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Mazeppa - Mazeppa
11/02/2021
( 806 letture )
Vorrei iniziare questa recensione fuoriuscendo per un attimo dai panni del critico – o sedicente tale – per rimanere invece in quelli di Alex, semplice ascoltatore puramente onnivoro affamato di novità e sempre alla ricerca di gemme provenienti dall’underground, che ricerca i propri ascolti spulciando tra etichette indipendenti, canali YouTube dalla risicata visibilità, filtri su Bandcamp e, in tempi più felici, concerti nelle location più umili e pregne di passione.
La quantità di dischi che ho la fortuna di passare in rassegna giorno per giorno è alta, di conseguenza il tempo che si dedica a ciascun ascolto è talvolta risicato, ma mai senza un motivo; l’ascolto è una cosa seria e bisogna dedicarcisi con dedizione e rispetto per l’artista, ma anche e soprattutto rispetto per se stessi, dal momento che ascoltare musica è prima di tutto un piacere e tale dovrebbe essere sempre.

È con questa premessa che vi parlo di questo piccolo grande album intitolato Mazeppa, dal nome stesso della band che lo ha composto. I quattro musicisti che compongono la band provengono da Haifa, in Israele, e il loro album è di freschissima pubblicazione; il merito lo si deve all’interessante etichetta digitale tedesca Aumega Project, che si occupa di donare un minimo di visibilità ad artisti difficilmente catalogabili provenienti dalle più disparate aree del globo terrestre. Tra elettronica minimale, ambient e sperimentazioni sonore l’etichetta trova uno spazio consistente per proposte artistiche inseribili nel calderone del rock psichedelico e proprio qui rientrano – a fatica, è il caso di dirlo – i Mazeppa.
La band nasce nel 2017 e nel corso degli anni pubblica tre singoli, tutti raccolti nell’omonimo album di debutto pubblicato il 10 febbraio. Il particolare moniker scelto dai membri si rifà al cognome dell’eroe ucraino Ivan Stepanovič Mazeppa, vissuto nella seconda metà del Seicento e fonte di ispirazione per poeti e musicisti fino ai giorni nostri, grazie alle sue imprese militari. Tra i suoi più celebri estimatori vi sono il poeta George Gordon Byron, autore tra il 1817 e il 1818 di un poemetto intitolato Mazeppa, che traccia un bel riassunto della vita dell’atamano (termine che designa un grado militare adottato nello Stato Cosacco), e il compositore Franz Liszt, che scrisse un poema sinfonico con lo stesso titolo nel 1851. Per non parlare poi degli onori tributati all’ucraino da artisti come Puškin, Hugo e Čajkovskij. Consiglio caldamente di informarsi sulla vita di questo personaggio storico, interessante sotto molti punti di vista.

