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Masterplan - MK II
02/01/2021
( 394 letture )
L’improvvisa dipartita dei due tasselli principali nel mosaico compositivo realizzato dal chitarrista teutonico Roland Grapow fece temere il peggio in vista della pubblicazione del qui presente MK II, terzo lavoro in casa Masterplan e orfano dell’ugola sopraffina di Jørn Lande e dalla fantasia alle pelli di Uli Kusch, peraltro fondatore della band assieme al connazionale dopo averne sancito l’idillio a seguito del post-licenziamento dagli Helloween ove entrambi militavano.
Difficilmente una formazione, ritrovatasi al punto di dover sostituire due pezzi grossi come Lande e Kusch, avrebbe saputo reggere la conseguente pressione al cospetto di un pubblico che aveva stampato irrevocabilmente nella mente e nel cuore la dirompenza dell’esordio, meno la maggiore prudenza del successivo ma comunque discreto Aeronautics.
Roland Grapow, conscio dei legittimi dubbi di chi già aspettava di banchettare trionfale sul cadavere della sua creatura smembrata, non restò inerme dinanzi al benservito degli ex compagni e si diede da fare per arruolare due nomi che non avrebbero fatto rimpiangere le defezioni: parliamo di Mike Di Meo, forte di un trascorso di tutto rispetto con i Riot e Mike Terrana, a sua volta distintosi alla corte di Axel Rudi Pell e dei Rage.
Musicisti non da poco, dunque, ai quali l’ormai solitario mastermind del progetto avrebbe richiesto gli straordinari nel tentativo di intraprendere, chissà, un altro fortunato ciclo.
L’esperienza ci insegna che non sempre i buoni propositi delle band coincidono con le aspettative dei fan (o delle major) i quali vestono i panni di arbitri nel decretare il successo o il fallimento delle iniziative dei propri beniamini.
MK II non fu risparmiato dalla collera collettiva di chi era rimasto affezionato alla line up originale e rimase un episodio passeggero nella discografia dei Masterplan i quali, come è noto, avrebbero applaudito il ritorno (momentaneo) di Lande in line up tre anni dopo.


Le premesse non ingannino: MK II è tutto fuorché un disco fiacco e privo di mordente.
Già il titolo (MK starebbe per Mike, ovvero il nome di battesimo condiviso dai due nuovi membri) allude chiaramente al tentativo di rinascita dalle ceneri del passato e trova conferma nella scelta di intitolare l’intro sinfonica ad apertura del disco, Phoenix Rising, come atto celebrativo volto a incanalare sin da subito l’interesse dell’ascoltatore.
Mettiamoci una combo schiacciasassi dall’inaudita violenza sonora e strizzante l’occhio ad un sublime power metal melodico (Warrior’s Cry/Lost And Gone) ed ecco emergere dall’inchiostro imbevuto nelle pagine di un ipotetico romanzo le parole per l’incipit perfetto: ‘’abbiamo la vostra attenzione’’, sentenziò Roland Grapow sogghignando mentre collegava la chitarra all’amplificatore [...].
Proprio quest’ultimo attinge dal personale arsenale metallico e scalda la mitraglia facendo letteralmente piovere fuoco d’assalto dallo strumento prima giganteggiando sulle partiture aggressive di Warrior’s Cry poi dosandone i toni nella successiva Lost And Gone che serve da assist alla voce di Mike DiMeo, a suo agio anche sul power dal piglio melodico di stampo europeo. DiMeo, dal canto suo, eredita la pesante responsabilità di sostituire un fuoriclasse come Jørn Lande e, sebbene si avverta lo sforzo interpretativo operato dal vocalist statunitense a favore di una resa coerente con quanto espresso dai Masterplan fino a quel momento, ci riesce senza troppe difficoltà assicurando un contributo di indiscusso valore.
Keeps Me Burning incarna l’idea musicale dei tedeschi, a metà fra l’heavy melodico ed il power, la focalizza e disegna un ritornello orecchiabile e frizzante correlato dall’ennesimo riff giusto firmato Grapow.
Gli ingranaggi del motore risultano ben oliati e i meccanismi non si inceppano nemmeno se messi alla prova in una traccia dal minutaggio superiore, Take Me Over, dove il metal colpisce ma non affonda, pacificato dalle armonie vocali e in questo caso da un bridge esemplare, ragionato, che distende le tastiere su un morbido tappeto sinfonico ove DiMeo può rifiatare per poi tornare a pugnalare con la stessa veemenza di sempre.
Non convince appieno il momento introspettivo proposto da I’m Gonna Win la quale, sebbene il ritornello si faccia apprezzare per il suo giro catchy, stenta a brillare per personalità, valutando soluzioni forse troppo semplicistiche e affrettate.
Si torna a correre veloce, anzi velocissimo, con la progressione instancabile di Watching the World, così come si sperimenta alzando l’asticella a favore di sonorità ruvide e meno ortodosse, come in Call the Gypsy, la quale spara le ultime cartucce preparando l’improvviso sopraggiungere della power ballad, in questo caso Trust in You, episodio poco convenzionale ma non meno suggestivo, densa di un fascino oscuro e misterioso da svelare nota dopo nota.
I cinque minuti di Masterplan rappresentano l’apice raggiunto dalla band in questo MK II.
La canzone è ferocia allo stato puro, violentata dalle rasoiate a tradimento di Grapow, dal drumming forsennato di Mike Terrana, dai picchi impressionanti che raggiungono le corde vocali di DiMeo spinte al limite dell’acutezza e infine condita da un coro brutale che scandisce il nome del gruppo (‘’MAS-TER-PLAN!”) a più riprese.
Le conclusive Enemy e Heart of Darkness chiudono l’album rifuggendo nella formula collaudata dell’heavy/power senza infamia né lodi.

