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Black Stone Cherry - The Human Condition
04/01/2021
( 791 letture )
Proprio in questo 2021 che è appena iniziato, gli statunitensi Black Stone Cherry compiono 20 anni; e, giunti a questa data fatidica, sono forse la più importante hard rock band del pianeta.
Detta così sembra una boutade, considerata la quantità di gruppi, storici o meno, che ci sono in circolazione: eppure, prima di cestinare come idiozia quanto prima enunciato, proviamo a guardare i numeri. Dal 2001 il quartetto del Kentucky, che - cosa più unica che rara nel firmamento musicale rock, e non solo – non ha mai modificato nessuno dei propri membri, ha prodotto la bellezza di 7 full-length album, più due EP di cover blues; detto in altre parole, mediamente una volta ogni due anni, con puntualità svizzera, i nostri sono ritornati sul mercato. Malgrado tutto questo, il quartetto americano non ha certo lesinato con gli impegni dal vivo, in tutto il mondo: chi scrive ha avuto la fortuna, dal 2014 al 2019, di vederli in Italia per ben 4 volte differenti; dato che da solo fa capire il numero impressionante di tournée che sono state portate a termine in questo periodo.
Ma, soprattutto, ciò che non è mai mancata ai nostri è la qualità assoluta delle canzoni: non una sola delle loro release discografiche può essere considerata un passo falso o anche solo un disco anonimo; e, mi ripeto, stiamo parlando di ben 7 album. Quali altri gruppi o progetti, in ambito rock, possono dire altrettanto in questi ultimi 20 anni?
All’interno della loro discografia, pur mantenendo uno stile assolutamente personale e riconoscibile, è possibile tratteggiare caratteri differenti, che hanno di volta in volta marcato a fuoco uno o più dischi: dall’impeto metal di Kentucky alle tentazioni più radiofoniche e orecchiabili di Folklore And Supertition e Between The Devil And The Deep Blue Sea, fino alla brillantissima riscoperta delle loro radici blues and soul, in Magic Mountain e soprattutto nell’ultimo, ottimo, Family Tree. Per non parlare del favoloso Black Stone Cherry, dove tutte queste caratteristiche sono perfettamente contenute e mixate al fine di donarci il più bell’esordio discografico degli ultimi 30 anni.
Ora il nuovo album The Human Condition, uscito a fine 2020, si posiziona come un nuovo tassello nel perfetto meccanismo dei Black Stone Cherry, e ha il non facile compito di essere all’altezza di tanta precedente brillantezza compositiva.
Va subito detto che, all’interno delle tre macro-linee di sviluppo che i nostri hanno alternato negli anni, il nuovo prodotto si va chiaramente a posizionare nella scia “mainstream” del secondo e terzo album: molti pezzi sono composti da un suono heavy davvero trascinante e si nota un certo ritorno alle radici più stoner, ma soprattutto emerge in maniera preponderante la ricerca di riff e ritornelli che immediatamente siano in grado di fare presa sull’ascoltatore, di trascinarlo nell’entusiasmo e di dargli una scarica di potenza e melodia talmente ben assestate da lasciarlo profondamente colpito.
La grande maggioranza dei tredici pezzi che compongono l’album ha una tale facilità di ascolto e di assimilazione da poter essere immediatamente utilizzata come singolo di riferimento, ed è perfetta per un passaggio radiofonico in grado di conquistare fin da subito. Il tutto è stato ottenuto “semplicemente” grazie ad una capacità compositiva ed esecutiva assolutamente fuori dal comune, senza alcuna necessità di trucchi da studio o altri mezzucci di bassa lega per assecondare i gusti del pubblico.

