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Aghora - Formless
16/01/2021
( 559 letture )
Un’esperienza sensoriale veicolata da parole e musica nel cuore di una terra dalle tradizioni millenarie, come l’India, che ha sempre stregato l’Occidente con il suo fascino esotico e i suoi numerosi volti. Letteratura, erotismo, cinema, danza sono solo alcuni settori in cui la cultura indiana eccelle ma per entrare in perfetta simbiosi con Formless le categorie necessarie sono altre: la religione induista, declinata nella variante estrema professata dalla setta shivaista degli Aghori, il buddismo ed infine la tipica musica popolare rappresentata da strumenti come sitar e tabla. Un progetto di tale portata, mirante ad unire suoni e misticismo orientale con aggressività metal e raffinata tecnica prog, è stato ideato dalla mente di Santiago Dobles che ha fondato la band nel 1995 dopo essere rimasto folgorato dall’ascolto di Focus dei Cynic. Il debutto omonimo, uscito nel 2000, si fregia della stessa sezione ritmica dei maestri, i compianti Sean Malone e Sean Reinert, e si inserisce in quel tracciato che vede la combinazione di un progressive metal iper-tecnico con partiture mutuate dall’ambito della fusion e del jazz. A differenza dei Cynic -facenti uso di growl e clean vocals filtrate con il vocoder- il cantato viene affidato interamente ad una voce femminile: Danishta Rivero, la sorella del chitarrista, scelta che non può non rimandare alla breve era dei Portal con la singer Aruna Abrams.

Il sophomore album oggetto dell’analisi odierna arriva a sei anni di distanza e vede una formazione completamente stravolta rispetto al precedente: l’unico membro rimasto è il mastermind Dobles, stavolta affiancato dall’allora ventenne Diana Serra al microfono e dal bassista Alan Goldstein (cui è affidato l’arduo compito di sostituire l’inarrivabile Malone) mentre il posto dietro le pelli viene equamente diviso tra la new entry Giann Rubio e la collaborazione “part-time” di Reinert. La proposta sonora di base rimane la stessa, prog metal misto a inserti fusion, ma, rispetto ad Aghora, si possono constatare fin da subito alcuni cambiamenti: oltre all’accentuazione della componente indiana, a livello strumentale la chitarra diventa il perno di tutte le composizioni e relega il basso ad un ruolo che, se è ingeneroso definire da comprimario, risulta inevitabilmente più in secondo piano rispetto al passato. Dobles, forse sentendosi alleggerito dal peso di una figura “ingombrante” come quella di Malone, dà qui libero sfogo alla sua incredibile abilità da virtuoso sciorinando un repertorio infinito di tecniche con la sua sette corde accordata in drop B (dall’uso di scale orientali a rapidissime pennate alternate passando per arpeggi in sweep-picking e legato) senza dimenticare l’utilizzo di una fretless, di un banjo usato a mo’ di sitar e delle percussioni con le tabla, i caratteristici tamburi indiani suonati anche dai due batteristi.

