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Mark Lanegan - Straight Songs of Sorrow
06/12/2020
( 711 letture )
Scrivere musica come una terapia per il dolore. Un passaggio che ogni artista degno di questo nome ha affrontato, cercando di salvare se stesso, di salutare il buio o forse di ingannarlo, prima di essere nuovamente inghiottito. La vita inevitabilmente ci colpisce, scava dento di noi, mettendo a dura prova la nostra autostima, le nostre più intime convinzioni, i nostri ideali, fino a rivelarci quanto anche il cinismo sia in realtà una patetica copertura che non riesce a nasconderci e tanto meno a proteggerci. Certe ferite, certe sconfitte, certi dolori, certe miserie, semplicemente non andranno più via, faranno parte di noi e con essi dovremo confrontarci guardandoci allo specchio, imparando ad accettarli, per accettare noi stessi o combatterli fino a cambiare, con sacrificio e pena. Tornare a quelle esperienze a distanza di tempo, anche di molto tempo, significa inevitabilmente guardare l’abisso, sporgendosi su di esso. Significa riaprire quelle ferite e significa rimettersi in discussione, per capire se tutto questo è servito a renderci migliori o se, invece, nulla è cambiato, per essere quindi inevitabilmente peggiorato.
Mark Lanegan ha sempre scritto dischi molto personali e spesso, se non sempre, agitati dai propri fantasmi, dalla propria storia. Ma Straight Songs of Sorrow è qualcosa di più di questo: uscito contestualmente alla biografia Sing Backwards and Weep, ne è l’ideale controparte musicale e nutrendosi di essa, ne esalta inevitabilmente il contenuto. Le due uscite, assieme, costituiscono la più grande opera di ricostruzione operata da Lanegan su se stesso, fino a tirare fuori tutto quello che è stato il percorso difficile, autodistruttivo e tormentato seguito finora. Sing Backwards and Weep e Straight Songs of Sorrow sono, insomma, l’abisso e Mark Lanegan ci invita a osservarlo assieme a lui, come se questo facesse parte dell’esorcismo stesso.

Lasciata da parte la propria Band, Lanegan recupera in pieno un solismo totale, che lo porta non solo a comporre praticamente tutto il disco da solo (due le collaborazioni con Mark Morton dei Lamb of God e due con Shelley Brien, moglie dello stesso Lanegan) e a suonarlo per esteso, ricorrendo a un ricchissimo stuolo di amici e collaboratori per completarlo. Assieme a lui, come co-produttore, troviamo Alain Johannes, multistrumentista e collaboratore di tutto il giro di band di cui Lanegan ha fatto parte nel corso degli anni.
Un’ora di musica suddivisa su quindici tracce, un viaggio vero e proprio e non necessariamente con l’obbiettivo di intrattenere l’ascoltatore. Obbiettivo questo che a dire il vero appare quanto di più lontano dalle intenzioni del creatore, intento chiaramente a puntare il fuoco dell’attenzione su di se, raccontandosi e offrendo al tempo stesso i propri tormenti interiori all’altare della redenzione e della purificazione. Musicalmente parlando, Lanegan recupera l’intero suo repertorio da solista, proponendo quindi inflessioni acustiche folk, blues, spiritual, musica elettronica e alternative rock, con una leggera prevalenza di sonorità elettriche che portano quasi sempre a rinunciare all’utilizzo di una vera batteria, ad esempio. La grande quantità di ospiti presenti non deve comunque trarre in inganno: questo è un disco di Mark Lanegan, dall’inizio alla fine; sono semmai gli ospiti ad adattarsi alla parte che il cantante/compositore/musicista assegna loro, a partire proprio da Shelley Brien, con la quale Lanegan intesse un delicatissimo e toccante duetto in This Game of Love, che ha forse l’unico difetto di durare appena troppo. Lanegan sconta fin dall’inizio un ruolo di dannato in cerca di riscatto che lo porta ad affrontare i fantasmi dei tanti amici andati, in una delle scene musicali più colpite dalla falce della Triste Signora, fino al punto di chiedersi perché a lui non sia toccata la stessa sorte, nonostante il suo percorso di autodistruzione sia stato lo stesso di chi, purtroppo, ha perso la propria battaglia. Un ruolo perfettamente delineato già nell’opener I Wouldn’t Want to Say, perfetta introduzione al disco, con la sua natura elettronica e la voce di Lanegan a scavare dentro lo sporco di un’esistenza solitaria quanto pericolosa per chi avesse cercato di avvicinarlo. Bellissime le due tracce acustiche composte con Morton, Apples from a Tree e Hanging On (for DRC), tra le più toccanti e riuscite del disco, con i particolare la seconda, con la sua atmosfera agreste e folk a presentare uno dei testi più duri e ricorrenti: avrei dovuto essere morto, tante e tante volte e per un qualche motivo sono ancora qua, a dispetto del male fatto, di quello che dice la polizia, di quello che dicono i dottori. Ma ogni brano costituisce a suo modo un punto focale di questo percorso, come i disperati appelli in Ketamine e nella disarmante Churchbells, Ghosts, graziata dallo splendido piano di Ed Harcourt, come numerose altre nel disco, che costituiscono un toccante e perfino doloroso richiamo, nella sua clamorosa sincerità, da parte di un uomo ferito, che sanguina ovunque (Bleed All Over), fino alla vera e propria paranoia musicale di Internal Hourglass Discussion. Da qui l’album infila due brani clamorosi come Stockholm City Blues e Skeleton Key, che volendo riassumono l’intero disco sia musicalmente che liricamente e sono di fatto la chiave di volta centrale, che ci porta verso una seconda parte nella quale le nuvole e la nera disperazione lasciano appena spazio alla luce, con di nuovo l’amore a costituire una piccola oasi di salvezza di fronte alla inevitabile morte (Burying Ground e Ballad of a Dying Rover, nella quale è accompagnato da John Paul Jones al mellotron). La morte è la vera compagna del cantante per tutto l’album, così anche in At Zero Below, nella quale si ricrea il sodalizio con Greg Dulli e tornano le atmosfere dei Gutter Twins, fino all’inevitabile constatazione che il sole è sorto, per un nuovo giorno e, ancora, possiamo riprendere in mano le nostre vite e trovare un modo di convivere con i nostri dolori e farne la via per la nostra libertà (Eden Lost and Found).