Alla luce di quanto ascoltato in MK II è quasi un peccato doverne commentare l’unica prova in studio della neonata line up che, come anticipato, non incontrò né il favore dei proseliti né l’intesa fra i membri, andando ben presto a disfarsi mandando in fumo quello che avrebbe potuto rappresentare un nuovo inizio per i Masterplan.
Si ha come l’impressione che il disco abbia raccolto un magro bottino immeritatamente pagando lo scotto di una nostalgia per il passato alla quale neppure un grande frontman come Mike DiMeo seppe sopperire.
Viste le prove altalenanti offerte dalla band di Roland Grapow dopo MK II, con buona pace dei fedelissimi del team Lande arciconvinti che il ritorno di quest’ultimo avrebbe riportato i Masterplan ai fasti dell’esordio, varrebbe la pena chiedersi se davvero non fosse stata sprecata un’occasione.
A questa e a molte altre perplessità, ahinoi, emerse dopo l’ascolto e da relazionare all’operato complessivo del gruppo fino ai giorni nostri, sulla bontà o meno del quale ognuno saprà farsi un’idea, soltanto il giudizio imparziale del tempo darà una risposta.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
HeroOfSand_14
Mercoledì 6 Gennaio 2021, 20.38.58
4
Di questo disco ricordo solo Keeps Me Burning, pezzo spettacolare che mi era rimasto in testa per un bel pò, il resto francamente l'ho dimenticato forse con troppa velocità. Però Lande è Lande, era lui l'anima dei Masterplan, tralasciando i compositori Kush e Grapow, e senza di lui hanno perso il 70% di ciò che li rendeva quasi unici.
Radamanthis
Lunedì 4 Gennaio 2021, 8.14.38
3
Sinceramene quando usci questo disco lo vidi come una delusione. Amai alla follia i primi due album, veramente notevoli e ci rimasi male dall'uscita dalla band di Uli e Jorn. Quindi partivo anche un pò prevenuto nei confronti di questo disco. A distanza di anni lo rivaluto un pò ma sinceramente c'è un abisso a mio avviso rispetto ai primi due capolavori. Time to be king fortunatamente mi fece tornare un pò il sorriso...MKII voto 65
Mic
Domenica 3 Gennaio 2021, 14.12.42
2
Per le mie orecchoe DiMeo miglior cantante dei Masterplan
P2K!
Sabato 2 Gennaio 2021, 18.08.13
1
Probabilmente l’assenza più pesante era quella di Uli Kusch che si era contraddistinto anche come autore... Dopo l’esordio che fece brillare gli occhi un po’ a tutti, la qualità della proposta dei Masterplan si è andata pian piano adagiando su una mediocrità abbastanza innocua. Anche il ritorno di Lande non sortì alcun miglioramento
INFORMAZIONI
2007
AFM Records
Heavy/Power
Tracklist
1. Phoenix Rising
2. Warrior’s Cry
3. Lost And Gone
4. Keeps Me Burning
5. Take Me Over
6. I’m Gonna Win
7. Watching The World
8. Call The Gipsy
9. Trust In You
10. Masterplan
11. Enemy
12. Heart Of Darkness
Line Up
Mike DiMeo (Voce)
Roland Grapow (Chitarra)
Jan S. Eckert (Basso)
Mike Terrana (Batteria)
Axel Mackenrott (Tastiere)
 
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