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Malakhim - Theion
16/01/2021
( 1033 letture )
I debutti portano sempre con sé qualcosa, non sono mai semplici dischi lanciati sul mercato. Specialmente, poi, se tra i membri della band debuttante si trovano musicisti esperti che, nel corso delle proprie esperienze passate, hanno guadagnato una certa fama: è il caso degli svedesi Malakhim, gruppo relativamente giovane fondato nel 2017 nel quale milita Andreas Nilsson, già chitarrista dei Naglfar. La storia discografica della band è quella di mille altre, composta da un demo, originariamente distribuito indipendentemente e poi dalla sempre attenta Iron Bonehead Productions, un EP pubblicato dalla stessa etichetta ed un live album, tutto materiale che ha contribuito a plasmare la carne pulsante di cui è composto il progetto di Umeå e che, con ciò, ha permesso a Theion di esistere.

Il fatto che alla band sia legato il nome dei Naglfar non deve affatto trarre in inganno, sarebbe un errore gravissimo aspettarsi dai Malakhim una sorta di versione 2.0 dei connazionali capitanati da Kristoffer W. Olivius. Certo, forse in certi momenti pare emergere, come un fantasma distante ed antico, qualche sprazzo di melodia che potrebbe rievocare il nome della storica band svedese (Chalice of Ruin) ma, ciononostante, il nome dei Nostri resta slegato e lontano da quello dei Naglfar. La radice black metal è ovviamente la medesima, la sua declinazione è, invece, molto differente. Quello dei Malakhim è un black metal fortemente orientato verso le asperità frantuma ossa del death, probabilmente derivato dalle precedenti esperienze del bassista Tommi Konu (già addetto alle quattro corde nei Deathbound). Nulla di particolarmente originale, sia chiaro. Il black/death del combo svedese è figlio della tradizione musicale scandinava e di sicuro non apporta nulla di nuovo al genere. Però funziona. Funziona maledettamente bene. I vortici sonori che attraversano i circa quaranta minuti di Theion attraggono a sé l’ascoltatore, ammaliato dalla proposta già nella sua componente visiva, con una copertina, ad opera di Mitchell Nolte, che gioca sul sinistro contrasto tra le tonalità calde del rosso e del giallo e quelle fredde delle ombre grigio-verdognole. Il disco è compatto, un monolito di adamantio inscalfibile. La rocciosità del sound dei Malakhim viene esaltata dalla produzione e dal mixing, cristallino e pulito. Da questo punto di vista, il più grosso problema -che, tuttavia, è tale per il sottoscritto e si scioglie nella soggettività del gusto individuale- risiede nel suono eccessivamente compresso del kick della batteria (si pensi al kick di Hellhammer nel mixing originale di Grand Declaration of War), poco pungente ed efficace se inserito in un ecosistema così malefico e solforico com’è Theion. Nonostante la durezza delle composizioni, la musica contenuta in quest’album non si traduce in un assalto sragionato a testa bassa. Anzi, nascosti dietro un muro ruvido di “black metal ortodosso con più di un pizzico di muscoli death-metallizzati”, come descritto dalla Iron Bonehead Productions, si trovano interessanti abbellimenti ed orpelli che rendono la proposta assai più complessa di quello che, ad un ascolto superficiale, potrebbe apparire. Certo, di nuovo, non ci troviamo mai davanti a trovate particolarmente originali ed innovative. Ma, ancora, funzionano alla perfezione. L’esempio migliore lo troviamo forse nella title track posta a conclusione dell’opera: qui le chitarre si sovrappongono intessendo una trama assai stratificata, in un amalgama sonoro di pura malvagità, senza rinunciare però all’eleganza di armonie o ad una struttura cangiante che oscilla tra la furia infernale del black metal, la gravità apocalittica del doom e la delicatezza di un arpeggio conclusivo che sfuma verso il silenzio della fine.

Insomma, i Malakhim hanno fatto vedere i muscoli e le zanne rabbiose con questo disco di debutto. Theion non ha molto da offrire a chi sia alla ricerca di un suono esotico, particolare, differente dal solito. Esso si crogiola nella sicurezza mefistofelica di una formula musicale già sperimentata e confermata da mille altre band, si lascia cullare dalla tradizione black/death, dalla quale eredita tutto quanto di positivo si possa ereditare. Eppure, la band svedese riesce a distinguersi e ad evitare il rischio di risultare una fotocopia di innumerevoli realtà precedenti. Ben fatto.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
57.45 su 11 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2021
Iron Bonehead Productions
Black
Tracklist
1. There Is a Beacon
2. Merciless Angel of Pestilence
3. Slither o Serpent
4. Chalice of Ruin
5. His Voiceless Whisper
6. Hammer of Satan
7. The Splendour of Stillborn Stars
8. Theion
Line Up
E (Voce)
AK (Chitarra)
Andreas Nilsson (Chitarra)
Tommi Konu (Basso)
VT (Batteria)
 
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