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Samsara Blues Experiment - End of Forever
10/01/2021
( 667 letture )
Cari Samsara Blues Experiment ci mancherete moltissimo. È questa la reazione istantanea che sorge quando si finisce di ascoltare End of Forever, il nuovo lavoro discografico del trio berlinese nato nel 2007, annunciato come ultimo album in studio per la band, prima di una pausa a tempo indeterminato che suona tanto come uno scioglimento definitivo. Ci si augura caldamente di no perché nel marasma di realtà heavy psych e stoner rock il gruppo tedesco risaltava come una gemma luminosa grazie ad opere di alta caratura come quel Long Distance Trip del 2010, che aveva dato inizio alla carriera di Christian Peters e compagni, bissato poi nel 2013 da Waiting For the Flood, il disco dove le influenze stoner/doom prendevano finalmente il sopravvento accompagnandosi a catartici momenti raga rock. Certo, la band non ha mai goduto di un enorme successo e forse le cause della preannunciata pausa sono da ricercare anche in questo, ma i fan della scena stoner e psichedelica hanno sempre mostrato ammirazione per i Samsara Blues Experiment, come testimoniato dagli slot di rilievo che il gruppo si è guadagnato nei maggiori festival di genere durante gli anni.
Ma veniamo dunque al qui presente End of Forever, pubblicato sulla pagina Bandcamp del gruppo già nel novembre del 2020, ma ufficialmente rilasciato dalla fedele etichetta Electric Magic Records in questi primi giorni di gennaio 2021. I tedeschi non hanno mai voluto adagiarsi sugli allori, sebbene i fan non si siano mai allontanati dalle atmosfere del già citato Long Distance Trip, ma hanno sempre cercato di far progredire la propria proposta musicale verso lidi sempre più progressive ed elaborati. Questo senza perdere la dimensione psichedelica, ma rafforzandola con inserti tastieristici e diminuendo la componente puramente stoner a favore di sonorità più avvolgenti, che in questo ultimo album flirtano esplicitamente con il blues.

Via dunque, purtroppo, i rimandi alla musica indiana per concentrarsi su suoni e strutture più consone all’Occidente, ma gestite con la solita buona dose di varietà. La band sfrutta in questo album come nei precedenti una formula ormai consolidata, fatta di lunghe jam strumentali sulle quali la voce si appoggia sporadicamente e senza mai prendersi il ruolo da protagonista, lasciando che siano la chitarra e la tastiera a battagliare fra loro in uno scontro lisergico senza soluzione di continuità. I brani sono lunghe scorribande multiformi che si sviluppano su fondamenta scarne, amplificate però dagli effetti applicati agli strumenti e dalla sapienza con la quale i berlinesi sanno dosare i propri ingredienti.
Quello di End of Forever è un blues acido che sa diventare morbido e avvolgente all’occorrenza, senza diventare però stucchevole: ad esempio un brano come Lovage Leaves, dalle inaspettate influenze arabeggianti, suona magari fuori contesto se preso da solo, ma all’interno dell’album le atmosfere acustiche e levigate di questi quattro minuti risultano veramente suggestive. Dall’altro lato invece il blues viene reso manifesto nella finale Orchid Annie, che si fregia di suoni puliti e un organo caldissimo –e l’organo è forse lo strumento che più è protagonista all’interno dell’album- mentre la chitarra si esibisce in assoli dal sapore gilmouriano.
Il brano migliore compare però già in apertura: gli undici minuti di Second Birth offrono uno spaccato di tutta la carriera dei Samsara Blues Experiment attraverso melodie narcotiche affidate ai sintetizzatori, mentre il basso di Hans Eiselt lavora instancabile macinando ritmiche irresistibili. Si sente chiaramente quanto siano presenti i Pink Floyd di A Saucerful Of Secrets tra le trame strumentali del pezzo, ma i minuti scorrono con piacevolezza e i suoni sono assolutamente indovinati. Quando entra la voce di Peters la chitarra si fa più corposa e si scivola lentamente in una dimensione più stoner rock, ma sempre soggiogata dai sintetizzatori e dalle atmosfere lisergiche di matrice Sixties. Massive Passive ispessisce maggiormente le distorsioni per poi sciogliersi in un momento cantato al limite del folk dove Peters dimostra di trovarsi a suo agio, mentre Southern Sunset risulta il momento più tribale in scaletta, con le percussioni di Thomas Vedder che tengono sotto scacco l’organo vintage che costruisce l’ossatura del brano. Ancora Pink Floyd, certo, ma risaltano anche certe suggestioni proprie del Santana di fine anni ’60.
Se la titletrack risulta essere il momento più cupo e riflessivo del disco, durante il quale le tonalità minori prevalgono e anche la voce si fa più sommessa e raccolta, i break a base di fuzz sono invece tra i momenti più riusciti dell’intero album, anche se siamo comunque lontani dallo stoner rock tout court. La coda del brano, con ancora le tastiere in evidenza, riprende le influenze arabe di Lovage Leaves per convogliarle verso un assolo di chitarra davvero ispirato e coinvolgente, che chiude il brano con gran classe lasciando il desiderio di distorsioni più rocciose e ritmi più spinti.
Bisogna aspettare la bonus track per essere accontentati: infatti Jumbo Mumbo Jumbo sembra concentrare in sé tutta la cattiveria rock che i berlinesi hanno trattenuto nei brani precedenti per rilasciarla in un sol momento in questa jam infuocata dove la batteria picchia duro e le tastiere vengono lasciate fuori dalla sala di registrazione.

