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SLAUGHTER CLUB - PADERNO DUGNANO (MI)

Steven Wilson - The Future Bites
09/03/2021
( 1717 letture )
Alla fine è successo: se già To the Bone lanciava le prime avvisaglie di una svolta imminente, The Future Bites è l’emblema forte e limpido di un cambio di direzione ben oltre le aspettative che si erano formate nel tempo. Non è chiaro se ad incidere sulla virata stilistica sia stato di maggior peso una progressiva disillusione dall’ambito rock o l’inaspettato evento ricco di gioia -notoriamente difficile da gestire per l’artista britannico- del suo matrimonio. Ad ogni modo The Future Bites era un disco atteso da diverso tempo, visti i rinvii causati dalla pandemia in corso. Originariamente annunciato per giugno 2020, il disco vede la luce soltanto alla fine di gennaio 2021. Anche questa volta Steven Wilson non perde la possibilità di incentrare la tematica del disco sull’ambito sociale e quello che ne deriva è un’aspra quanto ironica critica alle dipendenze dell’era moderna: la continua ricerca di approvazione tramite i social per coprire i crateri lasciati dalla mancanza di individualità, la frenesia dello shopping applicata a prodotti di tendenza della quale il marketing ci fa sentire una necessità impellente, il capitalismo divorante del mercato e tanti altri sono i temi che costruiscono il fil rouge dell’opera. Sempre parlando di marketing non si può non citare il sito sviluppato per sponsorizzare il disco, dove la The Future BitesTM è la parodia di un’azienda di prodotti di design di alta fascia, che offre sul suo shop online dei prodotti tanto comuni quanto glorificati dal marchio che porta (e ovviamente altrettanto cari): fra essi ad esempio vi è un rotolo di carta igienica (233.58€) e una lattina di aria dell’antartico (587.51€). I prodotti sono ovviamente falsi e non disponibili -se c’è gente che compra un kit di ruote per Mac Pro a 849€, figuratevi se non c’è gente che comprerebbe una lattina vuota a 587.51€- e fanno il verso a tutti quei beni di uso comune dal costo irrisorio, che vengono venduti a cifre astronomiche per via del marchio stampato su di esse. La punta di diamante di questa promozione del disco tuttavia è una Ultra Deluxe Edition (questa volta reale) alla modica cifra di 10.000£ il quale ricavato andrà alla Music Venue Trust, ente di beneficienza che si occupa di tutelare locali e associazioni collegate al mondo della musica dal vivo inglese. Queste tematiche dipingono un avvenire pregno di isteria, nel quale l’essere umano è destinato a vivere una vita frenetica nel quale si è incapaci di assaporare realmente il presente e lo sviluppo della propria individualità. Il futuro viene quindi visto non come un’aspirazione avanti a noi, ma come un muro indistruttibile verso la quale l’umanità -figlia di una società sempre più influenzata da internet e dai social- si sta lanciando a velocità supersonica.

Unself è un breve intro elettronico -discretamente inutile- dove le poche chitarre di questo disco trovano un barlume di spazio, per fungere da mera introduzione al primo vero pezzo del disco. Lo shock dell’attacco di Self è nitido e forte, così come il repentino cambio emotivo. Beat e bassline digitale sostengono l’impianto di un’inaspettata traccia di confine tra pop ed elettronica, con delle venature future funk decisamente emancipate. Tanti sono gli elementi che fanno pensare immediatamente a produttori elettronici di nuova generazione come l’americano GRiZ (funk, electro-soul, future-funk): i cori che portano avanti il ritornello e quelli dei bambini in stile D.A.N.C.E. dei Justice, le note in palm mute di chitarra che strizzano l’occhio alla dance anni settanta ne sono pratici esempi. Il “classico” assolo di chitarra viene distorto e passato in un effetto gate che lo spezzetta rendendolo una sequenza perfettamente ritmata di rumori distorti che tuttavia si integra perfettamente con la natura digitale del brano.

