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Plini - Impulse Voices
12/12/2020
( 698 letture )
Ora che il decennio sta finendo, si può affermare con estrema certezza che Plini sia entrato di diritto a far parte dei migliori chitarristi del periodo 2010-2020. Senza esagerare o senza commettere peccato di lesa maestà, si potrebbe quasi tentare di spiegare come l’artista australiano sia l’icona di questi ultimi anni di musica strumentale. Un vero e proprio innovatore, sin dal primissimo singolo Moonflower, passando per i vari EP, fino ad arrivare al precedente disco Handmade Cities che al momento dell’uscita ricordo avermi lasciato senza parole, ormai quattro anni or sono. Chi scrive non ha apprezzato appieno la svolta jazz intrapresa con Sunhead e, se chi legge è d’accordo, possiamo notare con estremo piacere come il qui recensito Impulse Voices condivida moltissime note in comune con Handmade Cities. A partire dalla copertina curata in ogni minimo particolare, variopinta e sognante, che pare tratta dall’arte surrealista di Salvador Dalì, fino ai suoni nuovamente prog metal e djent, abbandonando quella vena jazz/fusion citata poco fa. Al basso troviamo il fedele Simon Grove mentre alla batteria il precisissimo Chris Allison, già nella formazione del precedente EP Sunhead del 2018, in sostituzione di Troy Wright che aveva invece inciso il full length di debutto.

Il disco è stato promosso con un classico video alla Plini della traccia d’apertura I’ll Tell You Someday, in cui il chitarrista si diletta con la sua Strandberg sei corde, iconica per la mezza luna incisa a metà manico. Entrare nel suo universo magico è sempre un onore, come elevarsi in un mondo in cui scrutiamo tutto dall’alto e le preoccupazioni terrene sembrano così lontane. Quaranta minuti scarsi di assenza dal banale trambusto quotidiano per estraniarci in un’altra dimensione, nata della stessa sostanza di cui sono fatte le sue copertine. Salta subito all’orecchio la pulizia sonora del batterista che porta con sé un marchio di fabbrica diverso rispetto ad Handmade Cities, apprezzabile con un buon impianto audio per la profondità e multiedricità di stile. Senza la mano delicata di Chris Allison l'album avrebbe tutto un altro suono. Il resto è tanta chitarra, per una prima canzone davvero difficile da migliorare. Il secondo singolo estratto è proprio Papelillo, rispettando l’ordine della tracklist del disco. Meno fluida è più cadenzata della precedente, più oscura e disturbante soprattutto nel finale, un lato nuovo e inedito della produzione di Plini. Con Perfume inizia il materiale nuovo e non utilizzato come promozione dell’album. C’è tanto spazio per l’ospite Dave Mackay ai sintetizzatori e il brano prende una piega del tutto inaspettata, orientato inevitabilmente verso la musica elettronica, senza mai dimenticarci di essere su un prodotto di metal progressivo. Il suono rètro delle tastiere della successiva Last Call offre un’altra sfaccettatura del diamante già variopinto di questa prima metà del lavoro, in sole quattro tracce abbiamo già esplorato una moltitudine di generi, segno della difficoltà di contenere l’estro di Plini entro confini limitati. L’omonima Impulse Voices è una chicca che gli amanti della musica strumentale probabilmente ascolteranno in loop fino alla nausea. Una delle migliori della discografia seppur breve dell’artista, nonostante la durata di soli tre minuti o poco più. Che altro dire? Ascoltare per credere, tecnica ed eleganza, con quel modo aggraziato che non stanca mai, proprio del chitarrista di Sydney. Di stampo molto differente Pan, nettamente più arzigogolata con molti richiami al djent, condita in buona misura da assoli di chitarra, sempre accompagnati dall’instancabile Chris Allison che mostra il suo lato più pesante con qualche sfuriata soprattutto nel finale. Apprezzabile il momento dedicato al sax di John Waugh, magari estraneo e distaccato ad un primo e superficiale ascolto, ma che si amalgama meglio con i successivi entrando degnamente a far parte del brano. Abbandonato il metallo di Pan, veniamo catapultati in una musica da piano bar elettronico da Dave Mackay che si prende buona parte della scena, scalzando quasi il protagonista indiscusso per un momento, in uno dei brani più ostici e meno facili da assimilare di tutto il disco. Avendo elencato quanto già fatto da Plini possiamo dire che non è un chitarrista avvezzo alle lunghe suite strumentali, preferendo spesso la brevità di una moltitudine di brani di medio-breve durata. In conclusione quindi, per mischiare un po’ il mazzo, decide di piazzarci una canzone più longeva per i suoi standard, The Glass Bend Game, che scalza Paper Moon dal primato per il minutaggio. Visto il tempo a disposizione, c’è spazio per una delicata introduzione che ci accoglie prima di una dimostrazione perentoria di tecnica con rapidi scambi di chitarra ritmica/chitarra solista, sovraincise dallo stesso Plini. Nel mezzo di questa The Glass Bend Game troviamo persino l’arpa di Amy Turk, prima di un tripudio di tecnica progressive metal che chiude la traccia e il disco, condotto saggiamente e magistralmente dalla batteria di Chris Allison.

