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SLAUGHTER CLUB - PADERNO DUGNANO (MI)

Epica - Omega
26/02/2021
( 2523 letture )
”È vero senza menzogna, certo e verissimo,
che ciò che è in basso è come ciò che è in alto
e ciò che è in alto è come ciò che è in basso
per fare il miracolo della cosa unica.”

(dalla Tavola Di Smeraldo – Ermete Trismegisto)

Ben cinque sono gli anni che ci separano da The Holographic Principle, un lasso di tempo considerevole che fa di Omega un disco davvero atteso con curiosità. Gli Epica tornano con questo ottavo full-length di inediti dopo una pausa dagli impegni on-stage e promozionali, dettata anche dal delicato periodo storico che ha enormemente condizionato ‒tra gli altri‒ il mondo della musica, dal vivo e non. Il tour mondiale, il decennale di Design Your Universe e le uscite minori The Solace System, Epica vs Attack on Titan Songs, The Acoustic Universe e The Quantum Enigma – B Sides, tutte rintracciabili proprio in questi ultimi cinque anni, hanno tenuto la band estremamente impegnata sotto molti punti di vista, regalando ai nostri molte soddisfazioni ma generando allo stesso tempo un bisogno di fermarsi, di ricaricare le batterie per poter ripartire con le giuste idee da riservare al nuovo concept. Omega è frutto di una pausa necessaria, di una sinergia che mira ad essere ispirata senza essere contaminata da un dispendio di forze verso altri progetti e impegni. La band ha ritagliato del tempo per dedicarsi unicamente alle dodici tracce infine selezionate, senza intraprendere ulteriori strade se non quella di registrare, partendo proprio da questi inediti, un paio di versioni acustiche che troveremo a breve nell’EP Omegacoustic. Singolare ed esemplare è stata la scelta di utilizzare una villa in Olanda come base per intavolare le discussioni iniziali attorno all’album: il songwriting e il nascere ed evolversi delle idee hanno avuto luogo in un ambiente rurale, ospitale e isolato, con il coinvolgimento di tutti e sei i membri del gruppo in termini di contenuto e bagaglio emozionale. Ciò che è accaduto al momento delle registrazioni dei brani, lo scorso marzo, è facilmente deducibile: la pandemia ha dettato il procedere dei lavori, con sessioni vocali e strumentali gestite singolarmente presso studi privati o presi in affitto per l’occasione, potendo contare (seppur su Zoom) sulla supervisione del fidato Joost Van Der Broek, essendo i Sandlane Recording Facilities decisamente fuori dalla portata territoriale di Mark Jansen e soci. I lavori non hanno fortunatamente subìto gravi criticità, complice la fortuna di aver inciso tutti i cori appena prima dell’avvento dell’emergenza sanitaria. Flessibilità e dedizione hanno portato ad un risultato notevole.

Come ormai d’abitudine, il gruppo propone un concept altisonante, stavolta accademico. Il titolo è la versione ridotta di “The Omega Point”, che inizialmente avrebbe dovuto figurare per intero sulla copertina del disco. Il “Punto Omega” ricompare in forma più o meno astratta nelle dodici tracce del disco, con riferimenti all’aspetto ciclicamente dicotomico della realtà (bene/male, bianco/nero, sotto/sopra, yin/yang,) volto ad una costante e complessa perfezione che sembra non conoscere mai una fine. Se Alpha è rappresentato dall’inizio (dal Big Bang, per l’esattezza), Omega è in realtà il punto verso cui la dicotomia del mondo vortica e si incanala, unificando le parti e raggiungendo in questo modo lo stadio massimo di coscienza e consapevolezza. Il tutto può essere calato nel concreto delle esperienze del singolo, costellate da momenti favorevoli e situazioni più buie, che ci fanno muovere come fossimo all’interno di un labirinto: è solo uscendo dai nostri schemi che è possibile trovare la via di fuga dalle situazioni che ci intrappolano, raggiungendo un livello di elevazione e crescita personale. A corredo di una tematica così complessa arrivano dodici tracce musicalmente varie, in cui non mancano episodi degni di assoluta attenzione. Misurarsi con un nuovo full-length dopo gli ottimi risultati ottenuti grazie alla completezza e alla memorabilità di The Holographic Principle non è sicuramente facile e i brani qui proposti hanno l’onere di prendere il testimone da un disco che ha saputo dimostrare molto su tutti i versanti.

