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Hawkwind - In Search of Space
28/11/2020
( 670 letture )
Il decollo della navicella spaziale per il volo dal quale non sarebbe più tornata indietro. Cercando informazioni su In Search of Space, secondo album in studio degli Hawkwind, più o meno questo è il ritornello che quasi tutti riportano. Per quanto banale ripeterlo, resta comunque la miglior introduzione a questo disco epocale, che ha segnato non solo per la band, ma per il rock tutto, un punto di non ritorno. Assemblato lo scafo un po’ di fortuna, approntato il decollo di rodaggio e tentato qualche sortita fuori dall’atmosfera già con il primo album, non restava che compiere il grande balzo e Capitan Dave Brock, con alla destra il Secondo Nik Turner e la sua prode quanto variopinta e pazzoide ciurmaglia spaziale, non esitò un solo secondo a dare l’ordine di decollo definitivo, col primo balzo nell’iperspazio compiuto dopo poco più di un anno dalla fondazione della band. Detto così sembra tutto splendido. In realtà, scorrendo la formazione si notano già numerosi cambiamenti rispetto al primo album, col primo bassista John A. Harrison che lasciò quasi subito e fu sostituito da Thomas Crimble, che però rimase solo per qualche mese lasciando a sua volta per entrare nell’organizzazione del Festival di Glastonbury. Il sostituto, Dave Anderson, proverrà niente meno che dagli Amon Düül II, ma anche lui rimarrà solo per il tempo di realizzazione del disco. Risolto almeno per il momento il problema del bassista, rimaneva anche quello del chitarrista, perché Andrew Lloyd-Langton, che aveva suonato sul debutto, lasciò il gruppo a seguito di un collasso nervoso provocato da un brutto viaggio dopo l’esibizione sull’Isola di Wight. Il suo posto rimarrà vacante, con le chitarre che sul disco saranno registrate da Brock, con l’aiuto di Turner e dello stesso Anderson. Come se non bastasse, anche Dik Mik cominciò a manifestare una certa inquietudine che lo porterà a lasciare la band, venendo sostituito dal tecnico del suono Del Dettmar, salvo poi tornare per la sola registrazione del disco, regalando quindi un’inedita formazione con due addetti a sintetizzatori, moog e rumoristica varia. A dire il vero, anche il batterista Terry Ollis stava per andarsene, ma per adesso registriamo la sua presenza. Ci sono anche delle ottime notizie perché, in compenso, gli Hawkwind guadagnano la presenza stabile di Stacia durante i live set e l’interesse dello scrittore Michael Moorcock e del poeta Robert Calvert, che li aiuteranno in maniera fondamentale a plasmare l’identità del gruppo e a dare loro una grossa mano con la scrittura dei testi.

Pronti? DECOLLO!!!!!