"We are self, the self that loves itself now
We are self, I only see myself now

Self-absorbed and self-obsessed
If not me then someone else
Self sees a billion stars
But still can only self-regard" (Self)


Il primo vero brano di questo The Future Bites tratta il tema del culto dell’ego, emancipato dallo spazio che i social danno agli individui. Siamo capaci di osservare miliardi di stelle nel cielo sopra di noi, ma ossessionati e assorbiti dalla nostra immagine siamo capaci solo a considerare egoisticamente noi stessi. L’apparire regna sovrano e la musica patinata e digitale è un ottimo specchio del messaggio che Steven Wilson vuole lanciare. Fin da questo primo brano si percepisce come l’artista inglese si sia allontanato dall’approccio classico di fare musica, avvicinandosi di più a delle soluzioni elettroniche figlie di una larga veduta del concetto di mix and master. Il brano, seppur lontano dai lavori alla quale siamo abituati sotto questo monicker, inserito nel suo contesto funziona egregiamente e lascia una piacevole voglia di essere ascoltato nuovamente -a patto che ovviamente il genere musicale sia d’interesse-. I bassi profondissimi e pulsanti aprono King Ghost, altro brano particolarmente riuscito dalle atmosfere claustrofobiche e intimiste. Le influenze dei Depeche Mode anni ’00 sono chiare e limpide, tra synth arpeggiati e alternanze strofa/ritornello in cui si passa da un mood profondamente cupo a delle aperture ariose e oniriche. Dopo questo viaggio nelle profondità dell’animo torniamo su territori già battuti dall’artista inglese, che imbraccia la chitarra acustica e suona 12 Things I Forgot. Il brano si muove su binari decisamente più noti per Steven Wilson, ricordando alcune sfumature del suo progetto Blackfield, senza tuttavia lasciare il segno se comparato a tanti altri brani simili già scritti.

"I forgot what it was that I'm not
And you can protest that I can't make commitments
But it don't seem to make any difference
Forget what I've done
To all of the people that gave me their love
Well I have no problem with sleeping at night
I've done wrong but I just don't remember" (12 Things I Forgot)


Un po’ un’occasione mancata per un bellissimo testo che emancipa un cambiamento di percezioni da parte della voce narrante, che si ritrova a dimenticare il suo punto di partenza per poi arrivare ad essere altro. La personalità e i propri punti saldi sono mutevoli, tuttavia con il tempo che passa si torna a dormire di notte e a fare pace con se stessi nonostante quello che si è perso. Insomma un testo perfettamente inerente nel contesto del cambio stilistico di questo The Future Bites, non aiutato da un comparto musicale troppo ancorato al passato. Torniamo sui binari moderni tra clap e basso funk di Eminent Sleaze, altra canzone che continua sul nuovo percorso elettronico di Steven Wilson. Nonostante l’apparente semplicità, vi sono molti strati di strumenti: la tastiera dal sapore jazz che distende il ritmo, tenuto a sua volta serrato dalle chitarre in palm mute, i famosi cori in stile GRiZ di The Rebel Era e Say It Loud e gli stacchi di archi suonati dalla London Session Orchestra. Proprio quest’ultimi danno un incedere al brano marcato e dal retrogusto vagamente orientaleggiante, risultando una chicca che poteva essere sfruttata maggiormente. Continuiamo a percorrere il filone elettropop tramite Man of the People, ballata elettronica che richiama grazie alle sue chitarre aperte e successivamente distorte le atmosfere dei Pink Floyd anni novanta guidati da Gilmour. La drum machine, i synth e la voce eterea di Steven Wilson danno vita a un brano non eccessivamente incisivo, ma molto a fuoco: la prima parte tra atmosfere più oscure e cupe risulta più riuscita della seconda, dove invece prevale il ritornello melodico e un’apertura che in maniera eccessivamente ripetuta banalizza il pezzo. La cassa in quattro quarti apre la longeva e curiosa Personal Shopper, brano che mette in risalto l’approccio consumistico e nervoso tramite un ritmo dritto e compulsivo, così come i nostri bisogni da soddisfare in questa società incapace di fermarsi.

"Buy for comfort, buy for kicks
Buy and buy until it makes you sick
Buy for England, buy it all
Buy online and in the shopping mall
Sell it on then buy it back
Buy the shit you never knew you lacked
Buy the update to compete
Buy the things that make your life complete" (Personal Shopper)


Tanti elementi della musica disco anni settanta e della dance moderna si miscelano in un pezzo molto facile da seguire ma con tanti dettagli di produzione e ritocco. L’aspra critica dell’artista emancipa l’avidità di voler comprare tutto, fare parte di ogni progetto di crowfunding e ricerca il lusso, seppur per poco per poter dire di esserne stato parte.