Si parte con Alpha ‒ Anteludium, classica introduzione con tastiera, fiati e archi tessuti in un crescendo di tangibile attesa verso i brani successivi. Già in questa sede sono rintracciabili gli inserti arabeggianti che fanno intendere all’ascoltatore la strada che imboccherà sovente il platter. Insieme a Abyss of Time la saggeremo certamente come soluzione di apertura nella setlist dei prossimi concerti della band. Il citato brano, primo singolo estratto da Omega, assume tinte decisamente power, con un bell’attacco vocale di botta e risposta fra Mark e Simone. Parti più ariose si alternano a soluzioni più serrate, che portano ad un ritornello la cui godibilità sarà apprezzata anche dal vivo. Anche l’assolo di chitarra e il successivo stacco dark di harsh vocals e sezione ritmica da headbanging sono ben confezionati e danno al pezzo quella giusta vena spinta ereditata da The Holographic Principle. The Skeleton Key è ben lontana da ciò a cui Simone Simons e compagni ci hanno abituati dagli esordi a oggi. La proposta, chiaramente orientata al gotico, può inizialmente spiazzare ma non in senso negativo, e fa del brano uno dei momenti più interessanti qui presentati. Le tastiere appaiono ben distese e accompagnano abilmente l’ugola di Simone, laddove al contrario Mark è supportato da ottoni e da una sezione ritmica cadenzata e potente. Coen e Simone sono la punta di diamante di un brano che fa emergere un lato piacevolmente oscuro, arricchito sul finale dai cori dei bambini che donano all’insieme quel giusto tocco tetro. Seal of Solomon si posiziona su ben altri lidi: qui sono protagoniste indiscusse le influenze arabeggianti che hanno caratterizzato i lavori passati della band (The Quantum Enigma, Requiem for the Indifferent e The Divine Conspiracy, fra gli altri), stavolta in misura molto più incisiva. Nonostante una certa ripetitività di fondo, il pezzo raggiunge gli standard qualitativi a cui la band ci ha abituato, con un ottimo lavoro strumentale (di riff in primis) capace di emergere senza sovrastare voci, basi e cori. Sarà interessante vedere se, in sede live ‒qualora la scaletta la prevedesse‒ la frontwoman sarà capace di raggiungere le notevoli vette vocali dei ritornelli. Dopo due episodi in grado di destare curiosità è il turno di Gaia, discreta prova da studio con il suo fare catchy e semplice. La Simons dà il via al pezzo supportata dai compagni, fino ad arrivare ad un ritornello dalle tinte orientaleggianti non invadenti. Il risultato, coerente, comprende un finale dettato dal cantato incisivo di Mark e dall’abilità di Simone di destreggiarsi inserendosi perfettamente in parti che coniugano apertura e intensità. È presto il turno di Code of Life, uno dei pezzi da novanta dell’intero album. L’inizio arabeggiante, che vede la partecipazione vocale (seppur breve) di Zaher Zorgati dei Myrath, lascia il posto ad archi e cori in un crescendo di pathos, che raggiunge l’apice grazie all’inserimento delle due chitarre, sostenute dal lavoro meticoloso di Rob Van Der Loo e Ariën Van Weesenbeek.

