua efficacia complessiva. Infine, la voce. È vero che spesso i cantanti sono ingestibili e finiscono per diventare gli unici protagonisti del disco; quindi, si può capire la scelta di non integrare nel progetto un vocalist “di professione”. Però, se si vuole inserire nelle canzoni alcune linee vocali, è necessario che chi le canta sia in grado di farlo in maniera adeguata. Purtroppo, in questo caso ci troviamo di fronte a linee vocali molto semplici e banali, assai limitate e in alcuni casi quasi sconcertanti; nei casi più riusciti, finiscono per essere un puro abbellimento dei brani, senza dare loro nulla di più, nei casi peggiori finiscono per affossare il brano stesso, risultando raffazzonate e in certi casi totalmente fuori contesto. Non a caso, sono alcune parti strumentali le più riuscite del disco.
Infine, una nota tecnica sulle tastiere, assolute protagoniste dell’intero album: nulla da dire dal punto di vista del’esecuzione, assolutamente rimarchevole per tecnica e varietà di stili, ma qualcosa da dire sui suoni c’è. Non so se per scelta di produzione o per altro, ma tutti i suoni, sia gli organi sia i pianoforti sia i synth, hanno una certa patina “plasticosa” tipica dei suoni tastieristici anni’90. Per intenderci, sono i suoni che si ritrovano in album come Images & Words (Dream Theater), Carved In Stone (Shadow Gallery), A Pleasant Shade Of Grey (Fates Warning), ecc.; all’epoca, erano lo stato dell’arte, ma ora sono passati 25 anni, e la tecnologia, anche nelle tastiere, ha fatto passi da gigante. In un album che è incentrato completamente su questi strumenti, forse era lecito attendersi un suono più curato e più attuale.

Nessuno di questi tre punti, preso a sé stante, sarebbe sufficiente per bocciare il disco; ma essi sono presenti in maniera contemporanea, e proprio la loro unione contribuisce a penalizzare in maniera decisiva il lavoro di Mangold. Lavoro al quale in realtà non manca molto per raggiungere obiettivi molto più lusinghieri: sarebbe stato sufficiente curare maggiormente la struttura delle canzoni, depurarle di tutto ciò che è superfluo conservando e valorizzando le parti più riuscite (che ci sono, ma faticano ad emergere in mezzo al bailamme sonoro), e dotarsi di un cantante in grado di realizzare linee vocali capaci di dare una marcia in più ai brani stessi, invece che penalizzarli.
Stupisce che ingenuità del genere siano state compiute da un musicista esperto, valido e da tanti anni sulla scena; ed ecco che ritorna quindi il dubbio, espresso fin dall’incipit, di non aver capito il disco e di non averne saputo cogliere le qualità (che magari invece qualcuno coglierà e apprezzerà molto).
Se è così, non resta che attendere fiduciosi la prossima release degli American Tears per dare loro una necessaria prova d’appello.



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
62 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2020
Deko Entertainment
Hard Rock
Tracklist
1. Sledgehammered
2. Set It On Fire
3. Free Angel Express/Resist/Outta Here
4. Not For Nothing
5. Glass
6. Everything You Take
7. Roll The Stone
8. Blue Rondo
9. Can’t Get Satisfied
10. Woke
11. Shadows Aching Karma
12. So Glow
13. Rise To The Light
14. Tusk (Blood on the Ivory)
Line Up
Mark Mangold (voce, tastiere)
Alex Landenburg (batteria)
Musicisti Ospiti
Barry Sparks, Doug Howard (basso, chitarre)
Charlie Calv (tastiere)
 
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