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Evangelist - Ad Mortem Festinamus
18/02/2021
( 264 letture )
Destroying modernism and restoring tradition since 2008 A.D.

Diciamo che le intenzioni degli Evangelist, epic doom metal band proveniente dalla Polonia, sono manifeste e piuttosto chiare. Formati appunto nel 2008, i nostri arrivano alla pubblicazione ufficiale del primo album Partibus Infidelium nel 2011, realizzando quindi il secondo album Doominicanes nel 2013. La loro carriera discografica prosegue poi nel 2014 con la pubblicazione di uno split con i Capilla Ardiente, nel quale pubblicano la loro versione doom del classico Freezing Moon dei Mayhem, per poi pubblicare il terzo album nel 2018, dal titolo Deus Vult. Nel periodo di intermezzo, alcuni membri trovano il tempo di dar vita anche a una nuova band: i Monasterium, nei quali rivelano i loro veri nomi, che restano invece segreti per gli Evangelist. La tradizione dei titoli in latino prosegue quindi col qui presente EP Ad Mortem Festinamus, pubblicato negli ultimissimi giorni del 2020. Le canzoni che compongono questo EP nascono in periodi diversi: i primi due brani e l’ultimo, cover dei Manilla Road, provengono infatti dalle sessioni di scrittura e registrazione del terzo album, mentre le altre sono state composte e registrate recentemente, per la pubblicazione di Ad Mortem Festinamus.

Come si può facilmente evincere dai titoli degli album e dei brani, nonché dal monicker stesso della band, le tematiche religiose rivestono una grande importanza per gli Evangelist. Non sono comunque le sole, dato che i riferimenti concettuali e lirici dei polacchi si rifanno in generale al rifiuto della modernità e all’esaltazione di valori tradizionali che non sono necessariamente quelli religiosi, senza disdegnare tematiche occulte e orrorifiche, che comunque sono sempre riconducibili alla distruzione del corrotto mondo moderno, anche quando prendono spunto dalla letteratura classica del genere, da Lovecraft a Robert Howard. In questa nuova uscita, aggiungiamo quindi i valori cortesi, inteso con questo termine i valori cavallereschi tipici del ciclo arturiano e della letteratura cavalleresca di Chrétien de Troyes e qui ben rappresentata proprio dall’opener Perceval, versione francese del Parsifal italianizzato e già omaggiato da Richard Wagner e anche dai nostrani Pooh.
L’epic doom di casa Evangelist è pienamente rispondente ai canoni più classici del genere, con particolare rilevanza proprio dei capostipiti Candlemass, più volte riecheggianti nelle trame di Ad Mortem Festinamus. Siamo quindi al cospetto di un sound magniloquente, lento e cadenzato, estremamente epico nelle intenzioni e carico di enfasi, preferendo comunque una connotazione piuttosto oscura e soffocante, che privilegia quindi la resa eroica alla dinamica, sacrificata in tutti i trentasei minuti di durata dell’EP. A conferma dell’indirizzo indicato arriva anche la prestazione vocale, che sceglie sempre una narrazione stentorea, potente, carica di pathos e figlia dello stile di Messiah Marcolin, seppur non così orientata verso il vibrato operistico. Linee melodiche pulite, quindi, con refrain identificabili e facilmente intonabili mentre si marcia, spada al fianco, verso lo scontro finale col nemico. Come da tradizione, grande importanza in questo affresco viene rivestita dal riffing cadenzato e potente delle chitarre, spesso impegnate anche in duelli vibranti, che costituiscono in qualche caso l’aspetto più interessante e riuscito dell’EP. Colpisce fin da subito la qualità della citata prima traccia Perceval, sicuramente il brano più emozionante del lavoro: qui gli Evangelist danno il loro meglio, sotto tutti i punti di vista, ispirati dal tema dell’eroico cavaliere, il più puro d’animo, il solo di tutti cavalieri della Tavola Rotonda partiti alla sua ricerca, che riuscirà a vedere e avvicinare il Sacro Graal, nella versione primaria di Chrétien de Troyes. Molto riuscita la resa di questo brano e l’eroismo segnato dalla fede del cavaliere viene esaltato dalle forti influenze heavy ed epiche della canzone, che pur con qualche secondo di troppo, tocca il proprio climax proprio nello scambio chitarristico finale. Purtroppo, da qui in poi l’EP scivola via via su un binario senza uscita. Già la successiva Anubis (On the Onyx Throne of Death), che pure cambia radicalmente scenario, spostandosi verso il Libro dei Morti egizio, non riesce nello stesso equilibrio della precedente, pur rimanendo comunque interessante. Le tre tracce che seguono, invece, non fanno che riproporre di fatto la stessa ricetta, sempre con minor convinzione e diventando alfine piuttosto noiose e ripetitive, mancando proprio di quella vibrante capacità di evocare il Mito che è il pane essenziale di questo tipo di uscita. E’ quasi preoccupante che questo avvenga proprio con le composizioni più recenti: si poteva pensare che essendo brani non inseriti nel disco precedente, fossero infatti le due tracce iniziali le meno interessanti e ispirate e invece succede proprio l’inverso. Una parola infine per la riuscita cover acustica di Mystification che pur senza nulla aggiungere alla stratosferica qualità e all’affabulazione inimitabile del verbo di Mark Shelton e dei suoi Manilla Road, costituisce una piacevole rilettura, che chiude il disco invero in maniera onorevole, seppure senza fuochi d’artificio che riscattino il progressivo impaludamento centrale dell’EP.