Se non vi ho convinto con le parole all’ascolto, ci penserà il disco stesso. Per apprezzare l’evoluzione del suono del chitarrista australiano, consiglio vivamente di partire dal precedente Handmade Cities effettuando una tappa non obbligatoria chiamata Sunhead. In un anno nel quale di musica dal vivo se n’è potuta sentire davvero pochissima, non resta che attendere come suoni sul palco questo nuovo Impulse Voices. Come accennato in apertura, il mio modesto voto sul miglior chitarrista del decennio, casomai dovessero istituire un premio dedicato, andrebbe senz’altro a Plini, che anche quest’anno ha saputo stupire con il successore del già ottimo Handmade Cities, e non era affatto facile nè scontato. Eravamo occupati a parlare delle nuove uscite dei virtuosissimi Kiko Loureiro e John Petrucci, su quale dei due avesse rilasciato il miglior disco strumentale dell’anno, alla fine è arrivato Plini a fugare ogni dubbio perché fra i due litiganti il terzo gode o, come in questo caso, fa godere noi e le nostre orecchie.



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
73 su 2 voti [ VOTA]
Micologo
Sabato 12 Dicembre 2020, 20.43.02
1
Tra i chitarristi dell'ultima generazione Plini è sicuramente il mio preferito, senza dubbio. Ho letteralmente amato Handmade Cities - uno dei dischi più belli degli ultimi anni per quanto mi riguarda. Quest'ultimo disco l'ho ascoltato una sola volta in shuffle, ma devo ancora metabolizzarlo, di primo acchitto non mi ha preso come il precedente, ma ho fiducia nel tempo...PS (piccolo aneddoto): l'ho scoperto 3 anni fa per puro caso, quando, digitando su You Tube "plin..." mentre cercavo un'intervista a Plinio Fernando su Paolo Villaggio, ho premuto enter troppo in fretta e sono capitato su Handmade Cities (la canzone). Amore a primo ascolto.
INFORMAZIONI
2020
Autoprodotto
Prog Metal
Tracklist
01. I’ll Tell You Someday
02. Papelillo
03. Perfume
04. Last Call
05. Impulse Voices
06. Pan
07. Ona / 1154
08. The Glass Bead Game
Line Up
Plini (Chitarra)
Simon Grove (Basso)
Chris Allison (Batteria, Percussioni)

Musicisti ospiti

Dave Mackay (Tastiere e sintetizzatori nelle tracce 2,3,4 e 7)
Devesh Dayal (Cori nelle tracce 1,6 e 8)
Aleksandra Djelmash (Cori nelle tracce 1,6 e 8)
John Waugh (Sassofono nella traccia 6)
Amy Turk (Arpa nella traccia 8)
 
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