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Emptiness - Vide
18/02/2021
( 569 letture )
Era il 1912 quando Vassilij Kandinskij scrisse che «l’assoluto non dev’essere ricercato nella forma» [Sulla Questione della Forma, V. Kandinskij], invitando il lettore ed il fruitore dell’arte a superare il formalismo ed il materialismo per accedere al «contenuto interno» dell’opera. Una tal ricerca dell’assoluto sembra essere lo scopo ultimo della musica dei belgi Emptiness. Nati in seno ad un death metal che si è via via reso sempre più astratto e surreale insieme (si ascoltino i precedenti lavori Error, Nothing but the Whole e Not for Music per comprendere cosa intendiamo), con Vide, secondo album sotto Season of Mist, si sono spinti oltre quei confini già sottoposti a forte stress sperimentalista negli anni passati.

La carriera dei Nostri può essere vista come un graduale processo di evaporazione del death metal. Di disco in disco, essi hanno sottratto un poco di durezza del metal estremo, lasciando sul fondo, come cristallizzata e sempre più preponderante, una patina sognante il cui sapore confonde ed annebbia. Dopo Not for Music, nel quale le reminiscenze death metal sopravvivevano nel cantato in growl, Vide porta a compimento questo percorso di astrazione. Il risultato è un album la cui musica è difficilmente descrivibile se non per riduzioni e semplificazioni che la racchiudano entro i confini di un dream pop ed un post-rock oscuri e sfuggenti. Ascoltare questo lavoro è come ammirare una tela di Piet Mondrian o di Josef Albers. C’è un rigore geometrico nelle pennellate del complesso belga, perfettamente esemplificato dal suono del respiratore che apre Un Corps à l’Abandon e che parte come suono d’ambiente, salvo poi trasformarsi in strumento che sorregge lo svolgersi della musica, con il suo incedere preciso, spigoloso, metodico. Geometrico, appunto. Ma tali geometrie rifuggono la rappresentazione, consegnano la musica nelle mani di una forma senza forma, di un genere privo di genere. Ci troviamo così ad assistere in una metamorfosi che non è solo interna al disco ma che investe l’intera carriera degli Emptiness, la cui identità risiede nel non averne una o, viceversa, nell’averne infinite. Il suo andamento lento e blando è ipnotizzante e, insieme, frustrante. In più di un’occasione -ad esempio in Vide, Incomplet- i Nostri tracciano sentieri che sembrano condurre verso luci esplosive ed accecanti, salvo poi deludere le aspettative e troncando i propri discorsi appena prima del culmine del climax. L’ascoltatore si trova così a dover completare un lavoro che istiga e punzecchia (massima espressione del “coinvolgismo”, se volessimo citare un famoso trio comico italiano).

I singoli brani inciampano l’uno nell’altro e non lasciano punti di riferimento. Capita anche di trovare un riff di chitarra passeggero che, invece, sarà protagonista di una canzone successiva: è il caso della bellissima Ce Beau Visage Qui Brûle, le cui sognanti plettrate concludono, in una sorta di premonizione, Le Mal Est Chez Lui che la precede di due posizioni nella scaletta - le due sono separate dai ventinove secondi di Le Sévère -, in una struttura fatta di rimandi intricati, come un flusso singhiozzante e scostante. Con Vide gli Emptiness sembrano aver voluto rafforzare le parole di Jean-Luc Nancy, quando scriveva che «ascoltare […] implica un’intensificazione e un impegno» [All’Ascolto, J.-L. Nancy]. La musica contenuta in questo disco si sottrae all’ascolto, spingendoci così ad inseguirla per cercare di catturarla. Prendiamo l’ottima Détruis-moi à l’Amour, che si apre con un riff che non avrebbe stonato in Grace di Jeff Buckley. A partire da questo si sviluppa un brano sotto la cui cute si muovono sinistri impulsi sintetici, rendendo inquieto un ascolto potenzialmente piacevole. Le voci sussurrate e dense di effetti che pronunciano parole difficili da decifrare rendono il tutto ancora più angosciante. Avvicinandoci al finale, monta lentamente una sensazione che assomiglia ad un senso di libertà, accarezzato dalla breve sezione strumentale e delicata che precede i severi rintocchi di una batteria distorta, dall’incedere quasi doom, che ci lascia con l’amaro in bocca. Sfuma verso il silenzio, mentre allunghiamo una mano per afferrarla e svelarne i misteri e gli orrori nascosti. Ma è già tempo di Plus Jamais, nuova tela astratta e sognante, capitolo che annulla quello appena concluso e sospeso in un limbo senza tempo.
Musica di questo tipo, che per molti può apparire assai intrigante, nasconde in sé il rischio di essere eccessivamente autoreferenziale. I brani calmi, che si lasciano attraversare da dream pop, musica lounge, post-rock, con qualche accenno di ambient, industrial e jazz a condire il ricco piatto, a tratti soffrono la mancanza di un vero e proprio mordente. L’insistenza di Bezier e compagni nell’elidere i momenti apicali dei crescendo che, un po’ come nella tecnica pittorica del dripping, costellano il disco alla lunga può trasformare una frustrazione intellettualmente stimolante in fastidio vero e proprio. Perfetto esempio, in tal senso, è la conclusiva L’Ailleurs, canzone nella quale i Nostri allungano la scalata verso il climax, senza però mai concedere il piacere estatico dello sfogo sonoro. Se, nelle giuste dosi, un simile approccio compositivo offre un’esperienza estetica ed intellettuale di sublime livello, quando viene esagerata ed inflazionata può comprometterne la perfetta riuscita.