Arriviamo quindi alla conclusione aperta di Straight Songs of Sorrow, che dopo aver attraversato il nero più totale, spinge comunque verso una luce cercata e auspicata, senza arrendersi ai propri limiti e senza essere schiavi dei propri errori e del proprio buio. Straight Songs of Sorrow è un disco profondo, doloroso, introspettivo e decisamente personale. Questo lo rende difficile, spigoloso, per niente scorrevole e semplice da ascoltare, rifuggendo ogni piacevolezza e anzi presentandosi spesso con melodie stentate, se non direttamente stonate e con parti musicali che rinunciano a presentarsi rifinite, seppure gli arrangiamenti passino dalla più scarna asciuttezza acustica alla densa stratificazione elettronica/acustica, come fossero anch’essi nebulosi, incerti, contrastati, riflettendo stati d’animo e sensazioni, più che perseguendo una coerenza musicale. Sicuramente l’album va così a compiere un’operazione di summa personale, artistica e discografica e lo fa con una clamorosa dimostrazione di sincerità e con la più dolorosa manifestazione di libertà artistica. Non si può neanche dire che sia un disco bello, detto fuori dai denti, proprio perché disperato e profondamente personale, quasi autocompiaciuto nell’esporre il marcio e nel rappresentarlo musicalmente. Certo è un disco intenso, profondo, sincero. Probabilmente, la miglior maniera di definirlo è "necessario", per Mark Lanegan più che per chiunque altro. Il riscontro ottenuto in generale è stato entusiastico, specialmente da parte della critica, ma questo non deve stupire: difficile che ci schieri contro un album del genere, pagando lo scotto di passare per insensibili o incapaci di coglierne il valore artistico. D’altra parte, è proprio questo il limite del disco: un limite che probabilmente si può superare solo leggendo anche l’autobiografia. All’ascoltatore occasionale non resta che cercare di penetrarlo e farlo proprio e il risultato non è scontato, ma può fare la differenza sia verso l’eccellenza che verso il rifiuto. Certo, non è un album che lascia indifferenti, non vuole e non può esserlo.



VOTO RECENSORE
s.v.
VOTO LETTORI
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Jimi The Ghost
Lunedì 7 Dicembre 2020, 22.34.41
1
Mettere in musica il suo libro autobiografico, Sing Backwards And Weep e riuscire a tradurre in sonorità la propria vita narrata con forte risentimento tra le righe di un libro, mi ha legato ancora una volta al suo cinico e purulento mondo musicale. Un Cantante che da sempre mi ha trascina e con questa ennesima uscita musicale mi ha trascinato nel suo girone dissoluto, in quel continuo e incessante vortice di dolore e rabbia, frutto della sua coinvolgente quanto viscerale timbrica e intensità vocale. Con tutta sincerità Non saprei ancora se Mark Lanegan riuscirà nuovamente a farci dono e senza riserve del suo unico universo contorno e profondamente disperato, ma oggi è nuovamente un buon giorno per ascoltare Lanegan e la sua buona musica. JimiTG
INFORMAZIONI
2020
Heavenly Records
Electro-Rock
Tracklist
1. I Wouldn't Want to Say
2. Apples from a Tree
3. This Game of Love
4. Ketamine
5. Bleed All Over
6. Churchbells, Ghosts
7. Internal Hourglass Discussion
8. Stockholm City Blues
9. Skeleton Key
10. Daylight in the Nocturnal House
11. Ballad of a Dying Rover
12. Hanging On (for DRC)
13. Burying Ground
14. At Zero Below
15. Eden Lost and Found
Line Up
Mark Lanegan (Voce, Sintetizzatori, Drum Machines, Basso, Chitarra)

Musicisti Ospiti
Alain Johannes (Produzione, Chitarra elettrica e acustica, Sintetizzatori, Cori, Basso, Drum Machines, Harmonium, Flauto, Percussioni, Mellotron, Cigfiddle, Mandolino)
Shelley Brien (Voce su traccia 3, Sintetizzatori, Drum Machines)
Ed Harcourt (Piano su tracce 4,6,11,14,15, Piano Wurlitzer su tracce 4,6,11,14)
Jack Bates (Basso su tracce 4,6,11)
Jack Irons (Batteria su tracce 1,11, Percussioni su traccia 11)
Mark Morton (Chitarra acustica su tracce 2,12)
Sietse Van Gorkom (Archi su tracce 8,15)
Adrian Utley (Chitarra elettrica e acustica, Minimoog, Sintetizzatori su traccia 10)
Dylan Carlson (Chitarra su traccia 1)
Wesley Eisold (Voce su traccia 4)
John Paul Jones (Mellotron su traccia 11)
Greg Dulli (Voce su traccia 14)
Warren Ellis (Flauto su traccia 14)
 
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