"Sunglasses
Teeth whitener
Deluxe edition box sets
Volcanic ash soap
Anti ageing cream (Self-love)
Multivitamin supplements
Noise cancelling headphones (Self-esteem)
Designer trainers (Self-indulgence)
Diamond cufflinks (Self-obsession)
Detox drinks (Self-obsession, Self-defence)
Smart watch (Self-obsession, Self-defence)
Organic LED television (Self-love, Self-control, Self-obsession)
Fitness club membership (Self-indulgence, Self-esteem, Self-doubt)
Fake eyelashes
Monogrammed luggage
180 gram vinyl reissues
Branded water
Self-help books" (Personal Shopper)


Coadiuvato dalla voce di Elton John, Steven Wilson riesce a mettere in una canzone anche la lista della spesa, trasformando la lettura di un foglietto in un’analisi dei bisogni umani, supportata da una base a cavallo tra l’elettronica e delle sfumature psichedeliche che per un attimo ci ricordano i lontanissimi Porcupine Tree. Ad ogni modo l’idea trova un’ottima realizzazione e il risultato finale è oltremodo promosso. Risulta un po’ più altalenante Follower, veloce pezzo che segue la tradizionale struttura canzone, dove l’artista si chiede quali sono i bisogni di avere delle persone che seguono perennemente i nostri interessi. La ricerca di approvazione o di volersi rispecchiare in tutto quello che gli altri hanno è sinonimo di mancanza di personalità e carattere, che rimane una delle principali critiche di questo The Future Bites. Musicalmente parlando ci sono degli spunti interessanti nel pezzo: le brevi parti soliste di chitarra in stile vagamente alternative anni novanta, gli inserti di pianoforte e alcuni stacchi interessanti, tuttavia l’agglomerato di strumenti, cori e altro fa perdere il fil rouge di un brano che forse necessitava maggiore compattezza. Ci avviciniamo alla chiusura del disco con l’apertura distesa di Count of Unease, in cui la voce narrante che si posa sulle percussioni metalliche si pone delle domande esistenziali sulla propria voglia di realizzare le cose e sul fatto che effettivamente ci sia dentro o meno. L’alienazione -come tema principale del pezzo- si ritrova anche musicalmente tra i synth che creano un tappeto molto riflessivo, grazie a dei suoni digitali studiati e perennemente in movimento fra i padiglioni delle cuffie. Nonostante le chitarre di retaggio post rock e il basso che conduce la strada, il pezzo non decolla mai, tuttavia è proprio questa la sua peculiarità e la sua natura che adempie alla volontà di lasciare al platter un finale profondamente intimista dopo tante sfumature elettroniche.

