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Yes - Union
23/01/2021
( 522 letture )
Il 1991 vide la pubblicazione di Union, album che celebrò il ritorno all’ovile della formazione storica degli Yes, quella dei capolavori degli anni settanta, per intenderci. Preceduto da fanfare mediatiche e battage della stampa specializzata, l’album in effetti fu uno degli eventi discografici tra i più attesi dell’anno, e la casa discografica, Arista Records, non lesinò in promozione e costi di produzione. Il titolo del nuovo nato, Union, scelto più dai produttori che dagli Yes stessi (il primo titolo proposto era appunto Dialogue), nell’intento doveva rimarcare fin da subito una supposta armonia ritrovata in seno ai numerosi membri della band, ma fu subito chiaro a partire già dalla difficile e lunga gestazione in studio di registrazione, che il nuovo album sarebbe stato tutt’altro che il frutto di questa tanto decantata unione. Per poter capire il clima rovente che si respirava in quei mesi è opportuno fare un passo indietro per chiarire le dinamiche dello scacchiere del celebre gruppo alla fine degli anni ottanta.

Gli Yes degli eighties sono noti per aver abbandonato ogni velleità progressive per tuffarsi in un rock-pop radiofonico che si inimicherà in parte la schiera dei fan storici ma che sancirà due dei loro successi commerciali più clamorosi. 90125 del 1983 vendette milioni di copie garantendo alla band i primi posti nelle classifiche mainstream di tutto il mondo e susseguente vittoria del brano Cinema ai Grammy. Il successore Big Generator del 1987 ne cavalcò l’onda anche se con un successo di vendite minore. Entrambi gli album godettero di una formazione stabile dietro la sapiente produzione di Trevor Horn coadiuvato da Trevor Rabin nel triplo ruolo di compositore, produttore e musicista: Jon Anderson alla voce, Travor Rabin chitarra e voce, Tony Kay al piano e alle tastiere, Chris Squire al basso e Alan White alla batteria. La fase di composizione di Big Generator creò un certo attrito tra la produzione che voleva ricalcare lo stile di 90128 e Jon Anderson che spingeva per recuperare una parte di strutture più articolate e progressive insite nel DNA delle formazioni storiche. Alla fine del tour mondiale Jon Anderson, sempre più isolato nelle sue idee, decise di lasciare clamorosamente la band. Il passo successivo fu di ricontattare i compagni degli Yes targati anni settanta e fondare una band chiamata semplicemente con i quattro nomi dei colossi del progressive inglese: Anderson Bruford Wakeman Howe. Ricordiamo che Squire era il detentore del nome Yes, in quanto accordi legali precedenti sancivano l’esistenza possibile di un’unica formazione, e mise ben in chiaro la cosa con annessa denuncia. I quattro riuniti (accompagnati da un certo Tony Levin al basso) pubblicarono un omonimo album nel 1989 che ricevette larghi consensi di critica e pubblico e il tour seguente li vide esibirsi più o meno ovunque, forti di vent’anni di successi alle spalle.

Si arriva dunque alle soglie degli anni novanta e la situazione consolidata è questa: due formazione contrapposte della band, due ideologie musicali e la dicotomia stilistica che vede l’apparente inconciliabilità tra gli anni settanta più progressive e gli anni ottanta marcatamente pop rock. Entra in scena il produttore Jonathan Elias che contatta Chris Squire e Jon Anderson, quest’ultimo di fatto il vero ponte e trait d’union tra entrambe le formazioni, e propone il ruolo di coproduttore al cantante e la realizzazione di un progetto ambizioso sotto l’egida dell’Arista Records: un nuovo album targato Yes che veda all’opera contemporaneamente tutti e otto i membri delle due formazioni e susseguente tour mondiale. Inutile dire che l’intento era quello di salvaguardare gli interessi della casa discografica evitando di disperdere il patrimonio musicale di un gruppo storico in due direzioni quasi antitetiche. Infatti in quei mesi sia gli Yes che ABWH stavano componendo materiale nuovo e c’era un rischio altissimo di vedere pubblicati due album nello stesso periodo con magari due tour mondiali in contemporanea.