Tanto per chiarire e definire una volta per tutte quello che sarà il sound degli Hawkwind da lì in avanti, troviamo in apertura una delle pietre miliari della nuova identità, con i quindici minuti della folle You Shouldn’t Do That, vero e proprio tour de force che ci trascina nello spazio in una corsa vorticosa, turbinante di colori e atmosfere e che decreta la nascita dello space rock, una volta per tutte. Un genere che si può definire come una evoluzione tanto del rock psichedelico, quanto del prog rock, pur non essendo propriamente né l’uno né l’altro, data l’assenza di particolari vene tecniche e suite sinfoniche, come anche di tutto l’armamentario ideologico flower power, scegliendo semmai una vena oscura e sottilmente inquietante e abbracciando appunto la vena spaziale che piaceva molto anche a diversi esponenti della scena kraut rock tedesca. Uno spazio evocato moltissimo nei suoni che approfittano sia della contestuale presenza di Dik Mik e di Del Dettmar, sia dei numerosissimi e stranianti interventi di sax da parte di Nik Turner, che aggiungono tensione e deriva stellare ai vortici sonori creati dagli altri, con la sezione ritmica che già sceglie di assestarsi su una velocità piuttosto sostenuta e particolarmente insistita, col crunch di Brock e le sue distorsioni sferraglianti a guidare il trip assieme al roboante basso di Anderson. Il sound degli Hawkwind non è quindi un’ordinata e geometrica quanto asettica cavalcata stellare all’interno di una ipertecnologica navicella. Assomiglia molto di più all’osservazione diretta di fenomeni spaziali musicati, come se la band si sforzasse di raccontare con i propri strumenti immagini, suoni e sensazioni carpiti al silenzio dello spazio profondo, aiutata nelle visioni da consumi esagerati di sostanze psicotrope, naturalmente. È per questo che il loro sound potrebbe non incontrare il favore degli amanti del prog propriamente detto, che nel caos rumoristico e nelle strutture ritmiche e armoniche della band potrebbe non trovare particolari soddisfazioni, vista la relativa semplicità delle stesse e l’assoluta assenza di autocompiacimento strumentale, seppure si percepisca che anche l’improvvisazione giochi un ruolo nelle lunghe maratone del gruppo. Quello che conta, con gli Hawkwind, è la capacità di evocare lo spazio, di raccontare per musica delle immagini e questo la band di Dave Brock lo fa come nessun altro ha saputo fare, pur non possedendo le qualità strumentali di altri cantori delle profondità siderali. Superato il vortice del primo brano, In Search of Space ci regala alcune perle fondamentali, che rimarranno per sempre nel repertorio del gruppo, a partire dalla aggressiva Master of the Universe, vera perla con un riff particolarmente interessante e praticamente proto-heavy metal, che anticipa anche la celeberrima Motorhead, composta dal futuro bassista Ian “Lemmy” Kilmister poco prima del suo abbandono e che porterà a lui una discreta fortuna nella sua futura carriera. Ma difficile non rimanere colpiti a esempio da You Know You’re Only Dreaming, con la sua partenza fiabesca, che ricorda i Captain Beyond e che viene disturbata e resa straniante dai sintetizzatori, per poi lanciarci di nuovo in un turbine di suoni e aliene dimensioni. In mezzo al dilagante vortice troviamo una nuova perla acustica come We Took the Wrong Step Years Ago, che ci racconta, rispetto alla Hurry On Sundown presente sull’album di debutto, quanta strada avessero fatto gli Hawkwind verso una nuova definizione di se stessi, con i sintetizzatori e il flauto di Turner a prendere spazio alla bella melodia e alla ritmica in dodici corde di Brock, con delle soluzioni che faranno scuola. Vero e proprio gioiellino tutto da riscoprire. Nuova esplosione sonora ci attende in Adjust Me, stavolta con derive anche “orientali” e uno spettro sonoro malato e fuso che piacerà moltissimo ai Monster Magnet, tanto per citare un nome, i quali peraltro da questo disco non mancheranno di prendere parecchia ispirazione e ascoltando la melodia della conclusiva e nuovamente acustica Children of the Sun, difficilmente non si noterà la somiglianza con quella del capolavoro Look to Your Orb for the Warning>, da Dopes to Infinity. Godiamoci però questo ultimo sprazzo di gigantesca suggestione e un nuovo grandioso contributo di Nik Turner col flauto: poche note, ma capaci di scavare un solco tra prima e dopo, lasciandoci in sospeso alla deriva tra le infinite pieghe dell’universo.

Disco ricchissimo e fondamentale nella Storia del Rock, probabilmente comunque non il migliore tra quelli rilasciati dagli Hawkwind, che riusciranno negli album successivi a superarne la qualità complessiva e perfino a ottenere dei riscontri di pubblico ancor più lusinghieri del diciottesimo posto nella classifica inglese che raggiungeranno grazie a questo loro secondo disco. In Search of Space resta comunque uno spartiacque per lo space rock e per un certo modo di intendere la psichedelia e il prog rock, tanto da vantare una infinita schiera di imitatori e band che più o meno dichiaratamente si ispirano ad esso e agli Hawkwind in generale. Naturalmente, anche la copertina divenne parte fondante del mito della band, non solo per la grafica della front cover a forma di falco e per la foto di Stacia nuda sulla back cover, quanto per la scritta riportata proprio sul retro, con la particolare formattazione del testo, un espediente che sarà poi utilizzato da numerosissime altre band:

"TECHNICIÄNS ÖF SPÅCE SHIP EÅRTH
THIS IS YÖÜR CÄPTÅIN SPEÄKING
YÖÜR ØÅPTÅIN IS DEA̋D"