The Future Bites è un disco che mette insieme molti aspetti della musica digitale e analogica, rendendo tutt’altro che facile il lavoro di missaggio e master. Il risultato finale non è privo di sbavature anche per un pilastro dell’ambito come Steven Wilson, ma senz’altro questa volta la complessità era di gran lunga maggiore. Questo platter era molto atteso viste le preannunciate svolte stilistiche e il risultato è più che apprezzabile, a patto di non aspettarsi un nuovo disco dei Porcupine Tree o di uno Steven Wilson che continui a strizzare l’occhio alla sua ex-band. L’artista si prende gioco di se stesso, rendendo il suo lavoro la parodia un’azienda di prodotti di lusso di design, mettendosi nei panni di un brand che può fare quello che vuole, poiché tanto ci saranno sempre persone che compreranno i suoi prodotti. Così facendo viene preannuncia con intelligenza quella che sarà una delle maggiori accuse da parte di una frangia dei suoi ascoltatori che si sono sentiti traditi dalla virata stilistica. La verità probabilmente è che l’arte è di chi la fa e non di chi ne usufruisce, motivo per il quale lo stesso Steven Wilson -sentendo la necessità di dare una svolta al suo sound- non si sia fatto troppi problemi ad innovarsi -nel bene o nel male delle nostre percezioni della cosa-. The Future Bites dunque è un disco senz’altro sincero, privo di mire semplicistiche di un presunto artista che approfitta del suo status per produrre musica di rango minore. Che poi l’elettronica piaccia meno del progressive a buona parte dei suoi ascoltatori è un altro paio di maniche, ma questo è un problema dell’ascoltatore e non del musicista. La sincerità di intenti di The Future Bites è cristallina poiché ad oggi, ascoltando i brani di questo ultimo lavoro, è chiaro che quelli di miglior fattura siano senz’altro quelli del nuovo corso stilistico. Missaggio e master sono sempre stati il cinquanta per cento di un lavoro e in questo nuovo corso l’artista preferisce “suonare” tramite queste fasi, piuttosto che dare maggiore spessore all’arrangiamento e ad un approccio alla musica tradizionale che da sempre è alla base dei filoni rock/metal. Di conseguenza il materiale che strizza l’occhio al passato risulta più prevedibile e scontato, nonché dimenticabile. The Future Bites è un disco da ascoltare, a patto di essere privi di pregiudizi e di avere la curiosità di esplorare qualcosa di diverso, come probabilmente ha fatto lo stesso Steven Wilson, dando alla luce un lavoro non eccezionale, ma sicuramente dalla personalità unica all’interno della sua longeva discografia.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
74.09 su 33 voti [ VOTA]
Claudio
Sabato 27 Marzo 2021, 21.51.11
19
Ho ascoltato il terzo cd dell’edizione deluxe ed e’ altra storia, ci sono diverse versioni estese di alcuni pezzi del disco oltre a 6 pezzi aggiuntivi nuovi, il tutto molto meno pop del disco principale e piu’ sperimentale, veramente geniale come suo solito, credo che il disco principale sia stato fatto per vendere
L' Étatang Aux Nénuphars
Sabato 20 Marzo 2021, 23.20.57
18
@Le Marquis De Fremont. Mon ami, j'en profite pour vous féliciter! Seguo questo webzine da anni e mi fa piacere ogni volta di vedere i suoi commenti, sempre molto equilibrati, simpatici e veritieri. Ogni volta sembra che lei mi tolga le parole di bocca, soprattutto in questo caso... Ho pensato tutto ciò in merito all' album dal primo momento che l' ho ascoltato e sono molto deluso e al contempo spaventato dai consensi, sintomo del fatto che il senso critico e il buon gusto stanno sparendo dal cervello delle persone. Je vous salue cordialement et j'espère continuer à voir vos commentaires écrits. Le monde a grand besoin de personnes qui apprécient l'art véritable, avec leur cœur voyageant vers l'infini. Au revoir!
Sarah
Sabato 20 Marzo 2021, 22.56.09
17
Idem
Manuel
Sabato 20 Marzo 2021, 22.44.49
16
Quoto in tutto e per tutto l' ultimo commento. Voto recensione esagerato, si merita massimo un 65
L' Étang Au Nénuphars
Sabato 20 Marzo 2021, 17.10.37
15
