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Reverend Bizarre - III: So Long… Suckers
20/02/2021
( 709 letture )
Doom Metal is dead.

Bisogna essere davvero sfacciati per dichiarare la morte di un genere musicale con l’uscita del tuo disco. Come a dire “non potrete mai fare meglio di noi, il doom non ha più senso di esistere”. Qualcosa che viene sottolineato anche dal titolo: So Long… Suckers. Ma non basta essere solo arroganti, provocatori e sarcastici, bisogna essere i Reverend Bizarre, che nel 2007 mettevano una lapide sulla loro avventura e, stando a loro, sull’intero genere. Va da sé che non possiamo certo dire che il doom sia morto, ma a distanza di più di dieci anni dal terzo ed ultimo disco dei finlandesi, non si può non fare a meno di notare come sia difficile trovare qualcosa di simile non solo al lavoro stesso, ma al gruppo.

All’interno del libretto troviamo un messaggio d’addio che parla chiaro: quello che si sta per ascoltare è la summa del genere, del gruppo, che in più di due ore (due ore e dieci ad esser precisi) manifesta tutta la sua grandezza e voglia di lasciare il segno con un disco talmente pieno di materiale che alcuni potrebbe potrebbero averne per due uscite. Ma parliamo dei Reverend Bizarre, che non si sono certo limitati a diventare degli epigoni ma, anzi, hanno reso personale e unica una proposta non facile da "fare propria" senza chissà quali trovate stilistiche, ma grazie ad un’abilità nello scrivere canzoni più unica che rara. Concepito come un lavoro distribuito su due dischi entrambi da un’ora circa, a dare il via troviamo They Used Dark Forces / Teutonic Witch, un pezzo da ben ventinove minuti. Un azzardo, un’esagerazione dirà qualcuno, e invece no. Non si tratta neanche di una suite, ma di un’unica lunghissima traccia in cui le caratteristiche dei tre sono chiare da subito e riconfermano quanto si diceva sulle abilità compositive. Lascia quasi perplessi notare come i primi tre minuti del pezzo (il primo riprende il riff di Burn in Hell, canzone d’apertura del debutto) presentino un unico lento riff ripetuto ossessivamente e solo dopo viri su di una cavalcata tanto semplice quando in grado di ipnotizzare; c’è dello psichedelico nei finlandesi, e lo dimostrano attraverso questo tipo di riff e tramite la sempre persuasive voce di Albert Witchfinder. La grande abilità nello scrivere pezzi così lunghi ma "catchy" si sposa con un cantato che rende memorabili svariati passaggi, a quelli più intensi a quelli in cui il doom più puro, lento e se vogliamo "mistico" diventa protagonista. È il caso di Sorrow, altra lunga traccia (venticinque minuti) fatta, per più di metà, di ritmi decadenti in cui le chitarre riescono però a creare una trama melodica in sottofondo e non solo, è un ottimo momento per sottolineare il grande lavoro alla batteria di Earl of Void; pur trattandosi di ritmi lenti il batterista riesce ad inserire dei pattern comunque dinamici che a dieci minuti dalla fine lanciano il gruppo in una delle loro classiche cavalcate dai richiami stoner. E a questo punto ecco che non si può non far presente come Albert Witchfinder sia uno dei migliori bassisti in ambito doom. Se si conoscono i lavori precedenti non saranno di certo sfuggiti i suoi assoli di "Butler-iana" memoria, e lo stesso avviene su questo lavoro: i due brani per ora citati mostrano proprio il bassista impegnarsi in assoli sia veloci (specialmente nella prima traccia) che in quelli più lenti e in bilico tra jazz e blues come avviene sul finale di Sorrow. Un vero piacere per chi ama le tonalità del quattro corde più puro e che, a livello tecnico, si limita ad utilizzare scale sì elementari ma che trovano tutte una giusta collocazione. Un finale che si lega a Funeral Summer, una lenta e funerea marcia evocative, pregna di un’atmosfera sinistra e che in qualche modo diventa la traccia che meglio rispecchia la copertina, un dipinto di Jan Torop dal nome Fatalisme (1893). Solo sul finale abbiamo un aumento d’intensità con un assolo di Lord Vicar a cui si sovrappone una ritmica di scuola heavy che chiude così il primo disco.

