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Portishead - Dummy
04/01/2021
( 842 letture )
Bristol, situata nell’Inghilterra sud-occidentale, è attraversata dal fiume Avon e come contea omonima confina con il Glouchestershire a nord e il Somerset a sud. Il suo porto è sempre stato un punto nodale a livello commerciale e, nel corso del diciottesimo secolo, è purtroppo divenuto una tappa obbligata per la tratta degli schiavi prelevati in Africa e destinati ai lavori forzati nelle Americhe. Questa triste circostanza, unita all’ondata di emigrati giamaicani nel Novecento, ha radicalmente cambiato la città trasformandola in un melting pot dove convivono fianco a fianco culture diverse che hanno portato in dono le proprie specificità quali la lingua, le tradizioni e quello che ci interessa maggiormente in queste pagine, ovvero la musica.
L’archè dell’ibridazione di queste diverse anime può essere individuata nel The Pop Group, band attiva già sul finire degli anni ’70 e capace di mescolare l’allora appena nato punk, tipico dei bianchi, con stili emblematici della civiltà afroamericana come free jazz, reggae, funk e dub. Fondamentale è poi il ruolo del The Wild Bunch, un soundsystem itinerante (attivo tra l’83 e l’87) formato da DJ e MC che infiammava la gioventù di allora con un’innovativa commistione di elettronica, reggae, dub e hip-hop suonata ad un ritmo decisamente rallentato in seguito noto come downtempo. Nell’88 tre membri del collettivo -Andrew Vowles “Mushroom”, Grant Marshall “Daddy G” e Robert Del Naja “3D” (che sia lui il celebre street artist Banksy?)- si mettono in proprio e fondano i leggendari Massive Attack. Il debut album Blue Lines (1991) è un vero e proprio “game changer” che inaugura una nuova era nell’ambito della musica elettronica tanto che alla sua uscita i critici, spiazzati da una simile proposta, non trovarono niente di meglio dell’evasiva etichetta “Bristol Sound”. Il disco riprende la filosofia sperimentale del The Wild Bunch evolvendola tramite l’aggiunta di ulteriori sfumature sonore e un perfetto dosaggio dei vari elementi: il cuore del NY hip-hop fatto di rap, scratch e samples viene sapientemente amalgamato con la rilassatezza del reggae, le atmosfere ipnotiche/narcolettiche del dub, la dolcezza sincera del soul, arrangiamenti sinfonici, echi gospel e i tempi rallentati dei beats già menzionati. Su tale impianto strumentale si alternano magistralmente il flow garbato ed elegante dei rapper e dell’ospite Tricky, l’icona reggae Horace Andy, la voce soul di Tony Martin e le paradisiache melodie di Shara Nelson. Blue Lines è un successo immediato (piace sia ai fan dell’hip-hop quanto a quelli dell’elettronica alternativa) e ha sostanzialmente il merito di aver creato un nuovo genere musicale che ha portato l’industriale ed anonima Bristol nel gotha della musica anni ’90 ma, affinché essa si eternasse definitivamente, serviva uno step ulteriore, un altro album d’esordio di una band destinata in breve ad eguagliare (superare?) la lezione dei maestri.

