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Death Cell - Periferico
03/03/2021
( 1212 letture )
Un pedigree di tutto rispetto accompagna il nuovo album dei Death Cell, quartetto livornese nato nel 1990 e con alle spalle una carriera breve, ma costellata di eventi degni di nota: partiti con un Ep omonimo nel ’92 i nostri attirano le attenzioni del leggendario Paul Chain, che produce il disco d’esordio della band nel ’95, intitolato Magic Water. Supportati dalla Face Records, etichetta di un altro volto di spicco dell’Italia “alternativa” anni ’80 – nello specifico Tony Face, batterista dei mai troppo celebrati Not Moving – i nostri suonano in giro per il Paese ed anche all’estero, interrompendo di colpo le attività per dedicarsi alle proprie vite private. Il nome della band viene congelato, ma riesumato senza alcun preavviso nel 2014, quando il gruppo si riforma e riprende ad esibirsi in Italia nei contesti più disparati, scrivendo anche alcuni nuovi brani che confluiranno nell’Ep Lancia In Resta, promosso da Native Division Records nel 2018. Da qui ad un nuovo disco passa davvero poco tempo e, passati sotto l’egida di Volcano Records & Promotion, i toscani registrano i nove brani di Periferico, uscito il 22 gennaio di quest’anno in formato digitale.

Riassumendo la biografia della band abbiamo citato due nomi importanti che si legano in modo diretto al sound proposto dai Death Cell: difatti fin dalla fondazione nel 1990 il gruppo ha consacrato la propria ricerca sonora alla new wave italiana degli anni ’80, quella scena particolarissima e così foriera di artisti destinati a segnare la storia del nostro Paese che ancora oggi non smette di far parlare di sé (ne parlerò a giorni, sempre su queste pagine). A dire il vero, andando ancora più in profondità, scopriamo che le radici dei quattro livornesi affondano nel post punk più oscuro e decadente a cui però si lega una vena cantautorale che con gli anni ha trovato modo di affinarsi.
Tutto ciò che riguarda la band, dalle sonorità ai testi fino alle fotografie, ribadisce a piena voce l’appartenenza ideologica e celebrativa verso quel mondo appena descritto, ma la copertina da questo punto di vista stona vistosamente con il resto, risultando un vero pugno nell’occhio in quanto a realizzazione: le tonalità iper-sature dei colori e della grafica digitale rischiano davvero di fuorviare l’ascoltatore che, limitandosi all’artwork, potrebbe pensare di trovarsi con molta più probabilità di fronte a un disco di metal moderno piuttosto che a un album di rock alternativo italiano. Abbastanza inspiegabile la scelta di questa copertina dunque, anche se per dovere di cronaca i toscani non hanno mai brillato dal punto di vista grafico, fin dagli esordi.

Archiviata la questione dell’immagine del gruppo, che non introduce nel migliore dei modi all’ascolto, fortunatamente la musica parla tutta un’altra lingua, facendosi immediatamente notare per una produzione moderna e pulita, ma fortemente vivida e organica, tutt’altro che “finta”. Gli strumenti vibrano con naturalezza, con una menzione speciale per il basso di Federico Cingottini spesso in primo piano; una soluzione che ricorda in più momenti il Gianni Maroccolo più smaliziato e di conseguenza i Litfiba.
Qui casca subito l’asino perché i nostri pagano pegno alla new wave fiorentina più che a qualunque altro riferimento stilistico: la provenienza dei Death Cell significherà pur qualcosa e questo si riflette in maniera immediata nei brani, i quali paiono essere, almeno apparentemente e sulla carta, un sincero tributo proprio a quel movimento nazionale capitanato dagli autori di 17 Re, in compagnia di altri capisaldi della scena come Diaframma e Neon, solo per citare i nomi più noti.
Sarebbe sbagliato fermarsi alle citazioni e alle influenze in ogni caso, perché la band mostra a tratti una personalità non indifferente nel corso del disco: Periferico è un album che parte con rabbia e progressivamente si scioglie verso atmosfere più morbide e delicate, andando sempre più ad enfatizzare quella vena cantautorale citata prima a discapito della componente rock e ancor
più post punk.

