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Dread Sovereign - Alchemical Warfare
22/02/2021
( 874 letture )
Questa prima parte del 2021 ha visto il ritorno di alcuni nomi importanti della scena metal europea tra cui merita sicuramente di essere citato Alan Averill, storico frontman dei Primordial che rispolvera il progetto Dread Sovereign, maggiormente impegnato sul fronte doom metal. Dopo i primi due album, usciti per Ván Records rispettivamente nel 2014 e nel 2017, gli irlandesi si prendono un po’ più tempo per concepire il terzo capitolo della propria saga discografica dedicata all’esplorazione degli anfratti più oscuri e morbosi del medioevo, periodo storico che non smette ancora oggi di fornire ispirazioni artistiche musicali e non; per l’occasione infine, la band si affida alla celebre Metal Blade Records.

Accompagnato dal fido Simon O’Laoghaire al basso (già membro dei Primordial dal 1997) e in questa occasione da Johnny King dei Conan alla batteria, Averill dipinge in questa nuova opera un affresco a tonalità cupe e macabre che tratta di temi come magia, tradizioni secolari e maledizioni, calate in un immaginario morboso e irto di misteri, che ben si adatta alla musica che i tre decidono di proporre.
Se le basi del trio sono infatti saldamente radicate nel doom primigenio di realtà come Cathedral e Saint Vitus in Alchemical Warfare – titolo che cita abbastanza chiaramente la quasi omonima Chemical Warfare di slayeriana memoria – le influenze si allargano maggiormente rispetto ai due capitoli precedenti andando a pescare a pieni mani da tutta la tradizione metal prettamente anni ’80, dalla NWOBHM all’epic metal, passando addirittura attraverso sfumature hard rock e black metal, che emergono più nelle atmosfere che nelle partiture vere e proprie.
Ne risulta un album compatto e densissimo, con pochi momenti per prendere fiato e sezioni che alternano le proprie influenze in maniera interessante, ma non sempre eccelsa.

Ciò che si fa apprezzare fin da subito è l’approccio adottato da Averill alla voce, particolarmente godibile in brani come Her Master’s Voice: in un brano che fondamentalmente è strutturato su una base rock rallentata ad hoc, con il basso dello stesso Averill bene in mostra, il cantante lascia che sia il suo timbro tenorile ad esprimersi con forza graffiante, lasciando da parte lo stile utilizzato coi Primordial per far emergere invece un’identità vocale più classica, ma azzeccata, che talvolta richiama alla memoria lo stile di Glenn Hughes. Il ritornello poi è da applausi e nel complesso risulta essere il momento migliore di tutto l’album. Le harsh vocals compaiono invece sul finale a mo’ di anatema di Ruin Upon The Temple Mount e la loro apparizione così repentina stupisce e funziona davvero bene.
La chitarra è particolarmente a fuoco durante lo svolgimento dell’intero album, anche se il basso le tiene testa stando praticamente sempre al suo stesso volume a livello di missaggio. Questo crea un amalgama particolarmente pesante, che di fatto è l’elemento più vistosamente doom che caratterizza il sound dei Dread Sovereign.
Il minutaggio dei singoli brani poi è sempre piuttosto elevato, anche se ciò non è da ricondurre a velleità progressive, ma solamente alla volontà da parte dei musicisti di rendere ancora più opprimente ogni singolo episodio; questo è l’aspetto che alla lunga penalizza la longevità del disco, dal momento che diventa non così scontato sostenere cinquantuno minuti di musica con basso e chitarra che si muovono costantemente uniti a volumi così elevati. L’intermezzo Viral Tomb da questo punto di vista si fa notare come un momento oggettivamente “inutile”, ma necessario per poter prendere una boccata d’aria dopo tanta oppressione sonora.
Quasi ironicamente il trio mette in fondo alla scaletta una cover dei Bathory che stona abbastanza nel contesto del disco, ma rientra nel novero delle influenze mostrate nel corso del suo svolgimento e per questo si fa apprezzare come divertissement ben eseguito, ma nulla di più.