Union così fu il frutto dell’unione delle migliori demo in fieri delle due band e vide la luce dopo che gli otto artisti ebbero terminato i lavori con diciassette diversi ingegneri del suono, almeno sette produttori e quasi altrettanti studi di registrazioni. Alcuni dei musicisti coinvolti rifiutarono di suonare in presenza con i colleghi rivali e di fatto questa tanto auspicata fusione non avvenne mai, i dissapori furono all’ordine del giorno così come i frequenti battibecchi tra gli entourage degli otto. In definitiva l’album fu composto da quattordici canzoni, di cui otto provenienti dal progetto ABWH e quattro dagli Yes stessi e vide il ritorno del tanto amato artista Roger Dean, autore delle copertine storiche degli Yes, per realizzare il dipinto della copertina dell’ultimo nato. Ironia della sorte, nel suo insieme Union risultò l’album meno coeso ed il più eterogeneo in assoluto nella lunga carriera della band. Furono pubblicati 3 singoli: Lift Me Up e Saving My Heart scritti dal team Yes, l’ariosa I Would Have Waited Forever composta dal team HBWH. Ancora oggi Lift Me Up con il suo coro memorabile tra AOR e Pop riconferma, se ce ne fosse bisogno, l’abilità della squadra anni ottanta a produrre successi da classifica e la canzone rimase sei settimane ancorata saldamente al primo posto delle rock chart americane. Saving My Heart invece abbandona ogni velleità rock con il suo flavour da canzone natalizia e rappresenta forse il nadir musicale dell’album, ma per fortuna I Would Have Waited Forever rimette la band sulle coordinate giuste, nonostante non rinunci ad un chorus che si stampa in mente e non ne esce più. Altri highlights di Union includono Silent Talking con un riff portante di Howe che può dare sfoggio e sfogo all’estro, purtroppo troppo spesso tarpato nelle altre canzoni (Masquerade fu tagliata a 2 minuti di durata), Angor Wat tra progressive e suggestiva world music dove si è ospiti di sua maestà Rick Wakeman, e Miracle of Life, in assoluto la canzone più debitrice agli Yes degli anni settanta con profusione di organi Hammond, batteria a tempi dispari e polifonie vocali uniche ed inimitabili.

Union non è per niente un disco malvagio, tutt’altro, ma soffre di quella mancanza di omogeneità, d’identità stilistica che hanno reso grande ogni disco degli Yes, dal più progressivo al più commerciale. Jon Anderson, prima per l’intera durata necessaria al completamento di questo ostico progetto, poi musicalmente, è il collante che tiene assieme un disco che a volte ha le sembianze più di una raccolta. La versatilità a l’adattabilità del cantante a tracce complesse come a canzoni easy listening non ha eguali e come sempre non delude. Gli stessi produttori avvertirono a tracce ultimate che il prodotto finale era troppo diversificato ed irregolare e per cercare di porvi rimedio chiamarono alcuni session player a riregistrare alcune parti di chitarra di Howe e di tastiere di Wakeman, col risultato di semplificare e banalizzare canzoni potenzialmente grandiose e delegittimare artisti di calibro assoluto. Si racconta che Wakeman scagliò fuori dal finestrino della sua Limousine il CD del nuovo album e che nelle interviste promozionali ne storpiasse il nome in “onion”, cipolla, per sottolineare quanto lo facesse piangere. Vero o falso che sia, resta la certezza che dopo un tour di successo assoluto che vide gli otto musicisti calcare contemporaneamente un palco circolare creato ad hoc, il progetto ad otto implose, e Wakeman, Bruford e Howe abbandonarono il gruppo, nonostante avessero firmato un contratto remunerativo per la realizzazione di altri tre album.