THE FUTURE BITES” è la prova che anche un personaggio di grande prestigio come Steven Wilson può perdere di vista l’obiettivo, facendo leva più sullo scintillante e lussuoso pacchetto che sul suo effettivo contenuto. E in questo discorso i generi non c’entrano. Percorrere nuovi sentieri e non cadere in continue reiterazioni della stessa minestra è ammirevole, ma se alla base la musica non regge allora tutto il resto crolla, che sia prog, pop, elettronica, metal o polka. Au revoir.
Chicco da Torbaianica
Sabato 20 Marzo 2021, 16.40.15
14
Ragazzi, diciamocela tutta... Il disco fa letteralmente cagare. Solamente a sentire follow me e eminent sleaze mi viene un conato... Soprattutto quando partono quei coretti da asilo vuoti e fastidiosi. Ha fatto una cagata e nessuno ha le palle per dirlo in faccia. Self é scialba e già sentita, King Ghost tenta di emulare la migliore elettronica britannica, ma ci fa ammosciare le palle con quel falsetto da debosciato. 12 things I forgot é una ballad che vi fa venire il magone a pensare che é la più insignificante che Steven abbia mai composto. Devo andare aventi? Tra l' altro anche l' unico pregio, la produzione, é inutile, nel contesto... Fa sembrare il tutto ancora più artefatto. Ovviamente non é una questione di genere, ma di contenuto e di emozioni... Già l' idea di fare un concept sul consumismo ha rotto i coglioni come idea, figurarsi se lo si compone di un modo così superficiale. Piuttosto mi ascolto ok computer, no? Spero che lui ci stia prendendo tutti per il culo e che sia solo una trovata provocatoria... Ma anche se fosse, il tutto non sarebbe comunque di buon gusto per uno che era un genio e ora é la copia sbiadita di un novellino che gioca a fare musica anni 80. Un' altra domanda é: ma li mortacci sua, ma non poteva piuttosto copiare ciò che aveva fatto con i No-man, se proprio voleva darsi a sonorità new wave? Sarebbe stato più credibili auto-coverizzarsi piuttosto che pubblicare sto schifo con la carta igienica e tutto il set da bimbiminkia in omaggio... Ma daaaaai. E non voglio neanche parlare di quanto sia stato inetto a duettare con la swft sennò bestemmio.... E quanno ce vò, ce vò!
Ruth
Mercoledì 17 Marzo 2021, 19.49.08
13
Eh no perché oh, porco pneumatico, ma nello spritz aperol o Campari?
Luigi
Mercoledì 17 Marzo 2021, 19.01.50
12
Sta roba che un artista solista debba cambiare nome mi mancava comunque che piaccia o no, ma diciamola tutta è sempre stato un artista con l'animo pop, vedi i primi no - man nel disperato tentativo di avere un sucesso commerciale ma come anche con i porcupine di fine 90 sulla scia del cosidetto brit pop alla radiohead o blur, falliti entrambi e non senza rimorsi per Wilson. Al terzo tentativo gli è andata bene, credo che per lui fosse un cruccio esistenziale, fare pop senza fronzoli e vendere, punto. Così forse si mette l'animo in pace. Consiglio a tutti di recuperarsi la versione extra, la versione allungata di Personal Shopper è tanta roba.
Il primo che passa
Mercoledì 17 Marzo 2021, 13.20.43
11
Mai sopportato con quella faccia da preso male...ma al di la della faccia qua siamo nell'ambito di uno che fa quel cazzo che gli pare si, ma non sempre ci azzecca...
vascomistaisulcazzo
Mercoledì 17 Marzo 2021, 11.07.24
10
Marchese: sulla copertina irritante non ci piove, io ti dirò che trovo alquanto discutibile pure la tematica legata al consumismo, pochi come lui vivono di questo tra riedizioni, edizione deluxe, ristampe ogni 12 mesi di qualsiasi cosa, immagino che il suo lavoro sull'argomento sia di più ampio respiro ma mi ha messo a disagio per una volta. Sul discorso musicale mi permetto di pensare che semplicemente questa fase volta più all'elettronica non ti piaccia un granchè, e immagino non siano pochi che già dal precedente lavoro, di Wilson non vogliano più sentir parlare, io non ne faccio un discorso di grandissima finezza, ci ritrovo nonostante il cambio panorama molti elementi che nel suo lavoro mi hanno sempre dato soddisfazione, l'elettronica così utilizzata rende il tutto ancora più scuro e la mossa intelligente è stato ridurre il tutto ad un minutaggio piuttosto breve, peccato non essere andati fino in fondo aggiungendo quei 2 brani lenti che sono di qualità imbarazzante rispetto a quello che Wilson ci ha proposto in passato. In generale un artista che vede il suo seguito aumentare di anno in anno raramente forse mai decide di fuggire verso territori di più difficile comprensione, che Wilson nell'atteggiamento e nelle scelte musicali sia meno ermetico non ci piove ma per le mie sensibilità l'asticella della qualità non è mai scesa.
