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Cloakroom - Time Well
29/11/2020
( 133 letture )
Sono in tre, vengono dall’Indiana e suonano shoegaze. I Cloakroom però devono aver avuto fin da subito una marcia in più poiché altrimenti l’interessamento repentino da parte di un colosso come Relapse Records non sarebbe così facilmente giustificabile. Se l’album di debutto del trio americano, Further Out del 2015, aveva fatto sì che la band venisse notata all’interno del circuito più vicino all’emo, con Time Well del 2017 le cose cambiano radicalmente e in meglio, confermando come la Relapse abbia un intuito non banale nel selezionare all’interno del proprio roster band apparentemente lontane dal metal, ma foriere di musica di livello altissimo. È così che i Cloakroom si affiancano a nomi shoegaze già resi celebri dall’etichetta della Pennsylvania come Nothing e soprattutto True Widow.

Parlando di cambiamento, il passo che è stato compiuto dalle melodie ariose e malinconiche di Further Out verso il baratro di disperazione e angoscia di Time Well ha dell’incredibile e il suono stesso della band è mutato in maniera vistosa: se infatti dovessimo trovare un singolo termine per descrivere questo album del 2017 il solo adatto è il banale, ma più che adeguato, “monolite”. Un’ora spaccata di musica dai ritmi lenti, trascinati, dove lo shoegaze di realtà come My Bloody Valentine è sempre protagonista, ma ad esso si unisce una scelta nei suoni che è debitrice al doom e allo stoner più cupi e il fuzz quasi costantemente applicato a chitarra e basso sfocia in momenti noise che richiamano molto di più i The Jesus And Mary Chain piuttosto che i Ride. Da qui la catalogazione di album doomgaze, ennesima etichetta volta ad inquadrare un micro-genere già comunque amplissimo, nel quale rientrano tanto i già citati True Widow quanto i Jesu di Justin Broadrick. Nel caso dei Cloakroom comunque l’espressione doomgaze calza davvero a pennello e bastano i primissimi minuti di Time Well per comprendere perché: Gone But Not Entirely si apre con una batteria e un timido tema di chitarra avvolti in una coltre fittissima di riverberi, ma quando esplode e il basso di Bobby Markos prende il comando allora si entra davvero in un altro mondo, dove i primi nomi che vengono a galla sono Electric Wizard e Bell Witch; è il trattamento riservato alla voce strascicata di Doyle Martin che ricorda all’ascoltatore che quello che sta ascoltando è di fatto un album “gaze”: le melodie vocali sono sempre riferibili a un immaginario pop ma, come tradizione vuole, esse sono sommerse dagli strumenti nel mix globale ed emergono prepotentemente solo grazie alla loro carica emozionale, sempre ben presente.
I brani di Time Well sono per la maggior parte lunghe fughe strumentali dove chitarra e basso si contendono il posto da protagonista e le voci invece si appoggiano delicatamente all’interno degli spazi creati dai ritmi del batterista Brian Busch, il quale suona e registra questo album dopo un periodo di convalescenza piuttosto doloroso durante il quale ha subito la ricostruzione della colonna vertebrale. Time Well meriterebbe un ascolto anche solo per poter apprezzare la sua prova dietro le pelli.
L’atmosfera generale del disco dunque è quella fin qui descritta, con poche ma significative variabili: lo slowcore di Big World si fregia di linee vocali che richiamano vagamente i Queens of the Stone Age più lisergici, mentre la titletrack è un brano acustico che deve molto agli Alice In Chains, sebbene gli abbondanti riverberi e delay non facciano mai dimenticare che si è totalmente immersi nell’universo shoegaze.
Ma vi sono alcuni episodi che portano l’album su livelli ancora più alti come il singolo Seedless Star, quasi otto minuti di psichedelia tellurica dove il termine doomgaze trova realmente ragione di esistere: qui l’impatto emozionale è potentissimo e i suoni sono scelti con rara cura, così che quando le sezioni strumentali scoppiano in tutto il loro fragore noise rock la bordata che ne consegue risulta una vera e propria badilata capace di far stringere lo stomaco. Il pianoforte che subentra sul finale rappresenta la ciliegina sulla torta, una torta nera come la pece. Il testo poi è il riflesso stesso della depressione, rappresentata attraverso la metafora di un occhio che non riesce ad individuare mai quello che sta cercando.