Nel ’91 il giovane Geoff Barrow, cresciuto nella cittadina di Portishead, lavora come tape operator ai Coach House Studios di Bristol ed ha il privilegio di seguire le sessioni di registrazione di Blue Lines; lo stesso anno incontra Beth Gibbons, una ragazza timida che ama la musica e si esibisce nei pub tentando al contempo di sbarcare il lunario. I due iniziano così a collaborare e come nome per il nuovo progetto scelgono Portishead, il luogo della tarda infanzia/adolescenza di Barrow. Mentre sono all’opera nello studio bristoliano incontrano Adrian Utley, un polistrumentista di matrice jazz che rimane affascinato dalle loro demo e che decide di partecipare attivamente alla realizzazione del disco d’esordio (egli, pur essendo co-produttore, co-autore di otto tracce e presente in nove all’epoca non era ancora un membro ufficiale e lo diventerà solo dopo la pubblicazione del full-length). La prima uscita targata Portishead tuttavia riguarda solo in parte la musica in quanto si tratta di un cortometraggio in bianco e nero di dieci minuti intitolato To Kill a Dead Man, un tributo ai film di spionaggio degli anni ’60 la cui colonna sonora favorisce la firma del contratto con la Go! Beat.
Assistiti dall’ingegnere del suono Dave McDonald, i tre esordiscono sul mercato discografico il 22 agosto del ’94 con Dummy, l’album che sancisce in maniera inequivocabile il trionfo del Bristol Sound, pochi mesi prima rinominato trip hop dal giornalista di MixMag Andy Pemberton nel recensire il singolo In/Flux di DJ Shadow.
Non si può capire fino in fondo Dummy senza avere in mente il background storico/musicale che c’è dietro e a cui abbiamo dedicato così tanta attenzione: i Portishead infatti si inseriscono nella strada maestra tracciata dai Massive Attack fatta di pulsazioni hip-hop in slow-motion, ampio uso di scratch e campionamenti, ottundenti bassi dub ed eleganti arrangiamenti sinfonici ma se ne discostano per l’assenza totale della componente rap e della solarità del reggae.
Altra peculiarità del sound, oltre agli spunti lounge/jazz, è il “futurismo retrò” che vede coesistere l’allora nuovo trend del downtempo e le tecniche hip-hop importate dall’America con una strumentazione vintage rappresentata dal theremin, l’organo Hammond e il Fender Rhodes.

Il “trip” ha inizio con Mysterons (gli extraterrestri della fiction inglese anni ’60 Captain Scarlet and The Mysterons) e la sua atmosfera irrequieta segnata dai solchi degli scratch, le algide tastiere e le vibrazioni sinusoidali del theremin; cattura subito l’attenzione la voce da contralto della Gibbons, magnetica e dolorosamente fragile in un’interpretazione avvolta da un’aura oscura lontana anni luce dai canoni di Blue Lines. Sour Times, sorretta dal sample di The Danube Incident di Lalo Schifrin, vede la vocalist struggersi, non senza un certo compiacimento, per un amore ormai sfumato tradotto in una melodia languida e agrodolce. L’indole jazz di Utley marchia a fuoco Strangers e fa da contraltare a dei beats più corposi che spingono forte sostenendo al meglio la graffiante prova della Gibbons. Se ci si scioglie di fronte al mood lounge della dolce It Could Be Sweet, con Wandering Star si entra invece in una notte fosca e cupa che mette i brividi. La traccia, scandita dai palpitanti bassi dub, dal sample di Magic Mountain dei War e dagli scratch che spadroneggiano (meravigliosi gli stop’n’go verso il finale), è costellata di inquietanti riferimenti alla Bibbia acuiti dalle disperate parole della cantante che lancia un accorato invito a un qualcuno che possa condividere con lei le sue sofferenze prima che incomba l’oscurità eterna. Cullati dalla leggiadria dell’Hammond in It’s a Fire e rapiti dal fascino angoscioso di Numb arriviamo dinanzi ad una gemma di rara bellezza che risponde al nome di Roads. Delicata e preziosa come un diamante, la ballad è uno dei vertici del disco grazie all’emozionante arrangiamento orchestrale perfetto per l’interpretazione spaziale della Gibbons che riesce ad essere allo stesso tempo inerme, desolatamente romantica, straziante e con un cuore intriso di soul riecheggiante in ogni nota. Il connubio hip-hop e jazz torna a far capolino in Pedestal, graffiata dalle puntine del giradischi e coccolata dall’inserto di tromba dell’ospite Andy Hague, mentre Biscuit è un saggio dell’abilità di Barrow che si destreggia abilmente tra tastiere, scratch, beats sincopati e lo spettrale sample di I’ll Never Fall In Love Again di Johnnie Ray rallentato a 16 bpm. La chiusura è affidata al singolo spacca-classifiche Glory Box, altro gioiello scolpito dal solo di chitarra di Utley e dal geniale campionamento degli archi di Ike’s Rap II di Isaac Hayes coronanti la prova celestiale della Gibbons che firma un inno immortale dedicato a tutte le donne.