Le Marquis de Fremont
Giovedì 11 Marzo 2021, 16.42.06
9
...ah dimenticavo: come copertina metterei il negativo di questo suo ritratto, con le scritte in azzurro. Molto originale. E' Steven Wilson. Jusqu'à la prochaine fois.
Le Marquis de Fremont
Giovedì 11 Marzo 2021, 16.38.26
8
Bien sûr, Monsieur Black Me Out, posso prenderne atto. Se parliamo di uno come Steven Wilson, possiamo aspettarci nel prossimo album, un jazz del periodo be-bop, suonato con lo scacciapensieri su una base di ocarine del basso Mantovano. Il tutto mixato professionalmente e prodotto alla perfezione. Come bonus track suggerirei un remix di In Den Gärten Pharaos dei Popol Vuh. Eventualmente è quello che gli piace. E' Steven Wilson. Jusqu'à la prochaine fois.
Black Me Out
Giovedì 11 Marzo 2021, 14.26.13
7
Mi sento di concordare pienamente con tutti i commenti fino al 5: un disco questo che sta crescendo tanto e di cui consiglio di recuperare anche l'Ep e le tracce bonus (che sono un sacco), tra cui spicca il remix di "King Ghost" ad opera dei Tangerine Dream. Michele ha scritto un'ottima recensione obiettivamente centrata e correttissima, che mette in luce anche quelli che sono i difetti di una simile produzione. Al contrario del Marchese io non ragiono secondo lo schema "da X mi aspetto X", soprattutto poi se parliamo di uno come Steven Wilson, ma detto ciò comprendo la sua riflessione, senza condividerla. Se avesse levato la banale e prevedibilissima "12 Things I Forgot" inserendo un brano come "In Floral Green" (cover degli ottimi Lonely Robot contenuta nei b-sides del disco) credo che il livello generale dell'album ne avrebbe giovato un bel po'. Detto questo spero che Wilson prosegua nel fare quello che più gli piace; finché suoni e produzione sono a questi livelli altissimi e la scrittura si muove di conseguenza (e non si può di certo dire che in un disco fondamentalmente elettronico come questo non si senta il solito songwriting di Wilson suvvia) io sarò sempre pronto a concedergli un ascolto.
Le Marquis de Fremont
Giovedì 11 Marzo 2021, 13.53.05
6
Non, non, non et non! Per carità, ci saranno i messaggi sulla condizione umana, il marketing, l'approfondimento di tematiche esistenziali varie. Ci sarà anche un lavoro super professionale alla esecuzione e al missaggio (d'alto canto, non fa altro dalla mattina alla sera...) ma la musica è, pour moi, veramente ridicola ed irritante. Un pop/dance anni settanta dove mi aspettavo da un momento all'altro, entrassero le voci castrate dei Bee Gees. Poco di salvabile. Anche la banale ed insulsa copertina (capirai che sforzo creativo, vista anche la precedente). Ora, potrà essere in evoluzione o in qualche altro stato d'animo ma come ho ripetuto altre volte, se io vado da un produttore di Chianti, mi aspetto, con le dovute sfumature e varianti, di bere Chianti. Se dentro la bottiglia c'è Nero D'Avola, non va bene. Semplicemente, per correttezza e logica coerenza con il nome, non metta il moniker "Steven Wilson". Metta "The Dancing Steven Wilson" o "The Saturday Night Fever revised by Steven Wilson" o altro. La fantasia non gli manca. Una uscita che ha l'aria di una presa in giro. Un applauso a Monsieur Axoras che su una operazione decisamente patetica, ci ha scritto un mattone non da poco. Jusqu'à la prochaine fois.
GT_Oro
Mercoledì 10 Marzo 2021, 23.10.26
5
Tanto di cappello a Michele per l'ottima rece. Ha beccato tutti i punti salienti e il perché questo disco vada ascoltato senza pregiudizi. Per me con gli ascolti cresce molto, unico vero neo è davvero 12 Things, penso che se al suo posto ci fosse stata una Pariah, ad esempio, sarebbe stato un disco da 85 pieni. Per me si ferma a 77.
Sicktadone
Mercoledì 10 Marzo 2021, 16.06.18
4
Artista che è sempre un passo avanti. Anche quando si butta su suoni più Pop la qualità non manca e il marchio è riconoscibile. Concordo con il voto del sempre ottimo Michele!
All I Was
Mercoledì 10 Marzo 2021, 15.09.19
3