I was staring through a dull lens
Looking for the edge of the frame
I can't see it following a disillusion
Right up to the end of the page.


Sickle Moon Blues sembra aprirsi verso atmosfere maggiormente solari, ma la voce che sembra provenire dall’oltretomba rende vane le speranze di trovare una luce alla fine del tunnel. I momenti disarmonici che puntellano le sezioni strumentali del brano dovrebbero essere un monito per comprendere ancora una volta quanto gli Slint siano stati fondamentali per l’evoluzione del rock negli anni ’90.
Se 52Hz Whale ci mette di fronte al momento più distorto di tutto l’album, dove i Cloakroom mostrano di aver appreso appieno la lezione di Jim e William Reid, il finale è affidato alla lunghissima The Passenger, il punto emotivamente più alto del disco, dove oltre agli elementi fin qui menzionati si aggiunge una patina post metal che può essere accostata alle fughe strumentali di band come Pelican o i già menzionati Jesu. I nove minuti che chiudono l’opera sono dedicati alla riflessione su tutto ciò che i precedenti brani hanno esposto, per questo i ritmi si fanno ancora più rarefatti e la chitarra si trasforma in uno strumento quasi ambientale, sorretta dal solito, invece, rocciosissimo basso. La conclusione perfetta per un album che è capace di far rabbrividire grazie a una palette di emozioni vastissima, sebbene rivolta sempre i toni più scuri dell’animo umano.

Time Well è senza alcun dubbio uno degli album più rappresentativi del micro-cosmo doomgaze e da solo basta per giustificare l’esistenza stessa di questa etichetta. Certo, i True Widow resteranno sempre dei “pionieri” in questo senso, ma la perfezione che un disco come Time Well riesce a mettere in campo supera in più di un’occasione i padri putativi del genere. Nella fattispecie l’impegno che richiede l’ascolto di questa ora di musica è paragonabile a quello che solitamente si impiega per ascoltare un disco funeral doom e l’ambientazione shoegaze non aiuta a mitigare la pesantezza e la cupezza che le note dei Cloakroom sono capaci di sprigionare. Per questo motivo Time Well rimane un album speciale e non per tutti, ma che di sicuro non è capace di trasmettere indifferenza all’ascolto.
Dispiace constatare che attualmente il trio dell’Indiana – oggi orfano del batterista Brian Busch, sostituito nel 2019 da Tim Remis – sia fermo, con solo un paio di singoli pubblicati su Bandcamp nel 2018, ma forse Time Well è proprio quel genere di opera che risucchia completamente un artista e al termine della quale non è così facile ricominciare da capo a produrre nuova musica. Basta ascoltare per comprendere quest’ultima affermazione. I profili social della band sono abbastanza inutilizzati e i concerti negli ultimi due anni sono stati più che centellinati, ma se effettivamente i Cloakroom avessero smesso di esistere come realtà da studio non ce ne potremmo lamentare, dal momento che i due album che ci hanno regalato in questi anni sono due perle assolute.
A suggello di questa recensione quindi, oltre a sottolineare come l’ascolto di Time Well sia, più che consigliato, quasi obbligatorio, ecco il testo integrale di The Sun Won’t Let Us Go, liricamente l’apice assoluto del disco. Impossibile trattenere le lacrime una volta terminato l’ascolto.
Musica che colpisce e lascia un solco profondo e indelebile, questo è Time Well.

I asked the sun to let us go
What was a frozen sphere got to spinning too close
Those waters gave way to all walks of life
I watch them propagate
Choking out the life.
Working on a hive mind of the greatest good
Anything that I could hurt, I would for free
Never knew that turning the odds around
Could feel so sweet.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
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Indigo
Mercoledì 2 Dicembre 2020, 12.33.18
1
Alex, grande come sempre, appena posso me lo vado ad ascoltare. Mi intriga molto la titletrack ispirata agli alice in chains, torno poi per farti sapere le mie impressioni sul disco
INFORMAZIONI
2017
Relapse Records
Doom
Tracklist
1. Gone But Not Entirely
2. Big World
3. Concrete Gallery
4. Seedless Star
5. Sickle Moon Blues
6. Hymnal
7. The Sun Won't Let Us Go
8. Time Well
9. 52Hz Whale
10. The Passenger
Line Up
Doyle Martin (Voce, Chitarra)
Bobby Markos (Basso)
Brian Busch (Batteria, Cori)
 
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