Torniamo alla musica ora: il nucleo del gruppo israeliano ruota intorno alla fascinosa figura di Michal Pérez Noy, leader dalla voce ammaliante a cavallo tra Beth Gibbons e Liz Frazer (riferimenti assolutamente non casuali) e responsabile della completa composizione e scrittura del disco, al quale gli altri musicisti hanno contribuito in fase di arrangiamento. Di fondamentale importanza per la riuscita dell’opera la figura di Benjamin Esterlis, il quale oltre ad aver mixato e prodotto l’album, ha messo mano a numerose sezioni strumentali aumentando l’eclettismo della proposta dei nostri.
Come detto poco fa la musica contenuta in Mazeppa è confinabile nei limiti del rock psichedelico, ma questa etichetta a conti fatti risulta solamente una convenzione di comodo, utile per catalogare l’opera, ma assolutamente fuorviante per descriverla e sviscerarla appieno: le influenze degli israeliani sono molteplici e prendono in considerazione lo scibile della musica pop/rock più intellettuale, dall’art rock di David Bowie e Bryan Ferry fino al trip hop dei Portishead, esemplificato appieno nella stupenda Solitude, che si avvale tra l’altro delle parole del poeta boemo Rainer Maria Rilke, riferimento centrale per le liriche della band, la quale ne fa sfoggio in ben sei brani su otto.
I cinquanta minuti del disco sono un continuo alternarsi di emozioni e suggestioni differenti, provenienti dalle diverse anime della cantante e dei compagni di band, e il taglio internazionale che la musica dei Mazeppa tende a mostrare non prescinde fortunatamente dal mostrare le proprie radici geografiche, che si mostrano sotto forma di scale esotiche e ritmi orientali; queste caratteristiche risaltano ulteriormente proprio perché vengono inserite in contesti prettamente “occidentali” come nell’iniziale Arms, un concentrato di psichedelia shoegaze dagli influssi melodici arabeggianti, che sul finale alza il ritmo fino a sfiorare lidi punk.
Fin dall’inizio si fa apprezzare la produzione pulita e moderna del disco, che lascia i suoni definiti e brillanti pur senza strafare, per un risultato decisamente apprezzabile e in qualche frangente davvero esaltante.
I suoni riescono a stare a metà tra attualità e vintage, ma sia in un caso che nell’altro non si percepiscono forzature studiate a tavolino, tutto l’amalgama strumentale esplode con organicità mostrando una vitalità genuina e passionale, esattamente come la voce di Michal Pérez Noy.
C’è profumo di India in The Way In, ma è un’India che si fonde con le suggestioni del rock turco anni ’70 – ne avevo già parlato in quest’occasione – un ibrido che gli israeliani riescono a creare con credibilità e forza, soprattutto in prossimità dei crescendo strumentali dove la chitarra di Asaf Koren si trasforma prima in sitar e poi in saz. Questo è senza alcun dubbio l’episodio più classicamente psychedelic rock in scaletta, ma riesce ad integrarsi perfettamente con il resto dei brani, ponendosi anzi fra i momenti migliori dell’album.

La scaletta continua a muoversi poi fra frammenti debitori dei Velvet Underground ed altri dal retrogusto dream pop, dolciastro e malinconico. Anche i minutaggi dei singoli brani sono gestiti con intelligenza e quando la durata si fa elevata vi è sempre una motivazione necessaria a giustificarla, senza che la musica si trascini attraverso lungaggini strumentali alla lunga noiosi.
Il bilanciamento tra voce e musica infatti è estremamente ragionato e in equilibrio tra le parti, così come nella conclusiva e programmatica Lullaby, che inizia citando Il Mattino di Edvard Grieg e si sviluppa lenta e inesorabile attraverso movimenti impalpabili ed eterei, dove protagonista è la voce, per poi lasciare sempre maggiore spazio alla chitarra e agli archi. La costruzione emozionale del brano è pregevole e se in certi frangenti sembra di ritrovarsi tra i solchi di Wish You Were Here e in altri tra quelli di Yoshimi Battles The Pink Robots, è altrettanto vero che la personalità della band è debordante in fase di arrangiamento e la sensazione di essere ben radicati nelle strade affollate di Haifa è sempre ben presente e funge da vero punto di forza dell’album.
Rientrando quindi nei panni dell’ascoltatore, quando si finisce di ascoltare Mazeppa si prova quell’emozione contrastante che fa sentire come in possesso di un tesoro inestimabile e si è indecisi nel condividerne la conoscenza con tutti o nel tenerselo stretto per sé, consci del proprio valore. È qui che subentra il recensore, che decide di parlare apertamente dell’opera e divulgarne l’esistenza in modo tale che possa essere fruita da quanti più appassionati possibile.

