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Wytch Hazel - III: Pentecost
02/01/2021
( 1141 letture )
Quando parliamo di white metal o Chistian metal, ci riferiamo a una categorizzazione nata essenzialmente in maniera trasversale ai vari sottogeneri musicali, con lo scopo di sottolineare le tematiche affrontate dalle band in questione. Una categorizzazione che in realtà non è mai stata troppo amata, dalle band come dal pubblico, perché spesso fonte di controversia se non addirittura di pregiudizio, anche perché potenzialmente divisiva perfino all’interno dei gruppi, nei quali non tutti condividono questa etichettatura. E’ evidente che l’intenzione sarebbe stata quella di contrapporre tematicamente il white metal al black metal, evidenziando quindi l’ispirazione religiosa e cristiana dei testi, rispetto a quella satanista/esoterica. I risultati non sempre hanno premiato la volontà di gruppi e case discografiche, che conoscono comunque una diffusione enorme, tanto che molte band hanno scelto di farne un vessillo, considerandolo elemento inscindibile della propria identità e della propria “missione”.
Formatisi a Lancaster nel 2012, i Wytch Hazel sono una band relativamente giovane, ma che ha già dimostrato il proprio valore e la propria forte identità, pubblicando due album, Prelude nel 2016 e II: Sojourn nel 2018 e realizzando il proprio terzo disco nell’ottobre del 2020 con una formazione totalmente rivista, che vede il solo Colin Hendra al timone di comando, anche a livello compositivo. La particolare identità della band si fonda su una musica estremamente affascinante, che fonde folk, hard rock e metal primordiale, in un’ottica fortemente orientata verso un sound che profuma di medioevo e di battaglie, di crociate, eroismo, morte, redenzione e ideali altissimi. Il tutto con una evidente vena tematica improntata a un cristianesimo battagliero e "puro", anch’esso figlio di una visione medievale e carica di speranza e ideali, tipica di alcune confessioni riformatrici dell’epoca.

Il primo riferimento che viene in mente ascoltando i Wytch Hazel sono senza dubbio i Thin Lizzy di Emerald e i Wishbone Ash di Argus, per poi citare i Jethro Tull, piuttosto che verso certa NWOBHM (vedasi Angel Witch) e i primi Scorpions, grazie a una preziosa quanto esaltante mistura di hard’n’heavy dal sapore fortemente retrò, ma graziato appunto da un’atmosfera epica costante e da un intelligente uso delle chitarre gemelle, a fianco delle quali sempre emerge il suono di una o più chitarre acustiche e classiche che si amalgamano al meglio alle elettriche, spesso armonizzate e conduttrici del gioco. La voce e le linee melodiche di Hendra, a loro volta, spingono verso atmosfere classiche e retrò e offrono sempre degli evidenti agganci melodici volti a esaltare l’atmosfera eroica e guerresca delle canzoni, con abbondante uso di cori e armonie e refrain tipicamente epic.
La particolare commistione dei Wytch Hazel trova in III: Pentecost la sua forma massima, con un evidente lavoro maniacale di composizione, nel quale nulla è stato lasciato al caso e tutto è volto a massimizzare le perfette composizioni del band leader. Il lavoro compiuto in studio col produttore Ed Turner, già all’opera nel disco di debutto, è volto a dare profondità e rotondità al sound con numerose sovraincisioni di chitarra, tanto che risulta davvero impossibile capire quanti siano effettivamente gli strumenti che si sentono e lo stesso procedimento viene riservato alla voce. Per quest’ultima, seppure con intenzioni e risultati diversi, non sembra del tutto forzato il paragone con i Manilla Road, mentre il band leader cita i Ghost come fonte di ispirazione. Le linee strumentali sono state inoltre piuttosto irrobustite, avvinandosi maggiormente all’heavy puro rispetto al passato, pur senza ricorrere a una distorsione particolarmente forte, a tutto vantaggio dell’atmosfera bucolica e appunto medievaleggiante che spadroneggia ovunque, esaltata poi dall’uso di archi sintetizzati, campionamenti, organo hammond e dal violoncello, utilizzati alla bisogna e portatori di ulteriore fascino antico. Il risultato di dodici mesi di autentica immersione totale è un disco colossale, esaltante, che avvolge immediatamente in un’atmosfera unica e carica di storia e avventure, battaglie e fiera volontà, come di fede apertamente esaltata, nella lotta contro il Male e contro il Demonio. Gli arrangiamenti stratificati che rivelano man mano la loro complessità rispetto a una prima impressione piuttosto semplice e immediata sono uno dei motivi del fascino del disco, donandogli profondità e rendendo III: Pentecost impermeabile al consumo dato da numerosi ascolti, che anzi sono invogliati dall’assoluta qualità del materiale. Nessun filler, nessun trucco, ma tanta sostanza e qualità ed è anche per questo che sin dall’opener He Is the Fight, la canzone più immediata e “facile” del disco, ci si trova immersi nell’ascolto e avvinti da un percorso che è in realtà solo all’apertura: già la seguente Spirit and Fire cresce notevolmente di intensità, grazie anche ad un refrain vincente e immediato, epico, che sarà una costante per tutto l’album. La struttura stessa del disco è in crescendo di intensità, con la spettacolare I Am Redeemed che prepara il guerriero alla battaglia, Archangel che identifica il Nemico in Lucifero e conosce il suo apice in Dry Bones, con l’esortazione