Decisamente meglio concentrarsi sulla prima metà dell’album, che presenta uno dei momenti più interessanti: l’apertura affidata alla lunghissima She Wolves Of The Savage Season è il brano cardine del disco grazie alla sua perfetta commistione tra doom sabbathiano e accelerazioni heavy di stampo smaccatamente inglese. È percepibile la volontà di creare momenti corali durante i quali la chitarra fa un passo indietro e la voce si immerge maggiormente nel mix globale, per poi sfumare in un finale strumentale di gran gusto dove la chitarra diventa protagonista.
Subito dopo, insieme alla già citata Her Master’s Voice, si fa notare tra gli episodi più incisivi la cavalcata battagliera di otto minuti intitolata Nature Is The Devil’s Church; qui entriamo nel campo di band come Manilla Road, dove l’elemento epic metal prende il sopravvento sulle influenze heavy/doom e il ritmo aumenta di conseguenza. Averill svetta sul resto del gruppo con il suo fare declamatorio alternato a vere e proprie grida guerresche, che vengono accompagnate da cori bassi e minacciosi nella sezione centrale del brano.
Il resto del disco si muove su territori meglio definiti, senza impressionare più di tanto, ma offrendo una solida convinzione riguardo le capacità compositive degli irlandesi.
Vero è che, come già detto, Alchemical Warfare risulta un album fin troppo denso e dotato di pochissimi momenti di pausa, ma il livello rimane comunque alto, dal songwriting alla produzione fino alla bella copertina.

I Dread Sovereign si muovono senza affanno a cavallo fra i vari stili del metal, trovando la loro dimensione in un limbo che li rende inclassificabili in maniera definitiva. Questo è indubbiamente un pregio che si riflette anche e soprattutto nella capacità di donare un po’ di nuova luce a un genere dove già tutto è stato scritto e suonato.
Manca ancora qualcosina che renda un disco del trio irlandese indimenticabile, ma la strada è quella giusta e sicuramente Alchemical Warfare risuonerà per molto tempo nelle casse di buona parte dei metallari di tutto il mondo.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
92.36 su 11 voti [ VOTA]
Graziano
Mercoledì 24 Febbraio 2021, 18.31.02
12
Capita di dare un giudizio affrettato dopo un ascolto veloce e sommario. Mi è successo più volte. Poi con gli ascolti il giudizio è cambiato. Alcuni album che adoro non mi erano piaciuti ad un primo impatto. Parlando dell'album, ottimo davvero. Una band che è una garanzia e che suona ciò che ama.
Lizard
Mercoledì 24 Febbraio 2021, 13.35.49
11
Se volete parlare del disco bene, altrimenti scrivetevi in privato. Magari il disco ascoltatelo, così avete anche modo di valutare se la recensione sia coerente o meno.
Jukka
Mercoledì 24 Febbraio 2021, 13.16.07
10
@black me out io non ho lauree ma credo che al di fuori dei paroloni e delle lauree su Metaitalia hai detto tutto il contrario di ciò che hai scritto qua.... Una recensione deve comunque rispecchiare le idee del recensore e le tue sono quelle sopra esposte o sono quelle scritte su un altro sito?
Black Me Out
Martedì 23 Febbraio 2021, 16.15.03
9
Guarda, mi dispiace aver usato tempo per scrivere un commento argomentato e dettagliato per vedere una risposta che temo non abbia compreso affatto il senso del messaggio. Detto questo grazie del consiglio e a buon rendere. Chiudiamo qui la discussione su questo spazio e impieghiamolo per parlare del disco, grazie.
Maverick
Martedì 23 Febbraio 2021, 16.00.12
8
Alex, ti ringrazio per l'esauriente risposta ma ci tengo a segnalarti fin dall'inizio che non sono stato io a darti del "disturbato". Io ti ho solo chiesto a quale delle tue affermazioni dobbiamo credere! Detto questo, mi pare di capire che tu abbia difficoltà nel conciliare l'opinione soggettiva con quella oggettiva. Il che mi porta a supporre che, magari, è meglio se segui il tuo istinto più che la conoscenza. Altrimenti avrai sempre discordanza. Oppure ti consiglio di limitarti a fare commenti, finché non riuscirai a dire la tua sugli articoli. Ti saluto!
Buzzz
Martedì 23 Febbraio 2021, 13.59.42
7
Vabbè raga questo è quello che va su metalitalia per offendere quelli di un altro portale. E voi gli date pure credito.
