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Depressive Age - First Depression
09/01/2021
( 383 letture )
Anno domini 1992. Del thrash metal non frega più niente a nessuno e si iniziano a intravedere i primi segni di cedimento in termini di popolarità di quel magnifico movimento che, per quasi un decennio, aveva dominato il mondo a colpi di spietati fendenti. Sia in Europa che negli Stati Uniti i grandi nomi che avevano tracciato le coordinate del genere stanno mutando alla ricerca di nuove strade: chi con un approccio più melodico e diretto, chi al contrario inasprendo non poco le proprie sonorità già di per sé estreme, chi ancora optando per inaspettate direzioni musicali talvolta lontane dalla rigida ortodossia thrash. Il grunge e i Pantera stavano cambiando rapidamente le regole del gioco, costringendo chiunque ad un crudo “celebrity deathmatch” per la sopravvivenza, o meglio, un adattamento darwiniano non sempre riuscitissimo, che soprattutto all’epoca fu visto come una perdita della bussola da parte dei fan più conservatori. In un contesto di grandi rivoluzioni non mancarono però delle eccezioni, delle vere e proprie anomalie isolate ree di essere fuori tempo massimo a prescindere dalla qualità musicale intrinseca. Questo è il caso dei Depressive Age, tedeschi di Berlino Est e formatisi a metà anni ottanta, ma giunti al primo full length solo nel 1992: First Depression.

Quest’ultimo è album solido, già maturo e sfacciatamente thrash. Le nove canzoni sono tutte ispiratissime e sono l’ideale connubio tra le derive più tecniche e frenetiche del genere in stile Deathrow e Toxik, le bordate quasi speed/thrash alla Angel Dust di Into the Dark Past e primi Paradox, ma sono presenti anche le trame solide e schiette di scuola americana, con i Metallica a far da padrone. Un aspetto molto affascinante di questo gruppo è senza dubbio il cantato depresso di Jan Lubitzki non privo di una curiosa assonanza col cantato pulito dei coevi, ma altrettanto ansiogeni, Anacrusis. Nonostante queste suggestioni va però detto che il livello generale dell’album è davvero elevato e, nel complesso, si può dire che i Depressive Age abbiano riletto e interpretato a loro modo gli aspetti migliori che il thrash metal d’inizio anni novanta potesse offrire. Il songwriting è brillante e presenta soluzioni e incastri strumentali degni di nota. Intrigano gli intrecci delle chitarre mai dome e impegnate a tessere una fitta ragnatela in cui intrappolare l’ascoltatore fatta da riff serrati, assoli elaborati e stacchi acustici tetri, malinconici e certamente non privi di fascino conturbante. Allo stesso modo la sezione ritmica fa il suo e gestisce al meglio la situazione giostrando le dinamiche dei brani con nonchalance, rivelandosi una schiaccia sassi nei momenti più veloci, ma anche protagonista di indovinati groove nelle partiture articolate. In soldoni, abbiamo un esempio diretto di quanto detto nelle iniziali Awaits e Beyond Illusions, che rivelano un potenziale dinamitardo sin dalle prime battute in bilico tra tecnica ed urgenza espressiva. Ma tutto il disco è potenzialmente costellato da “instant classic”. Si pensi per esempio alla violenta The Light o alla nervosissima No Risk e, ancora, al fulminante assolo “miagolato” in Autum Times. Nonostante First Depression si riveli fino a Transition una mazzata tra capo e collo, è però con il classico Innocent in Detention che si raggiunge l’acme del platter. Siamo di fronte ad una sorta di power ballad oscura, estremamente sofferta e permeata da una tensione negativa in crescendo non lontana da altri tetri lenti come In My Darkest Hour, How I Will Laugh Tomorrow, Fade To Black e così via. Il testo della canzone, in verità cantato con un’interpretazione da brivido, è molto interessante e racconta del periodo di detenzione vissuta da Lubitzki, arrestato mentre tentava di fuggire verso Berlino Ovest. Le seguenti Never Be Blind e Circles Colour Red riportano l’ascoltatore su binari techno thrash, tra riff intricati e stop n’ go ben calibrati e idealmente riconducibili a quanto fatto dai Metallica nel loro … And Justice for All. Sono due pezzi classicamente thrash, ma comunque efficaci nel trasmettere un senso d’inquietudine e isteria sia negli arrangiamenti che nel cantato.

Se volessimo spendere qualche parola in più per First Depression, potremmo definirlo come un unicum nella carriera dei tedeschi e, al tempo stesso, il punto d’inizio di un percorso. L’evoluzione musicale dei Depressive Age è infatti simile a quella dei Sieges Even, anche se con risultati artistici completamente diversi. Entrambi sono accomunati da un esordio puramente thrash, per poi intraprendere già col secondo disco percorsi in territori sonori molto particolari, coraggiosi e diametralmente opposti, con i primi protagonisti di una transizione più graduale e imbastardita da una personale contaminazione di generi, mentre i secondi estremizzarono la componente tecnica divenendo di fatto una versione più cervellotica, sperimentale e sotto steroidi dei migliori Rush anni ottanta. In definitiva, i Depressive Age sono il classico gruppo che avrebbe potuto ambire a obiettivi prestigiosi, ma che sfortunatamente non è riuscito a compiere il grande balzo, divenendo così l’ennesima meteora in un cielo già pieno di stelle.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
88.8 su 5 voti [ VOTA]
TeoTheRipper
Lunedì 18 Gennaio 2021, 9.05.49
2
Album spaventoso, ovviamente non se lo caca nessuno...
duke
Domenica 10 Gennaio 2021, 21.06.07
1
....giusto rispolverare questo disco....thrash evoluto di notevole fattura....
INFORMAZIONI
1992
GUN Records
Thrash
Tracklist
1. Awaits
2. Beyond Illusions
3. The Light
4. No Risk
5. Autumn Times
6. Transition
7. Innocent in Detention
8. Never Be Blind
9. Circles Colour Red
Line Up
Jan Lubitzki (Voce)
Ingo Grigoleit (Chitarra)
Tim Schallenberg (Basso)
Norbert Drescher (Batteria)
 
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