Awaken, oh awaken,
I will bring you back to life
Awaken, oh awaken,
see these dry bones they will rise


Che mette letteralmente i brividi. Ecco, quindi, che il dolcissimo intermezzo strumentale e acustico di Sonata permette di ritirare il fiato, introducendo una seconda parte che muta impercettibilmente coloriture, divenendo più malinconica e crepuscolare, a partire dalla fantastica I Will Not, con un riuscito intreccio chitarristico, per poi cedere il passo alla monumentale Reap the Harvest, introdotta dalla Marcia Funebre di Chopin e ancora una volta graziata da un refrain superbo, pur con un risvolto più mesto stavolta:

Death Is Coming, Death Is Coming
I will not be afraid; I will not be afraid


The Crown è una nuova piccola gemma di folk acustico, stavolta cantata, che ci conduce al congedo dell’enfatica Ancient of Days, introdotta da una lettura della Bibbia e che ben riassume l’album, col sul riff potente e battagliero, le onnipresenti chitarre gemelle, lo stacco acustico e le sovraincisioni di voce che esaltano il refrain epico.

La personalità è un elemento fondamentale, uno di quelli che in questi anni di band che tendono a usurare un canone pur di aggrapparsi a qualcosa che renda anche un minimo, diventa fattore determinante. Lo è sempre stato, in realtà, ma adesso è diventato merce rara e per questo va premiato. I Wytch Hazel al momento sono un gruppo praticamente unico e di questa identità fa parte anche la componente lirica, che ispira e rende forte e luminosa anche la parte strumentale, aumentandone l’autentica vena compositiva. La particolare commistione sonora, tipicamente inglese, che parte dagli anni settanta e arriva fino agli ottanta, senza perdere mai un fascino antico e medievale, rende praticamente irresistibili queste dieci tracce, nelle quali è davvero difficile ravvisare un difetto. Forse manca il brano assoluto, quello da tramandare a futura memoria, il pezzone da dieci minuti dall’afflato mistico; d’altra parte, non c’è una sola canzone che non sia ottima, presa a sé e la densità delle composizioni non è affatto semplice da sviluppare in pochi minuti, risultando un ulteriore pregio dell’album. Siamo senz’altro alla miglior uscita per i Wytch Hazel, che portano al massimo livello la loro ispirazione primordiale. Vedremo se in futuro la band giocherà semplicemente a cambiare le dosi degli ingredienti già sviluppati o se invece tenterà un ulteriore sviluppo. Per il momento, resta un grande disco, praticamente un classico immediato, e sicuramente foriero di grande soddisfazione per il gruppo, se opportunamente e meritatamente supportato. A voi il piacere di scoprirli.