Black Me Out
Martedì 23 Febbraio 2021, 13.46.48
6
4) Specificamente sulla voce: qui le osservazioni sono due in realtà; la prima è quella riguardante l'analisi del disco in toto: da ascoltatore se un disco non mi prende al primo ascolto posso decidere di abbandonarlo subito e non approfondirlo, da critico invece devo sforzarmi di comprendere al meglio l'opera per non liquidarla in maniera poco professionale. Questo può provocare due reazioni: la prima è quella per la quale il disco continua a non piacere e si conferma perciò il giudizio negativo (perlomeno a livello soggettivo, lo ricordo), la seconda invece potrebbe essere l'esatto opposto, ovvero più ascolto il disco più comincia e continua a piacermi. Questo di conseguenza potrà portare a un giudizio prettamente positivo (sempre in maniera soggettiva). Quello che è successo perciò ha a che fare con questo: ho ascoltato il disco una volta, non del tutto, e ho commentato di botto con le mie prime impressioni, in un secondo momento ho ripreso in mano il disco per recensirlo, mi sono scontrato con vari aspetti come l'uso della voce e ho concepito un'opinione più completa. C'è stata un'evoluzione nel mio pensiero, certo, e questo è dovuto alla frequenza degli ascolti e alla maggiore comprensione dell'opera. Niente bipolarismo perciò, semplicemente una riflessione maggiore che è ben diversa da un commento da ascoltatore. Non mi sembra nemmeno troppo difficile da comprendere. In breve: la voce su questo disco è utilizzata in maniera coerente con la musica e il risultato si fa apprezzare (per me l'apice lo si raggiunge su Her Master's Voice), da ascoltatore però apprezzo maggiormente altri stili e questo non rientra nei miei preferiti, se poi non sono nella giornata adatta mi annoia e tende quasi ad irritarmi. 5) Chiudo dicendo che prendo il lavoro (parolone, dato che lo faccio gratis e per passione) di recensore/critico in maniera estremamente seria e le parole che utilizzo sono davvero calibrate o perlomeno cerco di far sì che lo siano il più possibile. Una recensione è una cosa nettamente diversa da un commento a caldo su un disco o su un'opera in genere e in secondo luogo l'opinione riguardo un'opera può variare nel tempo, anche questo non lo trovo sinonimo di incoerenza, tutt'altro. Sperando di essere stato abbastanza chiaro vi saluto ribadendo di usare questo spazio per parlare dell'album dei Dread Sovereign, mentre per qualunque altro chiarimento o discussione scrivete nella pagina dello staff, grazie. P.S. I commenti precedenti credo siano stati cancellati perché la discussione si era presto trasformata in uno scambio di insulti. La critica è sempre legittima, ma si può benissimo fare senza insulti, personali o no.
Black Me Out
Martedì 23 Febbraio 2021, 13.46.23
5
Ciao @Maverick, ho letto anche i commenti cancellati e perciò provo a rispondere chiaramente a tutto, senza dover ricorrere a litigi o lamentele di alcun tipo: 1) "Disturbo della personalità" mi sembra un'affermazione un po' forte e dal momento che parte del mio lavoro comprende anche avere a che fare con soggetti che soffrono di questo disturbo mi sembra veramente meschino prendere in causa questo paragone fuorviante. Detto ciò è vero che le mie parole compaiono anche su altri siti, blog o pagine dove si parla di musica, per un semplice motivo: amo la musica tutta, mi piace parlarne, mi piace studiarla e mi piace poter scambiare opinioni. C'è solo una piccola differenza che ci porta al punto 2) Scrivere un commento in qualità di ascoltatore sotto un qualunque articolo/recensione è un conto, mettersi nei panni del critico o del recensore in sé è un altro: da ascoltatore posso benissimo dire che un determinato brano/album non mi piace, da critico invece devo astrarmi dalla dimensione di semplice ascoltatore per valutare l'opera per ciò che è, nella maniera più obiettiva possibile. Questa è la differenza tra ascolto proiettivo (che è quello specificamente soggettivo) e ascolto oggettivo (che è invece l'ascolto filtrato dalla conoscenza critico-estetica); è un tema che mi è particolarmente caro, dato che mi ci sono laureato su questi argomenti. Ma non dico ciò per vantarmi, solamente per chiarire qual è la differenza tra ascoltatore e recensore/critico. Portando tutto agli estremi termini se dovessi valutare con i numeri di Metallized tutta la discografia degli Slayer per me sarebbe un 30 secco, non mi piace quel gruppo e non mi piace la sua musica. Se dovessi però analizzare un disco come "Reign In Blood" non potrei farlo affidandomi solamente al mio gusto personale, ma dovrei utilizzare l'ascolto filtrato dal giusto approccio critico-estetico. 3) Per questo motivo il qui presente album dei Dread Sovereign non è un disco che personalmente ascolterei tutti i giorni e non rientra nemmeno nel campo delle mie preferenze assolute come stile (sulla stessa falsa riga ho apprezzato molto di più l'album dei Northern Crown, qui recensito e assolutamente poco considerato), ma in quanto recensore devo andare al di là dei miei gusti personali e analizzare l'opera per quello che è, ovvero un buonissimo disco, come confermato anche dalla maggior parte della critica italiana e non (con la quale è doveroso confrontarsi anche solo per comprendere qual è il pensiero che i critici si sono fatti di una determinata opera e se, nel caso, questo è discordante con il nostro).