Il rituale ha inizio con Lotus, fiore che ha le radici nel fango ma che punta ad innalzarsi fino all’alto del Buddhismo, breve introduzione scandita dal ritmo ammaliante della strumentazione indiana omaggiante John McLaughlin e la Mahavishnu Orchestra. In Atmas Heave, descrivente l’anelito dell’anima a liberarsi dalla gabbia del corpo, fanno il loro ingresso i funambolismi della chitarra di Dobles che macina devastanti riff prog/thrash/technical death alternati ad assoli ed estatici intermezzi fusion al servizio della splendida Diana Serra, vocalist dotata di un timbro cristallino molto elegante diverso da quello più composito e “teatrale” della Rivero. Tecnica sopraffina, melodie toccanti, riff travolgenti e assoli sofisticati marchiano anche l’eccezionale Mokṣa (il definitivo ripudio della materialità e della mondanità dell’ego) e Open Close the Book, prima traccia contrassegnata dal drumming preciso e marziale di Reinert. L’interludio Garuḍa, il mitico capostipite della stirpe dei volatili, diviso tra la quiete della prima parte e lo strappo brutalmente metal della seconda, fa da anticamera a Dual Alchemy, infarcita di tempi dispari e stacchi fusion/jazz in cui si mette in mostra ottimamente anche il basso di Goldstein. Segue la strumentale Dime, degno tributo al grande Dimebag Darrell da parte di Dobles che offre una prestazione monstre spaziando senza problemi tra sezioni più tirate “alla Pantera” e morbide decelerazioni dal sapore fusion. Il chitarrista venezuelano si prende la scena anche nell’intricata 1316 (la time signature del riff portante) mentre in Fade, introspettiva riflessione/accettazione della dipartita di una persona cara, si inserisce in apertura il calore della chitarra flamenco dell’ospite Rolando Grooscors la cui dolcezza mitiga in parte la struggente performance della female vocalist. Se il magistrale prog/fusion di Skinned, arricchito da intriganti richiami ai Tool, sia a livello strumentale sia in alcuni passaggi vocali della Serra presi in prestito da Keenan, ci conquista all’istante, lo stesso fa l’altisonante Mahāyāna -principio buddista che conduce alla liberazione spirituale privilegiando la figura compassionevole del Bodhisattva rispetto all’individualismo dell’Arhat- con i suoi riff duri come macigni, una sezione ritmica fusion/jazz che si riflette nello specchio dei Cynic e le eteree melodie con annesse inflessioni medio-orientali della cantante. La maestosa Formless/Śūnyavāda (la dottrina del Buddhismo teorizzante il concetto di vuoto inteso come vacuità del mondo fenomenico) si configura come il manifesto dell’Aghora sound in cui si ritrovano perfettamente amalgamate tutte le peculiarità esaminate finora e funge da preludio a Purification, l’ascetico outro in cui Dobles stesso intona un ipnotico mantra scandito dalle percussioni indiane e dal banjo, per celebrare la conclusione del percorso spirituale e l’avvenuta purificazione dell’anima.

Una simile iniziazione in musica alla religione/filosofia orientale è un qualcosa a cui è difficile sottrarsi: Formless sprigiona un’attrazione magnetica incentrata sulla solarità del vero e sulla trascendenza del nostro io immateriale, eppure tale luce incorporea è impregnata di un sinistro risvolto occultistico e impuro generato dal credo degli Aghori, fazione guidata da santoni radicali che, vedendo Shiva in ogni cosa, ritiene di poter arrivare alla divinità anche attraverso la morte e pratiche al limite dell’umano. Il disco si mantiene sui livelli elevati del predecessore e, al di là dei gusti personali -c’è chi continuerà a preferire la prima cantante, chi non accetterà l’assenza di Malone o la diminuzione delle sezioni fusion/jazzate in favore di una maggiore pesantezza metal-, non si possono avere molti dubbi: Formless è un lavoro eccellente dove la tecnica dispiegata non fa rima con fredda esibizione virtuosistica ma anzi costituisce il mezzo ideale per esprimere al meglio la profonda complessità dei testi. Chi dunque è in cerca di un progressive metal elaborato, curato nei minimi dettagli e impregnato di fascinose concezioni mistiche orientaleggianti non si può permettere di tralasciare un simile gioiello: ascoltatelo e raggiungerete la pace dei sensi, garantisce Santiago Dobles.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
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OLDROCK61
Venerdì 22 Gennaio 2021, 19.51.26
1
Non li conoscevo però quanto letto mi ha molto incuriosito. Si fa un riferimento a John Mc Laughin (che ho avuto il grande piacere di vedere dal vivo) e la "pesantezza metal" citata nella recensione mi hanno convinto. Li ascolterò al più presto!
INFORMAZIONI
2006
Dobles Production
Prog Metal
Tracklist
1. Lotus
2. Atmas Heave
3. Mokṣa (Liberation)
4. Open Close the Book
5. Garuḍa
6. Dual Alchemy
7. Dime
8. 1316
9. Fade
10. Skinned
11. Mahāyāna
12. Formless (Śūnyavāda)
13. Purification
Line Up
Diana Serra (voce)
Santiago Dobles (Chitarra, Banjo, Percussioni)
Alan Goldstein (Basso)
Giann Rubio (Batteria, Percussioni)
Sean Reinert (Batteria, Percussioni)

Musicisti ospiti
Rolando Grooscors (Chitarra flamenca su traccia 9)
 
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