Simone è in splendida forma dietro al microfono, complici le atmosfere del pezzo che fanno emergere a tutto tondo le sue abilità canore, con un range proposto che osa senza strafare. Godibile e ispirata, la canzone mette adeguatamente alla prova tutti e sei i musicisti su un terreno opulento che risulta ancora una volta vincente. Freedom ‒ The Wolves Within si colloca altrove: pur cercando di coniugare immediatezza e ricercatezza (al di fuori del ritornello nelle sezioni più drammatiche e oscure), è la classica canzone “saltereccia” da proporre in scaletta ‒magari al posto della sua parente Beyond the Matrix, pur essendo quest’ultima molto meglio riuscita. Ciò che segue rialza, fortunatamente, l’asticella dei giudizi. Balza all’occhio già dalla lettura della tracklist il terzo capitolo della saga iniziata ai tempi di Design Your Universe. Kingdom of Heaven part 3 ‒ The Antediluvian Universe è quanto di più maestoso e interessante confezionato dai nostri olandesi in questo loro ottavo capitolo discografico. I suoi tredici minuti abbondanti di durata fanno collocare il pezzo allo stesso livello del primo episodio che si è fatto apprezzare undici anni fa, lasciando il capitolo contenuto nel più recente The Quantum Enigma in ultima posizione. La suite è un saliscendi esplosivo di maestosità e abilità tecnica, con una sezione sinfonica che seduce l’ascoltatore e un ritornello che conquista fin da subito. I cori vibranti già sperimentati nelle due precedenti puntate passano la palla ai fiati, che conducono l’ascoltatore attraverso un climax che si esprime in tutta la sua possenza in un’esplosione di archi, cori, batteria incessante, chitarre dosate ma presenti e tastiere sontuose. Anche stavolta gli Epica dimostrano di esprimere il meglio di sé in contesti come questi, con brani dalla durata sostenuta e una struttura, seppur ciclica, davvero molto ricca, quasi da colonna sonora. Gli elementi arabeggianti tornano ad impreziosire la proposta dei nostri e fungono, insieme ai cori magniloquenti e alle tastiere, da base perfetta per l’espressione vocale della Simons, sempre precisa e raffinata. L’attenzione è alta per tutta la durata del brano e si mantiene tale anche nei passaggi resi più serrati grazie a Mark e ad Isaac insieme al comparto ritmico: in merito a ciò, è in questo brano che troviamo uno dei momenti musicalmente più estremi della band, sulla riga di quanto espresso a tratti con le recenti Ascension ‒ Dream State Armageddon e The Cosmic Algorithm, ma anche con le altre Kingdom of Heaven. L’abilità del gruppo sta nel passare in pochi minuti da momenti spinti e incisivi ad altri del tutto pacati, servendosi dei cori di bambini per dare quel giusto tocco di inquietudine. Rivers, brano successivo, è l’immancabile ballad che vede al timone la cantante olandese, accompagnata soltanto dalle tastiere di Coen per la maggior parte del brano. Qui Simone Simons sfoggia un cantato soave, limpido e rassicurante, su un testo intimo e profondo che arriva dritto alle emozioni di chi ascolta. Pur non essendo alla pari di altre ballad del gruppo, sarà sicuramente ricordata tra i migliori momenti di pacatezza nell’intera discografia. L’inizio carico di Synergize ‒ Manic Manifest fa intendere che il registro è cambiato: siamo di fronte, infatti, ad un brano dal piglio deciso, con struttura cadenzata e riff massicci. Strumentalmente strizza l’occhio a soluzioni spesso adottate dal gruppo ma regala sorprese nelle parti più aggressive, dettate da un blast beat sorprendente e dal maestoso cantato lirico della frontwoman. Pur funzionando, il brano non raggiunge la qualità di altri momenti del disco, di gran lunga più sorprendenti ed efficaci. Molti gradini sotto troviamo Twilight Reverie ‒ The Hypnagogic State, con la breve partecipazione di Vicky Psarakis dei The Agonist nel parlato. È un esempio lampante di pezzo che, dopo ben otto album, potrebbe tranquillamente essere escluso dalla tracklist definitiva. Autoreferenziale ai massimi livelli, non fa emergere nulla di rilevante; al contrario, suona come filler e stona nell’insieme. Fortunatamente la conclusiva titletrack Omega, col suo fare cupo e drammatico, risolleva gli animi raggiungendo nuovamente livelli notevoli. La dicotomia espressa nel testo traspare qua e là anche musicalmente, con una bella alternanza tra incisività e posatezza. I cori danno presto il benvenuto ad una sontuosa cavalcata sinfonica con focus su batteria e chitarre da headbanging. Simone asseconda alla perfezione la drammaticità di fondo e riesce ad esprimersi maggiormente sul ritornello, dalla base più moderata. Degno di menzione anche l’inserimento di effetti orientaleggianti ad impreziosire il tutto sugli acuti della Simons e sull’apporto di Mark Jansen.