Ciò detto, Vide ascoltiamo qualcosa che non può essere ascoltata. La precisione geometrica e l’incrociarsi di linee sghembe coesistono in tele sonore astratte nelle quali è possibile ritrovare elementi noti e ben distinguibili, riconducibili a generi definiti, che, proprio come le linee nere ed i quadrati colorati di Mondrian, eccedono la propria forma aprendo le porte all’assoluto. Un assoluto accessibile solo a chi decida di abbandonarsi agli Emptiness e di lasciarsi ipnotizzare dalla loro quiete inquietante, dalle loro note pacate, rassicuranti e sinistre.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
92 su 1 voti [ VOTA]
freedom
Sabato 20 Febbraio 2021, 12.15.26
7
Ostici ma molto affascinanti. Quando l'arte non cerca a tutti i costi il consenso del pubblico secondo me si vince a priori.
Bob
Giovedì 18 Febbraio 2021, 18.44.02
6
Affascinante e particolare .non ho ancora ascoltato,ma la recensione invita parecchio.
Altroquando
Giovedì 18 Febbraio 2021, 14.16.11
5
@doom: vista la quantità di copie vendute di libri di poesia, potrebbero solo averne vantaggio
Doom
Giovedì 18 Febbraio 2021, 13.23.22
4
@Tyst mah, non credo che Manes o Ulver arriverebbero a tanta piattezza (anche se gli Ulver ormai visivamente stan speculando su immagini di repertorio, pur se ben scelte), in Vide si tratta di un bambino appena nato (chiaramente un bambolotto), capovolto, che seppur concettualmente può avere un senso, nella sua rappresentazione è banale e scontata. Non capisco proprio come non abbiano riflettutto sul risultato finale, di primo impatto rischia veramente di penalizzare l'uscita, è come pubblicare un delicato libro di poesie mettendo una pinup in copertina.
Tyst
Giovedì 18 Febbraio 2021, 13.00.01
3
@Doom concordo sul discorso della copertina, che ho preferito non affrontare in sede di recensione. Non riflette la musica e, anzi, a me pare più adatta ad un disco dei Manes o degli Ulver, piuttosto che a questo
Doom
Giovedì 18 Febbraio 2021, 12.57.31
2
Bello, molto bello. Questo ormai distacco completo dal metal completa la metamorfosi della band e gli dona una personalità veramente d'avanuardia. Ci si può perdere nei molti dettagli e nelle svariate trame di ogni brano. Peccato la copertina che a mio parere è troppo figurativa, davvero fuori luogo e banalizza il lavoro, le copertine di Nothing... e Not for Music erano molto più adatte nella loro sospensione espressiva.
Black Me Out
Giovedì 18 Febbraio 2021, 9.55.09
1
Per me un disco tanto difficile quanto affascinante. Da ascoltare più volte sicuramente, ma qui c'è tanta carne al fuoco che merita la pena approfondire.
INFORMAZIONI
2021
Season of Mist
Post Metal
Tracklist
1. Un Corps à l'Abandon
2. Vide, Incomplet
3. Le Mal Est Chez Lui
4. Le Sévère
5. Ce Beau Visage Qui Brûle
6. Détruis-moi à l'Amour
7. Plus Jamais
8. L'Erreur
9. On N’En Finit Pas
10. L’Ailleurs
Line Up
Jeremie Bezier (Voce, Chitarra, Basso)
Olivier Lomer (Chitarra)
Jonas Sanders (Batteria)

Musicisti Ospiti:
David Alexandre Parquier (Tastiere)
 
RECENSIONI
 
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