Troppi galli nel pollaio? Indubbiamente. L’arte che soccombe al dio denaro? Possibile, e non sarebbe certo la prima volta. Union rimane l’imperfetta ed incompleta testimonianza che quando si assemblano troppi talenti individuali difficilmente il risultato è migliore della somma delle parti, ma sovente è inferiore. La mancanza di leadership e di un unico produttore ha pesato non poco sulla direzione intrapresa dagli otto musicisti, che quasi mai hanno marciato all’unisono e nella medesima direzione. Per fortuna le capacità sovrumane di alcuni interpreti e il talento di autentici fuoriclasse nella stesura di una manciata di canzoni memorabili, hanno permesso a Union di non essere trascinato a fondo dalla sua stessa forma sgraziata ed irregolare.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
75.25 su 4 voti [ VOTA]
Luka2112
Domenica 31 Gennaio 2021, 22.49.17
5
Un album con spunti interessanti e altri non completamente a fuoco,li vidi anche dal vivo e devo ammettere che forse c’era troppa gente sul palco.Lontani dagli Yes più classicamente progressivi ma raffinati e ugualmente validi.
Allied Forces
Lunedì 25 Gennaio 2021, 18.03.40
4
Come tanti altri dischi iperpompati paga il prezzo dell’aspettativa troppo alta, di fronte a un risultato che per forza di cose non poteva portare a una vera ‘unione’. Di fatto fu il solo Anderson a farsi carico di dare un senso di unità all’intera operazione. Detto questo, la qualità c’è è in qualche caso anche tanta e metto sul piatto giustamente Silent Talking, Angkor Wat, The More We Live, ma anche pezzi tutt’altro che secondari come Holding On e Take the Water... io un ascolto se fossi nel Marchese glielo ridarei
Le Marquis de Fremont
Lunedì 25 Gennaio 2021, 13.59.55
3
Voilà, è stato "preceduto da fanfare mediatiche e battage della stampa specializzata" che non mi sono neanche accorto della sua uscita e non ho presente nessuna delle canzoni. Miracle of Life mi sembra sia un pezzo di Turilli e Evensong è un album degli Amazing Blondel... Vero che sia 90125, con l'insopportabile Owner of a Lonely Heart che Big Generator, non mi erano piaciuti per niente (tra l'altro hanno il primato assoluto delle copertine più brutte dagli Yes) ma ABWH del 1989 lo avevo comprato e mi piaceva, anche se non era un capolavoro. Nel 1991 poi, divorziavo dalla mia seconda moglie e non mi ricordo grandi album, tranne Dust and Dreams dei Camel e Rain Tree Crow dei Japan (non seguivo ancora il metal...). Questo mapazzone Buggles/Yes sa anche troppo di operazione "makemoney" in maniera evidente. Tra l'altro, ho contato nei credits, oltre ai tre tastieristi della line-up, ben 7 ai sintetizzatori e altri 3 alle tastiere tra gli ospiti: ma nell'album, ci sono sufficienti note da far suonare a tale grande armée? Au revoir.
Aceshigh
Lunedì 25 Gennaio 2021, 10.57.43
2
Un album che non mi ha mai convinto fino in fondo. In pratica è il secondo degli ABWH con Tony Levin a cui sono state aggiunte 4 tracce degli Yeswest. A parte Anderson le due formazioni non si sono mai incontrate, non suonano neanche una nota insieme (peccato, un’occasione sprecata forse) e alla fine questa pubblicazione suona come una sorta di pretesto per poter successivamente salire sul palco in 8 e suonare... Awaken (di quest’album nel famoso successivo tour suoneranno non più di 3 brani). Detto questo l’album non è male, anche se alterna grandi pezzi (picco massimo per me The More We Live-Let Go, targata Yeswest, ops!) ad altri francamente discutibili (Dangerous non riesco proprio a digerirla). Delle capacità dei musicisti neanche vale la pena parlare: basta leggere i nomi d’altra parte. E forse è proprio per questo che - malgrado alcuni spunti notevoli - Union mi lascia sempre l’amaro in bocca. Voto 77
Lizard
Sabato 23 Gennaio 2021, 14.45.22
1
Primo disco degli Yes che ho comprato, attirato dal video di Lift Me Up. Trovo che le composizioni della parte ABWH fossero molto piacevoli, mentre dall'altro lato devo dire che Rabin è davvero un mostro: grande chitarrista, ottimo cantante, compositore e produttori clamoroso... Non è il loro disco migliore e probabilmente in pochi lo amano, ma confesso che complici i ricordi, lo riascolto sempre volentieri.
INFORMAZIONI
1991
Arista Records
Prog Rock
Tracklist
1. I Would Have Waited Forever
2. Shock To The System
3. Masquerade
4. Lift Me Up
5. Without Hope You Cannot Start The Day
6. Saving My Heart
7. Miracle Of Life
8. Silent Talking
9. The More We Live / Let Go
10. Angkor Wat
11. Dangerous (Look In The Light Of What You're Searching For)
12. Holding On
13. Evensong
14. Take The Water To The Mountain
Line Up
Jon Anderson (Voce)
Trevor Rabin (Chitarra, Tastiere, Voce)
Steve Howe (Chitarra, Voce)
Rick Wakeman (Tastiere)
Tony Kaye (Tastiere)
Chris Squire (Basso, Voce)
Bill Bruford (Batteria)
Alan White (Batteria)

Musicisti ospiti
Deborah Anderson (Voce)
Gary Falcone (Voce)
Tommy Funderburk (Voce)
Ian Lloyd (Voce)
Michael Sherwood (Voce)
Jimmy Haun (Chitarra)
Tony Levin (Basso)
Jerry Bennett (Sintetizzatori, Percussioni)
Steve Porcaro (Sintetizzatori)
Sherman Foote (Sintetizzatori)
Brian Foraker (Sintetizzatori)
Chris Fosdick (Sintetizzatori)
Gary Barlough (Sintetizzatori)
Rory Kaplan (Sintetizzatori)
Jim Crichton (Tastiere)
Jonathan Elias (Tastiere)
Alex Lasarenko (Tastiere)
Allan Schwartzberg (Percussioni)
 
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