Cosa lascia, dunque, Omega al termine dell’ascolto? Sicuramente un’opinione abbondantemente positiva. È un album con un’attenzione certosina tanto al comparto orchestrale, molto presente, quanto alla restante strumentazione. Conferma i traguardi raggiunti dal gruppo in tutti questi anni ed esprime passione e capacità tecnica su larga scala. Si tratta di un lavoro maturo, frutto di idee ben sviluppate, con episodi memorabili che rientrano tra i momenti di maggior espressione musicale in assoluto. Sfoggia una lineup ormai navigata e solida, capace di mettere sul piatto molte idee e di lavorarci assieme fornendo ognuno il proprio valido spunto. Code of Life e il nuovissimo capitolo della saga Kingdom of Heaven (che dimostra la maestria del primo, datato 2009) si faranno a lungo ricordare, insieme alla titletrack Omega. Ottime anche la ballad Rivers, il singolo Abyss of Time, Seal of Solomon col suo sguardo verso il passato della band e l’inconsueta The Skeleton Key. A parte due scivoloni (Twilight Reverie in primis, seguita da Freedom) e qualche altro episodio leggermente sottotono, è un disco che mantiene alto l’interesse dall’inizio alla fine. La frontwoman e i cinque musicisti appaiono in forma smagliante, sanno soddisfare le aspettative e sono premiati da un confermato lavoro di mixaggio impeccabile. L’idea di coniugare gli elementi arabeggianti presenti nei lavori passati della band a soluzioni più dure e tetre risulta vincente e interessante e fornisce buoni spunti per sviluppare nuove sfumature di sound. Chi sperava di ritrovare in Omega le soluzioni più massicce sperimentate in alcuni brani di The Holographic Principle sarà presto accontentato. Il precedente full-length, tuttavia, possiede molti meno passaggi a vuoto e appare ad oggi leggermente più completo e attento. Nonostante i pochi difetti, Omega consacra ancora una volta gli Epica come i paladini del symphonic metal mondiale.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
82.37 su 35 voti [ VOTA]
duke
Domenica 14 Marzo 2021, 15.38.10
19
...mi e' arrivato da poco....ma dalle prime impressioni e' un lavoro davvero notevole......giusto il voto....
M. G.
Giovedì 4 Marzo 2021, 14.52.50
18
LOL non mi avresti fatto arrabbiare in ogni caso. I gusti son gusti, nulla da dire! Che non piaccia l'album (o addirittura il gruppo in sé) ci può stare, son punti di vista e va bene così. 😄 Oltretutto io stesso ho espresso delle critiche, e in altri casi sono il primo a massacrare gli Epica. Mi ero infastidito per il commento di Mino solo perché aveva scritto una cosa secondo me parecchio superficiale.
Le Marquis de Fremont
Giovedì 4 Marzo 2021, 13.59.28
17
L'ho ascoltato nei giorni scorsi dalla mia amica che è sempre bene informata e fornita delle realizzazioni di queste band female fronted, symphonic, gothic et similia. Va riconosciuto che gli Epica sono più complessi di altri (vedasi l'ultimo Sirenia) ma hanno il difetto, molto olandese, vedi Ayreon o Within Temptation, di creare stratificazioni sonore molto simili ai mapazzoni che (non) piacciono a Barbieri. Orchestroni, tastieroni, coroni (si può dire?) che generano una musica densa, pastosa, pomposa e non maestosa. Mi ricorda molto la loro erwtensoep, la zuppa di piselli che ha molto più lardo e wurst che piselli. Non che la musica sia male, alcuni pezzi come Code of Life e River mi sono anche piaciuti. Ma questa erwtensoep-music è di difficile digestione. Per non far arrabbiare Monsieur M.G., prometto che gli riascolterò. Però prima mi procuro alcune grappe Friulane, parecchio digestive e vedrò di farlo a piccole dosi come per l'arsenico. Jusqu'à la prochaine fois.