Andando con ordine si inizia con la marziale Maschera, brano diretto e ultra citazionista, puramente post punk: chitarre grattugiate prese in prestito dai CCCP, basso pulsante in evidenza e batteria minimale. La voce di Franco Bonaccorsi si staglia sugli strumenti con fare declamatorio; si va con la mente direttamente al Piero Pelù più teatrale, anche se il carisma non è minimamente comparabile. Il brano non sorprende, ma convince su tutta la linea, attualizzando concetti anni ’80 con una produzione all’altezza e un tiro tutto sommato apprezzabile. è un peccato che le sonorità presentate nel brano di apertura non compariranno mai più in tutta la scaletta.
Con Zona D’Ombra infatti le sonorità si ammorbidiscono decisamente, sebbene l’impianto post punk rimanga presente. Con gli strumenti meno protagonisti si apprezzano i testi di Bonaccorsi, incentrati su un concept riguardante la libertà dell’essere umano. Se le parole sono scelte con cura, lo stesso non si può sempre dire del modo in cui esse vengano appoggiate sulle trame strumentali della band: Bonaccorsi si affida a linee vocali mai troppo virtuose, che diano risalto e peso ai testi dei singoli brani, ma la maniera in cui decide di cantare non rende giustizia alla bellezza delle liriche; spesso il metro delle parole cozza con quello della musica producendo effetti forzati o addirittura sgradevoli. Non si raggiungono questi effetti troppo spesso, ma quando succede l’ascoltatore se ne accorge immediatamente.
La sezione post punk dell’album si conclude con Il Viaggio Di Caronte, momento atmosferico imperniato su una melodia affidata al basso, dove emerge ancora di più l’ispirazione “maroccoliana” dei Death Cell (si potrebbe fare lo stesso discorso pure per la titletrack). Il risultato finale, pur vacillando per qualche lungaggine di troppo, è positivo, anche se l’irruenza del brano di apertura è già un lontano ricordo. Particolarmente apprezzabile il finale dove si raggiunge una tensione rock che non sarebbe forse dispiaciuta a Giorgio Canali.

Da questo momento dunque il disco prende una piega completamente diversa, trasformandosi in una sequela di momenti oscillanti tra compiutezza e interrogativi vari, dove a regnare sono un rock annacquato à la Negrita (la voce di Bonaccorsi aiuta in questo senso) intervallato da sfumature acustiche musicalmente impeccabili, ma vocalmente piuttosto discutibili.
I problemi sono sempre gli stessi a dire il vero: se la componente musicale, nella sua semplicità, è ben eseguita e soprattutto ben prodotta, la voce e le melodie vocali spesso demoliscono tutto il buono che la band riesce a costruire. Questo si ripete per tutti i brani di questa seconda parte del disco e per questo motivo cito solo Susmar, che coi suoi nove minuti abbondanti è l’episodio più corposo dell’album; i musicisti riescono a gestire bene il crescendo emotivo che si sviluppa in questi minuti ed anche Bonaccorsi si amalgama meglio con il contesto sonoro imbastito dai suoi compagni. La frase che viene utilizzata come ostinato per tutto il pezzo è di una banalità disarmante, ma la componente strumentale continua a convincere portando a casa un brano che poteva essere potenzialmente disastroso, ma che invece si salva, almeno musicalmente.
Il finale è affidato ad una ballata soffice che si regge sugli arpeggi chitarristici del bravo Alessandro Grassi. Si ammicca fortemente ai Negrita ed anche ad un certo soft rock accostabile a Ligabue, per una prestazione ancora una volta formalmente inattaccabile, ma che lascia davvero poco all’ascoltatore. Se dopo questo brano si fa ripartire il disco daccapo si ha l’impressione di aver sbagliato band e questo di norma non è mai un bene.

Le premesse con le quali ci si avvicina a Periferico sono dunque ribaltate una volta che il disco volge al termine e dall’iniziale umore post punk pregno di riverenza verso i mostri sacri della scena italiana si arriva ad un rock piuttosto provinciale e povero di emozioni. I Death Cell, come già detto, hanno dalla loro una produzione eccellente, che mette in rilievo gli strumentisti e le loro idee compositive, ma evidenzia anche di rimando le lacune non tanto canore, ma vocali, di Bonaccorsi, che si rivela croce e delizia dell’intero disco.
È sempre apprezzabile quando una band ritorna in attività e di sicuro i livornesi si saranno tolti una grande soddisfazione dando alle stampe questa nuova opera, ma obiettivamente ci troviamo di fronte a musica che non si fa notare per grandi meriti, ma piuttosto per molte potenzialità non espresse al meglio. Chissà se i nostri daranno un seguito più compiuto a questo album? Nel caso, sarò qui ad aspettarli.



VOTO RECENSORE
62
VOTO LETTORI
81.83 su 6 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2021
Volcano Records & Promotion
Rock
Tracklist
1. Maschera
2. Zona D’Ombra
3. Il Viaggio Di Caronte
4. Periferico
5. Riflessi
6. Quel Che C’è
7. Il Gioco Delle Parti
8. Susmar
9. Ninna Nanna
Line Up
Franco Bonaccorsi (Voce)
Alessandro Grassi (Chitarra)
Federico Cingottini (Basso)
Francesco Lenzi (Batteria)
 
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