La crociata contro gli infedeli degli Evangelist si arricchisce insomma di un nuovo episodio, che arriva a colmare un lasso di tempo abbastanza lungo, dopo un terzo album che, a sua volta, arrivava dopo quasi quattro anni di silenzio. Difficile dire se questo significhi qualcosa per il gruppo polacco e rifletta in qualche modo una difficoltà a garantire continuità al progetto. Un’impressione che si coglie anche dal dislivello tra le composizioni e dal recupero di brani registrati ormai tre anni fa, che comunque non vanno a comporre un disco intero. In conclusione, si ha come l’impressione che le tre canzoni centrali dell’album siano in realtà state composte e registrate al solo scopo di giustificare la pubblicazione delle altre. Non che di per sé siano brutte o mal eseguite e concepite, questo assolutamente no. La professionalità, l’amore e la cura con cui ogni brano giunge all’ascoltatore non ammettono dubbi in merito e una Pale Lady of Mercy, presa da sola non fa certo brutta figura, come non lo fa il bel finale di Towards the End. Purtroppo, non tutto fila come dovrebbe e forse una maggiore varietà dinamica non avrebbe guastato, anche se il vero limite di Ad Mortem Festinamus non pare in verità essere il costante tempo medio cadenzato tipico del genere. E’ semmai il rincorrere sempre la stessa formula a effetto, che se può reggere per tre brani di seguito, includendo anche Puritan nel novero delle tracce di piacevole ascolto, non riesce inevitabilmente a evitare la caduta dell’attenzione da lì in poi. Per un EP questo è davvero un peccato mortale, anche se la durata complessiva è quasi da album completo e risulta difficile non considerarlo infatti in questa veste, se non per le diverse sessioni di composizione e registrazione. Non sarebbe corretto considerarla una uscita brutta o non riuscita e alla fine quattro brani su sei almeno sono ben più che sufficienti, nessuno davvero brutto o inutile e Perceval si attesta su livelli senz’altro più che buoni. Diciamo che era lecito aspettarsi qualcosa di più, nel complesso ed è un peccato non averlo avuto. Un ascolto, comunque, lo merita senza dubbio, in particolare dagli amanti del genere.



VOTO RECENSORE
68
VOTO LETTORI
39.5 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2020
Nine Records
Doom
Tracklist
1. Perceval
2. Anubis (On the Onyx Throne of Death)
3. Puritan
4. Pale Lady of Mercy
5. Towards the End
6. Mystification
Line Up
Nessuna informazione
 
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