VRD
Martedì 2 Marzo 2021, 17.25.48
16
The chosen One, dai tempo a Seal of Solomon. Non prende assolutamente al primo ascolto, personalmente ho dovuto ascoltarla 5 volte prima di apprezzarla a dovere
Salvo
Lunedì 1 Marzo 2021, 12.54.28
15
Ottimo disco. Molto bella. Sono una certezza.
The Chosen One
Domenica 28 Febbraio 2021, 21.31.38
14
Album davvero meraviglioso, l'ennesimo capolavoro di una band che, per i miei gusti, non ha mai sbagliato un colpo: unici brani sottotono, per i miei gusti, Seal of Solomon e Freedom; The skeleton key brano a dir poco inaspettato, davvero una splendida sorpresa. In definitiva, un album fantastico, ma concordo nel giudicarlo di poco inferiore a The Holographic Principle
M. G.
Domenica 28 Febbraio 2021, 19.25.02
13
Dark_Nebula, ironicamente io apprezzo Simone proprio per la sua grande espressività, per le sue capacità interpretative quasi da musical e per la varietà di sfumature presenti nella sua voce. In effetti, è la primissima volta che leggo un commento negativo su ciò; almeno in riferimento a un album degli Epica successivo al secondo. Well, son gusti; oltretutto stiam parlando dell'espressività, che dipende anche dalla sensibilità e dalle attitudini personali di chi ascolta. Sull'album mi sono già espresso.
Dark_Nebula
Domenica 28 Febbraio 2021, 18.05.36
12
Al contrario, apprezzo che ci sia del cantato in growl che completa e "rinvigorisce" le linee vocali. La voce di Simons l'apprezzo in altri lavori come ospite, come ad es. nell'ultimo disco degli Ayreon, ma con gli Epica dopo poco proprio faccio fatica ad ascoltarla, sempre con lo stesso cantato privo di espressione e con carenze interpretative (forse sono stato troppo cattivo come critica). Il disco in questione l'ho trovato "carino", mi pare eccessivo un 87. Per carità, ben suonato, con buone le orchestrazioni, e ottimamente prodotto, ma di carne al fuoco non c'è tutto questo granchè. Anch'io trovo molti clichè su quanto già composto e sentito, con composizioni elementari e prive di mordente. I brani non riescono proprio a prendermi ed emozionarmi, al contrario di gruppi come Rhapsody e Virgin Steele molto più teatrali e vari. Un 70-73 , per quanto mi riguarda, lo trovo più corretto.
JC
Domenica 28 Febbraio 2021, 17.41.51
11
Non mi piace il growling, che a mio avviso rovina tutto il buono costruito dalla meravigliosa voce di Simone. Per i miei gusti, poi, troppo metallone.
Sicktadone
Domenica 28 Febbraio 2021, 17.09.35
10
Questi da Design your universe in avanti non hanno sbagliato un disco e per quanto riguarda il genere sinfonico a voce femminile non hanno competitori. Bravissimi e album che nonostante la durata scorre via che è un piacere.
M. G.
Venerdì 26 Febbraio 2021, 16.35.15
9
Ciò detto, e scusandomi per i papiri nei commenti, faccio i complimenti ad Anna per la recensione: finalmente una davvero degna di essere letta! Non concordo con tutto, ma ci sta.