Dummy è la sublimazione del sound creato dai Massive Attack, l’essenza stessa del trip hop e una pietra miliare della musica degli anni ’90: un disco perfetto, celebrato sin dall’uscita da pubblico e critica (nel ’95 si aggiudica il Mercury Prize) e capace di influenzare trasversalmente un numero infinito di gruppi (essendo dell’area alternative mi limito a citare la cover di Wandering Star dei LeVel, quella di It’s a Fire di Amy Lee o l’adozione di certi stilemi da parte dei Deftones da White Pony in poi).
I Portishead realizzeranno altri due dischi ma la magia di questo debutto non verrà più replicata: esorto dunque chi ancora non avesse ascoltato quest’album a recuperarlo immediatamente e a farsi travolgere dalle atmosfere della piovosa e umbratile Bristol per un viaggio (pardon, un trip) che non dimenticherete facilmente.



VOTO RECENSORE
95
VOTO LETTORI
94.64 su 14 voti [ VOTA]
Blessed
Venerdì 8 Gennaio 2021, 14.41.03
10
Descrizione della voce di Beth Gibbons perfetta... Disco epocale.
duke
Lunedì 4 Gennaio 2021, 21.32.56
9
...bel disco...ottima band...insieme a tricky e massive attack.....
Kurujai
Lunedì 4 Gennaio 2021, 20.41.08
8
Ragazzi mi avete stupito , mai avrei pensato di trovare su questa zine una recensione trip-hop!!! Disco stupendo per altro mi aspetto però la rece di mezzanine e maxinquaye delle gemme oscure ( e lascive ) al pari di dummy
Carmine
Lunedì 4 Gennaio 2021, 17.20.17
7
Portishead?! Ma quante qualità tenete?
Korgull
Lunedì 4 Gennaio 2021, 17.03.21
6
Che gemma! Potrei ascoltarlo tutto il giorno senza stancarmi. Un mondo a parte!
Rob Fleming
Lunedì 4 Gennaio 2021, 16.25.53
5
Questo disco è un capolavoro assoluto: oscuro, ipnotico, coinvolgente, straziante ed erotico. Beth Gibbons una dea spezzata. Glory Box mi abbatte ogni volta che la riascolto. Tre dischi + un live da brividi. Nel loro genere i più grandi di tutti. 100
Andry Stark
Lunedì 4 Gennaio 2021, 15.53.13
4
Disco spettacolare, è stato amore a primo ascolto.
Galilee
Lunedì 4 Gennaio 2021, 12.55.36
3
Band e album spettacolari che hanno segnato la mia gioventù. Anche i due lavori seguenti sono ottimi. Trip hop al massimo della sua espressione.
L.p. Gruto
Lunedì 4 Gennaio 2021, 12.32.46
2
Album semplicemente meraviglioso. Bravi a recensirlo!
Black Me Out
Lunedì 4 Gennaio 2021, 11.17.36
1
Bravo Jacopo ad aver parlato di questo capolavoro! Io personalmente rimango legato a Third perché c'è quella "Machine Gun" che mi ha accompagnato in un momento molto difficile e ogni volta che parte quella mitragliata di drum machine mi batte il cuore come la prima volta. Però hai ragione nel dire che la magia di questo debutto rimarrà insuperata! Consiglio anche l'ascolto di "Henryk Gorecki: Symphony No. 3" del 2019 per ascoltare di cosa è ancora capace la voce sublime di Beth Gibbons.
INFORMAZIONI
1994
Go! Beat
Elettronica
Tracklist
1. Mysterons
2. Sour Times
3. Strangers
4. It Could Be Sweet
5. Wandering Star
6. It’s a Fire
7. Numb
8. Roads
9. Pedestal
10. Biscuit
11. Glory Box
Line Up
Beth Gibbons (voce)
Geoff Barrow (programming, turntablism, Fender Rhodes, batteria, arrangiamento d’archi)

Musicisti ospiti
Adrian Utley (chitarra, basso, theremin, organo Hammond, arrangiamento d’archi)
Dave McDonald (flauto traverso)
Clive Deamer (batteria)
Gary Baldwin (organo Hammond)
Neil Solman (Fender Rhodes, organo Hammond)
Richard Newell (drum programming)
Andy Hague (tromba)
Strings Unlimited (archi)
 
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