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
61.1 su 10 voti [ VOTA]
uomoragno
Martedì 19 Gennaio 2021, 9.38.14
11
Una delle più belle "scoperte" del 2020. Disco magistrale con tracce splendide e melodie che rimangono letteralmente incollate all'ascoltatore. Gusto musicale tipicamente albionico che unisce venature di hard rock alla Thin Lizzy, a sprazzi metal con chitarre doppie e con chorus a manetta di stampo british (iron maiden). Suono e dettagli curati, pezzi impreziositi dalla passione e dal talento di Colin Hendra che per il sottoscritto rappresenta una gran bella scoperta. Concordo su quanto scritto per la qualità dei brani, livello veramente alto. Su tutte ne spiccano diverse: Spirit and Fire, I Am Redeemed, Archangel, Dry Bones, Sonata (strumentale) e Reap the Harvest. Questi ragazzi meritano davvero, dategli fiducia... se la meritano! Voto 95
Altered
Lunedì 4 Gennaio 2021, 22.13.04
10
Un disco straordinario, ci ritrovo qualcosa dei miei amatissimi Night/Dead Lord e concordo a pieno con @Shock sulla sensazione di climax che trasmette la successione delle tracce, come se si costruisse di volta in volta un'atmosfera ricca, densa di sfumature che più ascolti non mancheranno di evidenziare di volta in volta.
HyperX
Domenica 3 Gennaio 2021, 12.26.18
9
L'album che ho ascoltato di più nel 2020. Parola di Spotify. Songwriting di classe, melodie stupende e diversi momenti davvero "toccanti". Le mie preferite: "Archangel", "I Will Not", "Reap the Harvest"
Voivod
Sabato 2 Gennaio 2021, 19.06.49
8
Uno degli album più belli del 2020!
Konradz
Sabato 2 Gennaio 2021, 18.35.13
7
Gran bell'album, musica e testi emozionanti e stile personale, benché ispirato a grandi gruppi dei 70 e 80: mistura davvero esaltante, dice bene il recensore. L'ho scoperto qui su Metallized, grazie a un commento alla recensione di Before the Winter dei Witchwood e da giorni non abbandona le mie cuffie. Merita attenzione anche il predecessore II: Sojourn, appena ascoltato sul web. Ma dove si erano nascosti questi signori?
Vittorio
Sabato 2 Gennaio 2021, 17.10.45
6
Se vi è piaciuto il disco oggetto della recensione di Saverio, vi consiglio l'ascolto degli ultimi album di Dead Lord, Night e Gygax.
Vittorio
Sabato 2 Gennaio 2021, 17.02.33
5
Disco rivelazione 2020.
thunderunderground
Sabato 2 Gennaio 2021, 16.17.03
4
Aspettate sempre la lista dei migliori degli altri per scoprire e recensire i dischi che hanno meritato l'anno prima Comunque ha ragione quello qua sotto Questi si rifanno a generi che esistevano prima dell'epic
Shock
Sabato 2 Gennaio 2021, 14.51.19
3
In ambito metal/hard rock, più il secondo che altro (quindi epic non mi sembra proprio) uno dei migliori del genere, con le sue influenze Thin Lizzy ma molto personali, gran cantante ed un climax generale sorprendente. Non li conoscevo, ma questo disco me li ha fatti innamorare.
Sadwings
Sabato 2 Gennaio 2021, 10.54.24
2
Un ottimo lavoro di un band che non conoscevo. 80
dariomet
Sabato 2 Gennaio 2021, 10.40.54
1
Personalità,tanta personalità per disco hard n heavy dell'anno.
INFORMAZIONI
2020
Bad Omen
Heavy/Epic
Tracklist
1. He Is the Fight
2. Spirit and Fire
3. I Am Redeemed
4. Archangel
5. Dry Bones
6. Sonata
7. I Will Not
8. Reap the Harvest
9. The Crown
10. Ancient of Days
Line Up
Colin Hendra (Chitarra, Voce, Batteria su traccia 9)
Alex Haslam (Chitarra)
Andy Shackleton (Basso)
Jack Spencer (Batteria)

Musicisti Ospiti
David Hendra (Violoncello su tracce 3,6,8,9)
Deidre Trueman (Lettura su traccia 10)
 
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