M. G.
Venerdì 26 Febbraio 2021, 16.33.38
8
La varietà secondo me permette di evitare la prevedibilità in un album che, tolto il coro di voci bianche, non ha nulla di nuovo. O meglio, ci sono alcuni passaggi che non mi sarei aspettato, ma sono circoscritti; se non altro lo sono anche i passaggi cliché, quindi il quadro generale tutto sommato è ok. Mi domando però fin quando gli Epica riusciranno a modificare la ricetta pur senza cambiare gli ingredienti; temo che con Omega abbiano tirato l'elastico fin quasi al punto di rottura. Dopo essersi presi una pausa appositamente per comporre, mi sarei aspettato un capolavoro! Abbiamo aspettato quattro anni (e quattro mesi, ma questi per colpa di Miss Corona), santo cielo! Omega è secondo me un album molto buono, ma decisamente non un capolavoro né il migliore degli Epica (per adesso lo metterei al quarto posto). Non sono ancora in grado di quantificare il mio giudizio con un voto; continuo a oscillare da un minimo di 75 a un massimo di 82. Il problema è che le potenzialità degli Epica sono da 10: quando si decideranno a sfruttarle a pieno? Avrei gradito un po' di coraggio in più. Omega sembra un album pensato per i fan, per accontentare un po' tutti senza rischiare. Ed è inoltre stato composto pensando esplicitamente all'impatto live; a tal proposito, al di là del pessimo tempismo, temo che la ricerca della melodia da cantare in coro e della canzone adatta ai festival abbia reso difficile osare. Se non altro è la fine di un ciclo, della "trilogia metafisica" iniziata con The Quantum Enigma; col prossimo album cambieranno tematiche e, chissà, magari daranno anche una svolta al sound. Temo non abbiano ancora superato il trauma della reazione fredda di molti fan di fronte al Requiem for the Indifferent, così come a sperimentazioni come quella jazz con la Metropole Orkest. Spero riescano a superare la paura di deludere, anche se non dubito che credano davvero in ciò che stanno componendo ora r e ci mettano il cuore. In effetti, non escludo che possano persino riuscire ancora una volta a rimescolare le carte in tavola senza cambiare mazzo. L'importante è che continuino a creare musica di qualità. E sì, Omega ha tanta musica di qualità, quindi nonostante tutto sono soddisfatto e felice; solo non quanto avrei voluto.
M. G.
Venerdì 26 Febbraio 2021, 16.30.50
7
Come dicevo, ritengo Omega un album di sintesi, l'Hydra degli Epica percorso degli . È quasi il loro corrispettivo di Hydra dei Within Temptation. Sintetizzare il loro percorso ha richiesto la moderizzazione di alcuni spunti e la semplificazione di altri. Anche per questo in Omega c'è molta varietà stilistica sia fra i diversi brani sia al loro interno. Alla base symphonic si uniscono di volta in volta elementi thrash, power, progressive, gothic, death, oriental folk e, in alcuni brevi passaggi, persino melodic black. Si susseguono atmosfere, emozioni e melodie di orientamento diverso, anche grazie al dinamismo del missaggio che permette di valorizzare talvolta la componente orchestrale e talvolta quella chitarristica (o persino il basso!), ma anche di dare sfumature più cangianti ai cori. La produzione è stratificata e ricca di dettagli, soprattutto per quanto riguarda l'uso di strumenti etnici anche in brani insospettabili (es. il sitar in "Omega"). Tornando alla varietà interna ai brani, che negli special tendono a essere abbastanza dinamici, l''ordine viene mantenuto dall'uso della forma canzone, con la classica alternanza di strofe e ritornelli. Ciò in alcuni casi funziona (es. il bellissimo ritornello di "KOH3" è ottimo in chiusura), ma in altri risulta limitante (es. per "Synergize" e, soprattutto "Omega", avrei usato strutture ben più libere). Pare sia il produttore, Joost, a spingere la band a usare strutture regolari, ma in The Holographic Principle da questo punto di vista c'era stata un pizzico di flessibilità in più rispetto al canzone-centrico (ma comunque bellissimo) The Quantum Enigma.