Musica INCREDIBILE ma voce DEBOLE. Questo disco è STRATOSFERICO (strumentalmente parlando) ma ha uno SBILANCIAMENTO qualitativo ASSURDO per quanto riguarda la dubbia qualità delle parti VOCALI rispetto alla parte compositiva/strumentale (unico vero neo di di sempre per SW). Per fare POP, non ci sono santi...occorre una VOCE DI CRISTO per poter sorreggere il peso emotivo di una scelta compositiva "quadrata" che per sua natura DEVE essere il più INCLUSIVA possibile (ma NON di minor qualità rispetto ad altri genere...che SIA CHIARO). Purtroppo per noi SW NON è mai stato un grande cantante. Tuttavia lui è TROPPO bravo per fare le cose male! La scelta di avere MILIONI di guest vocali (soprattutto sui ritornelli più pop come in Self, Eminent Sleaze o Personal Shopper) è stata di una FURBIZIA SUBLIME! Grazie a questi guest che "riempiono" i ritornelli, il risultato "pop" è ben riuscito e i pezzi si ascoltano volentieri. King Ghost poi è il CAPOLAVORO del disco! Unico pezzo che porta il marchio di fabbrica (semi-prog) Wilsoniano e risulta sia pop che allo stesso tempo più "consono" allo stile storico del grande Steven. Concordo poi con il commento n.1 rispetto alle ballad di questo disco (come 12 things)...risultano TROPPO forzate e prive di mordente. In conclusione questo è un lavoro più che dignitoso, forte del fatto di essere una TOTALE SPERIMENTAZIONE POP mai portata così avanti dal musicista inglese ma che disgraziatamente NON ha un millesimo di forza rispetto alla sua vecchia carriera discografica principale. Io comunque mi accontento e come! Ce ne fossere di artisti così! (:
Jimi The Ghost
Mercoledì 10 Marzo 2021, 9.26.59
2
SW è camaleonticamente inarrestabile e, nuovamente siamo ancora qui a parlare di lui e delle sue nuove idee. "The Future Bites" è una produzione drammaticamente influenzata dall'era COVID, la quale ha cambiato l'elenco delle tracce e ritardandone l'uscita di oltre sette mesi, per non parlare di un intero tour del 2020 che è stato demolito dalla pandemia dove Wilson avrebbe desiderato esibirsi su più grandi luoghi di sempre. Questa transazione si percepisce nell'ascolto dell'intero disco che, a mio personale parere, nonostante alcune frammentazioni scorre fluido e veloce. Si percepisce una produzione dissimile e le mani di David Kosten, amante di un "elettronica progressiva e non prog" è riuscito a dare una nuovo taglio e sfaccettatura musicale in studio recording. Lo stesso produttore "suggerisce" ai fruitori di ascoltare il disco con un impianto Hi-Fi "degno" per carpire e godere di ogni singola sfumatura ed elaborazione effettuata. (In effetti l'ho ascoltato con delle buone cuffie, audio DAC e i brani acquisiscono quella dinamica in più che altrimenti non verrebbe comunemente percepita). Ottima la recensione nonché grazie ad una eccellente produzione è ottimo, secondo me, questo ennesimo sforzo dell'eclettico Steve. Saluti. Jimi TG
vascomistaisulcazzo
Martedì 9 Marzo 2021, 11.56.10
1
Non ho nulla da ridire sulle scelte di Wilson che arrivano dopo un percorso di avvicinamento che io reputo impeccabile cronologicamente, anche se posso capire il disagio di chi era affezionato al sound più vicino al metal degli ultimi PT e di inizio carriera solista. Questo album alla lunga potrebbe risultare anche migliore del precedente che mi aveva divertito molto anche se critico pesantemente le 2 ballate, sono una forzatura in un progetto che per minutaggio compresso poteva uscirne molto più monolitico senza sopratutto "12 things" che mi uccide letteralmente messa lì. Per me è 85
INFORMAZIONI
2021
Caroline Records
Electro-Rock
Tracklist
1. Unself
2. Self
3. King Ghost
4. 12 Things I Forgot
5. Eminent Sleaze
6. Man of the People
7. Personal Shopper
8. Follower
9. Count of Unease
Line Up
Steven Wilson (Voce, Chitarre, Basso, Tastiere, Pianoforte e Percussioni)

Musicisti Ospiti:

Blaine Harrison (Voce nella traccia 4)
Jack Flanagan (Voce nella traccia 4)
Fyte Dangerfield (Voce nella traccia 7)
Elton John (Voce narrante nella traccia 7)
Rothem Wilson (Voce narrante nella traccia 7)
Nick Beggs (Basso nelle tracce 5 e 7)
Guy Protheroe (Direttore d’orchestra nella traccia 5)
London Session Orchestra (Strumenti ad arco nella traccia 5)
Adam Holzman (Pianoforte e Sintetizzatore nelle tracce 5 e 8)
Richard Barbieri (Sintetizzatore nella traccia 2)
David Kosten (Sintetizzatore nella traccia 9)
Jason Cooper (Percussioni nella traccia 3)
Michael Spearman (Batteria nelle tracce 2, 4, 7 e 8)
 
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