Giunti a questo punto saremmo davanti ad un disco fatto, finito e di alto livello. Ma non è così, perché con la seconda ora del lavoro i nostri raggiungono semplicemente l’apice della loro carriera grazie a pezzi eccezionali. L’oscuro "dialogo" tra basso e batteria di One Last Time parla, presumibilmente, di un cavaliere che sta per lasciare la persona amata e andare in battaglia.

If I die and never return, will you come and visit my grave?
Maybe one candle will burn, reminding you of the kiss that I gave
If it's the war we are heading towards, all the more I need your love


Un’immagine resa magistralmente dalla canzone stessa che si assesta su atmosfera cupe e desolanti sorrette da una bella interpretazione della voce. Se i ritmi così funerei possono sembrare eccessivi, ecco che l’intermezzo Kundalini Arisen alza i giri con un riff di scuola heavy suonato esclusivamente dal basso elettrico, con un Peter Vicar che in sottofondo si diverte a creare strani suoni e rumori grazie a particolari effetti. Un buon momento per darsi la giusta carica e lanciarsi in quelle che sono le due tracce migliori del disco, se non tra le cose più belle che i tre abbiano scritto: Ceasar Forever e Anywhere Out of This World. La prima permette al nostro cantante di calarsi nei panni di un Giulio Cesare che si scaglia contro la cristianità, e lo fa inserendosi in un brano dalle tinte ovviamente doom, ma che vanno inevitabilmente a toccare sonorità più epiche, almeno nei toni in cui si amalgamano parte strumentale e vocale. È un pezzo lento, ricco d’atmosfera e in cui il basso è ancora una volta grande protagonista (curiosamente è l’unico pezzo dal chitarrista) ma che basando tutto sul legame tra voce e strumentale, sul finale porta il pathos a diventare sempre più intenso grazie a dei ritmi marziali su cui l’ultima strofa del testo diventa memorabile:

Those who are about to die, make sure that you will learn
Trumpets sing and children cry when fires of Mars will burn
Christs may come and Christs may go, but Caesar is forever
Come, my son, and you shall know: Tonight we hunt together!


Insomma, ennesima conferma della qualità dei tre e della loro voglia di lasciare il segno anche con canzoni che per quanto lunghe sono lontanissime dal non avere dei picchi di memorabilità. A concludere c’è il brano sicuramente più vario del disco, Anywhere Out of This World. Un titolo, ma anche un testo, che è sostanzialmente una dichiarazione d’intenti e suona come un addio. Le note iniziali sono cariche di malinconia e sembrano restare sullo sfondo sembrando quasi impercettibili; è il preludio ad uno dei riff con più piglio del gruppo in cui è possibile riscontrare una scuola hard rock che permette al pezzo di darsi un ritmo più sostenuto e fare da collante tra le varie sezioni. Sezioni più movimentate che inizialmente si alternano ad altre di stampo doom ma che dal nono minuto circa in poi preme sull’acceleratore e si prepara alla parte più malinconica e particolare di questi venticinque minuti. Quasi d’un tratto si viene portati in un contesto totalmente diverso fatto di basso, batteria e un cantato solenne. È molto interessante vedere il tutto come un saluto a chi ha amato il gruppo, e il tutto si trasforma poi in qualcosa di più "elettrico" su cui Witchfinder costruisce un giro di basso malinconico che fa da support alle ultime parole del testo, anche queste cariche di sentiment e devozione:

And when night falls upon the horizon, there is a blaze
Our hearts rejoice
The old world has reached its dying days
I kiss your wounds, and in our eyes they disappear
You hold me tight, and our minds, once distraught, now crystal clear


Uno splendido finale (se escludiamo la traccia nascosta Mallorca, due minuti di rumori). Venticinque minuti ricchi di riff, soluzioni, contrasti; una chiusura semplicemente perfetta e che, per quanto possa dispiacere, è forse il modo migliore per dire che meglio di così non potevano fare. È qualcosa che chissà, avranno pensato anche loro, perché questo capitolo finale arriva quasi d’improvviso: l’intenzione del gruppo era quella di pubblicare cinque album per poi sciogliersi. Non è andata così, ma è paradossale se pensiamo al fatto che unendo due o tre canzoni i nostri avrebbero tranquillamente avuto materiale per altre due uscite.

Riprendendo quanto si diceva all’inizio, è ovvio che il doom metal non sia morto, e anzi, pensando alle bellissime uscite arrivate da lì in poi, c’è da essere felici se ciò non sia avvenuto. Ma dietro quella provocazione carica di sarcasmo, c’è un’implicita verità: trovare qualcosa di simile ai Reverend Bizarre è davvero impossibile. È un gruppo che con la sua voglia di esagerare ha creato dei dischi unici, iconici (anche grazie alla scelta delle copertine) e che sembra aver preso la storia del doom tra le mani per inserirci, con la forza, il proprio nome. Anche per questo, a distanza di anni possiamo ritenere i tre dischi del gruppo come dei punti di passaggio obbligatori per chi vuole inoltrarsi nel mondo del doom e sì, è lecito parlare di capolavori ed ecco perché pur trattandosi di un addio, non c’è nulla di cui rammaricarsi. So long… Suckers!



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
91.36 su 11 voti [ VOTA]
No Fun
Sabato 31 Luglio 2021, 23.18.46
6
Non riesco a smettere di ascoltarlo, e che pezzo è Kundalini Arisen, ogni volta lo riascolto tre quattro volte, vero quello che dice Marco sul basso di Albert. Come detto sotto, la penso come @Malleus, e penso pure che, probabilmente, sia vero.
No Fun
Lunedì 26 Luglio 2021, 20.19.48
5
Lo sto ascoltando viaggiando in macchina sui colli, lentamente, è un disco enorme davvero, che si ascolta in tutta la sua grandezza dall'inizio alla fine senza alcun cedimento; ascoltarlo andando per conventi abbandonati e ruderi di rocche medievali poi, è il massimo. Ho la sensazione che tra qualche giorno la penserò come @Malleus, anche se probabilmente non è vero.
Punto Omega
Giovedì 25 Febbraio 2021, 13.50.11
4
Disco e band monumentali. Da possedere, conservare con cura e ascolttare ogni qual volta si voglia scoltare puro e semplice doom. Non ho altre parole.
Malleus
Martedì 23 Febbraio 2021, 19.21.06
3
Forse il disco più doom di sempre, l'essenza del genere è tutta qui dentro, per me è un capolavoro inarrivabile.
No Fun
Martedì 23 Febbraio 2021, 18.55.53
2
Di loro ho soltanto i primi due. Letta la recensione ho ordinato pure questo, e già ho l'acquolina in bocca.
Polzen
Sabato 20 Febbraio 2021, 18.11.31
1
Un "moloch" impossibile da replicare. Il miglior gruppo doom dei 2000. Hail Ceasar.
INFORMAZIONI
2007
Spinefarm Records
Doom
Tracklist
Disco 1
1. They Used Dark Forces / Teutonic Witch
2. Sorrow
3. Funeral Summer

Disco 2
1. One Last Time
2. Kundalini Arisen
3. Caesar Forever
4. Anywhere Out of This World
Line Up
Albert Witchfinder (Voce, Basso)
Lord Vicar (Chitarra)
Earl of Void (Batteria, Chitarra)
 
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