M. G.
Venerdì 26 Febbraio 2021, 16.05.16
6
Io "Kingdom of Heaven 3" la trovo spettacolare, persino superiore al primo capitolo della trilogia; fra i brani lunghi, secondo me la supera solo "The Holographic Principle". Ha tutto: emozione, cattiveria, orecchiabilità e tecnica; nelle sue sei parti interne scorre fluida e ispiratissima, tenendo in equilibrio il dinamismo della sezione centrale con la regolarità della struttura generale. È questo ciò che voglio sentire dagli Epica, e anzi mi piacerebbe che in futuro spingano ancora di più su brani complessi. Al secondo posto nell'album metterei "Synergize", che trovo bellissima nel suo passare con fluidità da momenti molto aggressivi ad altri soffusi; anche per via degli archi in secondo piano, ha un sapore di Requiem for the Indifferent. A The Holographic Principle sembra guardare invece "Omega", che apprezzo soprattutto per le dissonanze e il finale emotivo. Poi "Code of Life", che grazie alla sua bellissima intro, al ritornello a dir poco incantevole e al breakdown finale sarebbe potuto essere un capolavoro, ma ha un difetto nel breve special (troppo simile al passaggio a 4:56 di "Requiem for the Indifferent", anche se probabilmente vari brani di quell'album non li ascoltano più neanche gli Epica). Poi "The Skeleton Key", con la sua atmosfera da film di Tim Burton inaspettata e nuova per gli Epica. Poi, e qui sono in disaccordo con la recensione, "Twilight Reverie": nulla di nuovo, ma le melodie funzionano benissimo sia nei passaggi emotivi sia in quelli catchy; ci sento richiami a The Quantum Enigma (che comunque è l'album più vicino a Omega). Segue la ballad minimale "Rivers", che mi piace molto perché è emozionante e permette di riprendere fiato fra i brani meno immediati dalle tracklist, ma la leggera somiglianza con "Impossible" di Shontelle basta per tenerla distante da "Tides of Time" o soprattutto dalla broadwayana "Once Upon a Nightmare". "Seal of Solomon" è strumentalmente densa e stratificata, e ha atmosfere e cori austeri che riportano a The Phantom Agony ; considerando che è poco orecchiabile, avrei evitato di ingolfarla con strofe così ripetitive, ma resta comunque una composizione pregevole. La powereggiante "Abyss of Time" ci riporta a Consign to Oblivion: banale scelta vintage per attirare i nostalgici? Cliché? Sì, però dopo la delusione iniziale mi sono piacevolmente arreso alle melodie efficaci e al riff dello special; magari, ecco, l'avrei unita all'intro "Alpha", che quasi nessuno ascolterà mai da sola. I due brani su cui ho delle riserve sono piuttosto "Gaia" e "Freedom". "Gaia" ha dei pregi, ad esempio un ritornello piacevole, uno special tecnicamente ben ragionato e un piacevole strumento a fiato pseudo-celtico, ma nell'insieme risulta un po' troppo standard ed è inoltre azzoppata da un coro sciapo ripetuto troppe folte. "Freedom", invece, ha melodie tutto sommato carine, ma è generica e non se ne sentiva il bisogno. Sia "Gaia" (sicuramente) sia "Freedom" (forse) alla sufficienza ci arrivano, ma visto il minutaggio dell'album le avrei eliminate; o quanto avrei eliminato "Freedom" per interno e di "Gaia" solo il coro.
Halo
Venerdì 26 Febbraio 2021, 15.42.23
5
lo aspettavo da tanto questo lavoro ma al momento non so bene come giudicarlo; -giudizio da fan: assolutamente soddisfatto, disco lungo, articolato ma comunque godibilissimo, in perfetto stile epica (l'ho rimesso su senza noia subito dopo il primo ascolto); -giudizio più oggettivo: sono leggermente amareggiato, non per la qualità delle tracce, ma perchè a mio giudizio stilisticamente poco aggiungono ad una discografia clamorosa come quella di questa band. The Skeleton Key, code of life, KOH3, omega, sono le canzoni che spiccano di più. gli darò altri ascolti prima di sbilanciarmi su una valutazione complessiva