Questo disco è una vera e propria perla, che purtroppo – ma spero di no – rimarrà sepolta nei meandri dell’underground senza godere dei riconoscimenti che le sarebbero dovuti. Con questa recensione l’intento di chi vi scrive è quello di poter donare un minimo risalto a musica di indubbio valore, proveniente da una zona del mondo di cui certamente conosciamo molto meno di quello che ci è dato conoscere e proprio per questo un’opera d’arte ivi concepita può fungere da cartina al tornasole per comprendere l’attività della scena musicale locale, in un’ottica sì ristretta, ma non per questo meno interessante.
Nell’attesa che il disco dei Mazeppa possa uscire anche in una degna edizione fisica (si è detto in apertura come Aumega Projects sia un’etichetta dedita solamente alla produzione digitale) l’augurio è quello che la band possa continuare a comporre e dare vita alla propria visione di rock psichedelico ancora a lungo, per la gioia di tutti i cultori dell’underground che hanno la fortuna di poter scoprire questo genere di tesori durante le proprie peregrinazioni in rete.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
74.5 su 8 voti [ VOTA]
Black Me Out
Mercoledì 17 Febbraio 2021, 21.27.18
6
Non posso ribadire il mio entusiasmo nello scoprire che chi ha commentato ha apprezzato il disco; è davvero importante dare risalto a realtà come questa, destinate a rimanere sepolte nell'underground. Sarebbe bello se ciò accadesse anche per le realtà italiane valide che faticano ad emergere, ma questo è un problema ben più complesso che una buona recensione non riuscirà mai a debellare...
Tino
Mercoledì 17 Febbraio 2021, 20.17.09
5
Ho ascoltato qualcosa e mi ha fatto un'ottima impressione, gruppo senz'altro da approfondire. Ho sentito forti influenze anche dei primi gathering e anche dei soundgarden più psichedelici, quelli con le sonorità indiane di Kim tahil. PS la provenienza geografica è un valore aggiunto
LUCIO 77
Mercoledì 17 Febbraio 2021, 19.04.43
4
L' ho ascoltato un paio di volte e mi ha fatto una bella impressione.. A Me la Cantante ricorda Lana Del Rey.. Voce suadente..
Pink Christ
Martedì 16 Febbraio 2021, 13.11.36
3
Veramente una bella scoperta, lo sto ascoltando adesso e devo dire che è fatto davvero bene e lei ha una voce sensazionale. Lo farò mio appena possibile.
Black Me Out
Lunedì 15 Febbraio 2021, 10.08.35
2
@Konradz Credimi, fa davvero piacere leggere commenti come il tuo, che nobilitano sia la musica trattata sia la motivazione di chi scrive. Vero è che questa è l'unica recensione in italiano di questo disco ad ora, mentre le recensioni internazionali non mancano, ma sono comunque risicatissime. Personalmente ho voluto dare un minimo di risalto a questa piccola realtà, che così come la maggior parte degli emergenti rischia l'oblio perenne. Quando però si è davanti a musica di qualità come quella contenuta in "Mazeppa" lo sforzo per condividerla e diffonderla è davvero giustificato.
Konradz
Sabato 13 Febbraio 2021, 15.39.58
1
Un gran bel debutto, vario nelle ispirazioni e coerente al tempo stesso. Scaricato subito, lo sto ascoltando e il voto è senz'altro oltre l'80. Mi sembra che la recensione di Metallized sia attualmente l'unica nel mondo del web, altro bel segno della ricettività di questa webzine alla musica che va oltre il genere cui è dedicata. Personalmente mi fa bene ricordare che i confini del rock e della buona musica in genere sono ben più ampi delle mie amate consuetudini!
INFORMAZIONI
2021
Aumega Project
Psychedelic Rock
Tracklist
1. Arms
2. Storm
3. The Way In
4. Sunset
5. Solitude
6. Tree
7. Roses
8. Lullaby
Line Up
Michal Pérez Noy (Voce, Chitarra)
Asaf Koren (Chitarra)
Elad Bardes (Basso)
Amir Noy (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Benjamin Esterlis (Chitarra, Tastiera, Synth, Archi, Percussioni)
 
RECENSIONI
 
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