Jan Hus
Martedì 23 Febbraio 2021, 2.23.48
4
In effetti 🥸
Maverick
Lunedì 22 Febbraio 2021, 23.22.02
3
Ah! Ma allora è stato cancellato? Ecco perché non lo vedevo più a lato! Comunque non c'era niente di personale Alex, tutt'altro. Ti chiedevo come mai su MetalItalia, un mese fa, sotto alla recensione, commentavi in questo modo: "L'ho ascoltato stasera: i suoni sono molto belli, ma poi entra la voce.... E niente, sono durato venti minuti circa. Fosse stato un album strumentale mi sarebbe piaciuto decisamente di più." E qua così: "il cantante lascia che sia il suo timbro tenorile ad esprimersi con forza graffiante, lasciando da parte lo stile utilizzato coi Primordial per far emergere invece un’identità vocale più classica, ma azzeccata, che talvolta richiama alla memoria lo stile di Glenn Hughes. Il ritornello poi è da applausi e nel complesso risulta essere il momento migliore di tutto l’album. Le harsh vocals compaiono invece sul finale a mo’ di anatema di Ruin Upon The Temple Mount e la loro apparizione così repentina stupisce e funziona davvero bene." Alla luce di ciò, dopo aver letto la tua recensione, mi è venuto naturale chiederti a quali tue parole dobbiamo credere. Questo è quanto!
Black Me Out
Lunedì 22 Febbraio 2021, 22.49.31
2
@Thrasher francamente, essendo rincasato da lavoro nel tardo pomeriggio, ho aperto il sito solo ora leggendo questo commento e non ho idea di cosa sia successo nel mentre. Posso solo dire che di qualunque cosa si voglia parlare relativa alla mia persona si può benissimo farlo nella pagina staff relativa al mio profilo, ne sarò ben contento.
Thrasher
Lunedì 22 Febbraio 2021, 22.20.07
1
Oggi non ho fatto in tempo, ma non si fà così. Cancellare un commento di un utente, Maverick in questo caso, che ha messo a nudo il disturbo di personalità del recensore. Da fan dei Dread Sovereign e assiduo frequentatore sia di Metalitalia che di Metallized ricordo benissimo il commento in calce di là del signor recensore settimane fà...che tra l'altro già lasciava il tempo che trovava. Ed ora invece rose e fiori. Bah. Professionalità zero. P.S. Il disco mi piace molto, puzza di vecchio doom quanto basta ma in vena più rozza ed epica.
INFORMAZIONI
2021
Metal Blade Records
Heavy/Doom
Tracklist
1. A Curse On Men
2. She Wolves Of The Savage Season
3. The Great Beast We Serve
4. Nature Is The Devil’s Church
5. Her Master’s Voice
6. Viral Tomb
7. Devil’s Bane
8. Ruin Upon The Temple Mount
9. You Don’t Move Me (I Don’t Give a Fuck) (Bathory cover)
Line Up
Alan “Nemtheanga” Averill (Voce, Basso)
Simon “Bones” O’Laoghaire (Chitarra)
Johnny “JK” King (Batteria)
 
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