M. G.
Venerdì 26 Febbraio 2021, 15.25.28
4
Gli album degli Epica sono tutti diversi l'uno dall'altro, con personalità peculiari e distinguibili (in particolare ciò vale per quelli pubblicati fra 2005 e 2014). La band di The Phantom Agony e Consign to Oblivion è molto distante da quella di The Holographic Principle. Non ci sono sostare rivoluzioni con netti cambi stilistici, ma c'è comunque stata un'evoluzione costante, per quanto sottile e discreta. Un lavoro sui dettagli che ha permesso di proporre giochi sempre diversi pur senza cambiare mazzo di carte (se non per qualche piccola aggiunta, come l'elettronica on qualche brano di RFTI e il coro di voci bianche qui). Per cui sì, gli ingredienti son sempre gli stessi, perché è sempre symphonic metal, ma dire perentoriamente "sentito uno sentiti tutti" temo sia estremamente fazioso. MINO, i blast beat praticamente black alternati a melodie vocali pop c'erano in The Phantom Agony? I breakdown chitarristi, i riff prog e gli assoli di tastiera alla Ayreon o Dream Theater c'erano in Consign to Oblivion? Le strutture usate in alcuni brani di Requiem for the Indifferent e The Holographic Principle sono le stesse usate nella totalità di The Quantum Enigma? E le atmosfere, i mood? Omega è un album di sintesi, ripercorre volutamente la carriera degli Epica pescando un po' da tutti gli album precedenti, un po' come fatto dai Within Temptation con Hydra. Ma tu, Mino, ha scritto "sentito uno sentiti tutti", quindi hai espresso un giudizio (privo di qualsiasi argomentazione o dimostrazione) su tutta la discografia degli Epica anziché solo su quest'album.
ocram
Venerdì 26 Febbraio 2021, 14.48.15
3
Mah.....Omega è un bel disco, ma è fin troppo confort zone e zeppo di soluzioni già sentite (chiamateli pure clichè). Inoltre, trovo che KOH3 sia una cocente delusione, davvero poca roba rispetto alle suite sentite finora. Con THP avevano alzato molto l'asticella, qui li sento parecchio ridimensionati. Per ora personalmente non supera il 70, speriamo cresca con gli ascolti, ma dopo quasi 5 anni speravo in qualcosa di nettamente superiore.
MINO
Venerdì 26 Febbraio 2021, 13.59.32
2
Solita solfa, sentito uno sentiti tutti
Altered
Venerdì 26 Febbraio 2021, 11.09.50
1
Ho voluto leggere la recensione ancor prima dell'ascolto e mi rassicura sapere che anche stavolta gli Epica non hanno deluso le aspettative e da fan di vecchia data (li seguo fedelmente dal lontano 2006) non posso che esultare. A dir la verità i singoli mi erano sembrati ottmi: Freedom (The Wolves Within), in particolare, l'ho ascoltata fino allo sfinimento anche per supportare la loro bella challenge che avrebbe garantito, in base agli scores registrati mediante gli ascolti sulle piattaforme digitali, l'adozione di lupi da parte della casa discografica e dei membri. Un bellissimo messaggio ecologista, una sensibilità fuori dal comune (non a caso sono nordeuropei..) ed inutile dire che la sfida è stata portata a casa Tornerò a commentare non appena avrò metabolizzato l'intero album rilasciando un parere più approfondito anche se mi tranquillizzano abbondantemente sia i pochi dati a mia disposizione sia la dettagliatissima recensione di Annie. Long life to Epica!
INFORMAZIONI
2021
Nuclear Blast Records
Symphonic Metal
Tracklist
1. Alpha ‒ Anteludium
2. Abyss of Time ‒ Countdown to Singularity
3. The Skeleton Key
4. Seal of Solomon
5. Gaia
6. Code of Life
7. Freedom ‒ The Wolves Within
8. Kingdom of Heaven, Part III ‒ The Antediluvian Universe
9. Rivers
10. Synergize ‒ Manic Manifest
11. Twilight Reverie ‒ The Hypnagogic State
12. Omega ‒ Sovereign of the Sun Spheres
Line Up
Simone Simons (Voce)
Mark Jansen (Chitarre, Voce)
Isaac Delahaye (Chitarre, Voce)
Rob Van Der Loo (Basso)
Ariën Van Weesenbeek (Batteria)
Coen Janssen (Tastiere)

Musicisti ospiti:
Zaher Zorgati (Voce nella traccia 6)
Vicky Psarakis (Voce nella traccia 11)
 
RECENSIONI
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