La partenza è con Ringin’ In My Head, una traccia che presenta subito un riff estremamente catchy e un ritornello molto facile da memorizzare, il che rende questo pezzo uno dei simboli di quest’album. Notevole il fatto che il testo si adatta perfettamente alla situazione mondiale, trattando di un tema di assoluta attualità come quello della pandemia in corso.
Si prosegue con il primo singolo Again, il brano forse con la melodia più accattivante e immediata di tutto l’album. Un riff di chitarra iniziale in primissimo piano, un ritmo di batteria molto semplice ma trascinante e un groove molto trascinante e pianamente azzeccato: lezione di hard rock n’ roll perfettamente assimilata e applicata.
Push Down & Turn è invece il pezzo forse più potente dell’intero album: valido l’intro incalzante, mentre le linee vocali di Chris Robertson si fanno più aggressive nei ritornelli, pur mantenendo una melodia assai accattivante.
Dopo un avvio molto intenso, ecco la classica ballad in perfetto stile Black Stone Cherry con When Angels Learn To Fly: pezzo equilibrato fra le parti più acustiche e intimistiche e la presenza di una energia di fondo che nei nostri non manca mai.
Da qui in avanti, l’intero disco è ottimamente bilanciato fra pezzi potenti e intensi (Live This Way, Some Stories e The Devil In Your Eyes), in grado di stupire l’ascoltatore con variazioni di tempo e di atmosfera, e altri brani talmente “ruffiani” e perfetti per un passaggio radiofonico, da stritolare letteralmente qualsiasi altra canzone sia trasmessa prima o dopo di loro: provate a non entusiasmarvi per In Love With The Pain, per la cavalcata hard rock di The Chain, per i cori trascinanti di Ride o il ritmo quasi funk di Don’t Bring Me Down. A completare il quadro, la seconda canonica ballata dal titolo If My Heart Had Wings, sino alla conclusione con Keep On Keepin’ On, un pezzo adattissimo a concludere l’album grazie alle sue coinvolgenti bordate di energia positiva.
Dal punto di vista esecutivo, in questo disco sono come sempre presenti tutte le validissime caratteristiche del quartetto: la sezione ritmica trascinante e potentissima, le chitarre calde, “grasse” e potenti, la voce roca, melodica e perfetta per il genere di Chris Robertson, uno dei più validi frontman che la scena rock attuale possa vantare. Ottima la scelta strategica di limitare ai canonici 3-4 minuti la lunghezza dei pezzi, eliminando tutto ciò che avrebbe potuto appesantirli inutilmente

Alla fine di The Human Condition, la sensazione chiara è che i Black Stone Cherry abbiano nuovamente colpito nel segno, realizzando un album che lascia completamente soddisfatti. Personalmente, avevo apprezzato ancora di più il precedente Family Tree, perché trovo l’enfatizzazione e la riscoperta delle radici blues (qui meno in evidenza, seppure presenti) una scelta adattissima per una band dalle matrici southern come i nostri; ma si tratta di dettagli microscopici, a fronte di un disco che regge comunque perfettamente il confronto con i precedenti, e che li riposiziona meritatamente al vertice della scena hard rock attuale.
Settimo album, e settimo centro perfetto: chi è che oggi se la sente di confrontarsi con loro?



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
47.92 su 13 voti [ VOTA]
sandrometal
Martedì 12 Gennaio 2021, 2.06.41
6
questo è il miglior album della band
Blue Moon
Giovedì 7 Gennaio 2021, 17.02.55
5
Grande band, splendidi dal vivo, grandi musicisti e molto calorosi. La provocazione del recensore è comprensibile
tpr
Martedì 5 Gennaio 2021, 19.55.44
4
perfetta recensione . forse un voto un pochino maggiore , direi 85.
duke
Lunedì 4 Gennaio 2021, 21.38.02
3
....un ottima band che sa fare dell'ottimo hard rock moderno....potente...ma con un occhio al passato...alle radici blues....ormai una certezza....
Shock
Lunedì 4 Gennaio 2021, 14.03.02
2
Non posso che condividere il commento di Altered: ennesimo ottimo disco di un gruppo che proprio non riesce a fare brutti lavori, un lavoro in cui l'hard rock si fa moderno ma guarda anche al blues e southern, canzoni semplici ma molto ben fatte e che ti rimangono in testa fin dal primo ascolto. Unico difetto (ma è sempre il sito per me): tredici canzoni sono troppe, dieci erano perfette, ma si cerca il pelo nell'uovo. In linea col voto.
Altered
Lunedì 4 Gennaio 2021, 13.19.27
1
Bella ed appassionata recensione di Claudio! Personalmente metto questo disco fra i miei top dell'anno appena trascorso in ambito hard rock, i BSC sono ormai una realtà consolidata. Lessi una bella intervista ad uno dei membri nella quale dichiarava che il segreto di tanto successo sta probabilmente dietro al fatto che la line up è rimasta intaccata dalle angherie del tempo o dalle incomprensioni e che finalmente sono stati capaci di produrre, arrangiare e mixare il disco da soli.. Tanta, tanta genuinità in queste 13 tracce: la ritmatissima Again è risultata la canzone più ascoltata nella mia classifica finale di Spotify
INFORMAZIONI
2020
Mascot Records
Hard Rock
Tracklist
1. Ringin’ In My Head
2. Again
3. Push Down & Turn
4. When Angels Learn To Fly
5. Live This Way
6. In Love With The Pain
7. The Chain
8. Ride
9. If My Heart Had Wings
10. Don’t Bring Me Down
11. Some Stories
12. Devil In Your Eyes
13. Keep On Keepin’ On
Line Up
Chris Robertson (Voce, chitarra)
Ben Wells (Chitarra)
Jon Lawhon (Basso)
John Fred Young (Batteria)
 
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