End of Forever è un album che non delude e d’altronde nessun album dei Samsara Blues Experiment ha mai deluso, ma sicuramente non è un disco che sorprende o che ammalia: il difetto più grande sta nell’abbandono di ogni velleità orientale, materia che il trio di Berlino ha mostrato, disco dopo disco, di saper padroneggiare con cura e che donava molta varietà ai brani, oltre ad amplificare a dismisura la carica lisergica della musica dei tedeschi. In questo album invece la volontà di rifarsi esplicitamente al blues e alle atmosfere di certo rock anni ’60 penalizza leggermente la fruizione globale dell’opera e infierisce anche con un pizzico di banalità su una proposta che fino ad ora aveva saputo distinguersi per freschezza e relativa originalità. Non giova nemmeno il pressoché totale rifiuto di inserire momenti puramente stoner a favore di distorsioni più contenute e ritmi più distesi, a differenza di un disco come Waiting For the Flood che invece bilanciava perfettamente queste due tendenze. Per contro, si fanno apprezzare gli inserti tastieristici, mai così abbondanti e, soprattutto, la presenza dell’organo che dona quel tocco vintage che risulta comunque credibile e non posticcio.
La strada che i nostri hanno portato a compimento in questo End of Forever era sì già percepibile nel penultimo One With the Universe del 2017, ma quel disco gestiva ancora bene le diverse anime della band senza cedere a compromessi, i quali invece si sono fatti manifesti nel disco d’addio della band. Forse che lo stoner rock sia materia per ragazzini e il blues invece si addica di più ad adulti maturi e responsabili? Può darsi e di certo non colpevolizzeremmo il trio per questo, ma allo stesso modo i Samsara Blues Experiment salutano il loro pubblico con il loro album forse più debole e questo è un po’ un peccato.
Sia chiaro, un album debole per questi berlinesi è con buona probabilità un capolavoro irripetibile per molte giovani band della scena heavy psych, ma dallo stesso gruppo che ci ha regalato brani come Singata Mystic Queen o Shringara era forse lecito aspettarsi di più.
In conclusione lo ripetiamo: cari Samsara Blues Experiment ci mancherete moltissimo. Speriamo che il vostro sia solo un arrivederci e che presto torniate ad allietare i nostri padiglioni auricolari con le vostre sferzate lisergiche; per ora ascolteremo ancora End of Forever e la vostra intera discografia, ricordando con piacere di quando il volume dei vostri pedali fuzz era a 10 e non a 4.
A presto, augurandoci che le parole della titletrack di questo album non risultino davvero profetiche:

All the bits and pieces of a long gone past
Lie shattered to my feet while I got nothing in my hands
For all I wished my life would ever be, ah
I only learned, the good things weren't made to last.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
51.85 su 21 voti [ VOTA]
Black Me Out
Domenica 17 Gennaio 2021, 14.01.29
6
@El Faffo non sei il solo a pensare che Long Distant Trip sia un caposaldo del genere, io ti faccio compagnia. Quest'ultimo disco hai detto bene, è "non male", il che per i Samsara Blues Experiment è un po' un peccato.
El Faffo
Sabato 16 Gennaio 2021, 20.24.20
5
Long Distance Trip rimane, almeno per me, un caposaldo di Heavy-Psych moderno alla pari del primo Earthless. Non male questo ultimo (magari no!) Sforzo.
LORIN
Martedì 12 Gennaio 2021, 18.03.36
4
Disco molto bello, come sempre del resto.
Blessed
Lunedì 11 Gennaio 2021, 19.11.52
3
Un addio/arrivederci che dispiace, certo il genere è parecchio pieno ultimamente. Lo ascolterò per rispetto alla band.
Vortex surfer
Lunedì 11 Gennaio 2021, 13.15.48
2
Chiedo scusa per la domanda"peregrina" alla redazione:ma a quello che si diverte a mettere 30 come voto a tutte le recensioni,che gli avete fatto di male?
tartu71
Lunedì 11 Gennaio 2021, 8.29.45
1
grandi, in effetti speriamo ritornino presto!grazie per la rece black me out
INFORMAZIONI
2021
Electric Magic Records
Psychedelic Rock
Tracklist
1. Second Birth
2. Massive Passive
3. Southern Sunset
4. Lovage Leaves
5. End Of Forever
6. Orchid Annie
7. Jumbo Mumbo Jumbo (Bonus Track)
Line Up
Christian Peters (Voce, Chitarra, Tastiere)
Hans Eiselt (Basso, Cori)
Thomas Vedder (Batteria, Percussioni)
 
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