Aggiungiamo poi la presenza nelle prime copie di stampa del disco del celeberrimo The Hawkwind Log, ovverosia un libretto di 24 pagine allegato al vinile e scritto dal poeta Robert Calvert, con l’aiuto del grafico Barney Bubbles. Sarà peraltro proprio Calvert a regalare l’anno successivo alla band il singolo Silver Machine, cantato dal nuovo bassista Lemmy, che scaglierà gli Hawkwind al secondo posto delle classifiche nazionali, trovando infine posto nella ristampa di In Search of Space.
Insomma, questo è il classico album che chiunque dovrebbe avere e venerare per importanza storica e qualità complessiva propria. In secondo luogo, è il disco che per primo ha contribuito a formare l’identità di una delle band più longeve e fertili di proseliti e imitatori del rock, con ramificazioni che arriveranno dal prog allo stoner. In terzo luogo, nonostante i quasi cinquant’anni passati, In Search of Space resta un gran bell’album, datato nei suoni -comunque migliori di quelli del debutto-, ma assolutamente capace di ammaliare l’ascoltatore o, forse, di stordirlo e prepararlo per qualche corsa attraverso i buchi neri.

Dallo spazio profondo è tutto, passo e chiudo.



VOTO RECENSORE
91
VOTO LETTORI
85 su 5 voti [ VOTA]
Mariner
Mercoledì 2 Dicembre 2020, 19.13.58
6
Giusto dire disco epocale, voto 90
Zess
Domenica 29 Novembre 2020, 16.59.05
5
Vabbeh, dobbiamo parlarne? Fondamentale.
Galilee
Sabato 28 Novembre 2020, 18.02.22
4
Gran bel disco, uno dei più belli degli Hawkwind. Mi piace anche la produzione. La prima volta che l'ho ascoltato mi son detto, toh.. Ecco da dove han preso i Monster Magnet.
Fabio Rasta
Sabato 28 Novembre 2020, 17.45.10
3
You Shouldn’t Do That non avrei saputo descriverla meglio di così. Questo disco da un senso vero ai sintetizzatori, non quella robaccia che ne verrà fuori. Band ispirata al massimo a livello "decollo", con un NICK TURNER micidiale su tutto che ti sbatacchia fra asteroidi vaganti e nebulose variopinte. Sono daccordo anche sul fatto che sia stata Band magari poco rinomata, forse anche snobbata, ma invece assolutamente fondamentale x tantissimi e diversissimi aspetti. In Search Of Space è un disco da "viaggio" come pochi altri, che ho sempre adorato dal primo ascolto. E quei deficenti di Hollywood non hanno mai preso in considerazione di fare un film di fantascienza con questa musica, sarebbero stati i MORRICONI dello spazio. /// Esiste una versione vinile dove la copertina si apre tipo astronave-falco e diventa un doppio poster. Curiosità x i collezionisti.
tartu71
Sabato 28 Novembre 2020, 14.42.06
2
fondamentale
Rob Fleming
Sabato 28 Novembre 2020, 14.10.59
1
Splendida conferma dopo l'eccellente debutto. C'è Master of the universe a dominare sull'album, ma You should't do that e la ballata We took the wrong step sono brani altrettanto strepitosi. C'è da dire che negli anni '70 gli Hawkwind non sbagliarono praticamente nulla, a cominciare dalla scelta del bassista, all'occasione cantante, dal successivo album. 85
INFORMAZIONI
1971
United Artists Records
Psychedelic Rock
Tracklist
1. You Shouldn’t Do That
2. You Know You’re Only Dreaming
3. Master of the Universe
4. We Took the Wrong Step Years Ago
5. Adjust Me
6. Children of the Sun
Line Up
Dave Brock (Voce, Chitarra elettrica, Chitarra acustica 6 & 12 corde, Audio Generator)
Nik Turner (Sax Alto, Flauto, Chitarra elettrica, Audio Generator)
Dave Anderson (Basso, Chitarra acustica, Chitarra elettrica)
Terry Ollis (Batteria, Percussioni)
Del Detmar (Sintetizzatori)
Dik Mik (Audio Generator)
 
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