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Octavision - Coexist
23/03/2021
( 1522 letture )
Spuntano all’improvviso gli Octavision, nuovo progetto progressive metal del chitarrista e compositore principale Hovak Alaverdyan, che vede tra le sue fila nomi prestigiosi come Jeff Scott Soto dietro al microfono, e i due pesi massimi del basso Billy Sheehan e Victor Wooten. Il resto della formazione vede il tastierista Murzo, Roman Lomtadze alla batteria e Avo Margaryan al blul che, precisiamo, è un flauto tradizionale armeno. Come accennato, gli Octavision nascono con l’idea di proporre un progressive metal prevalentemente strumentale dalla forte impronta dreamtheateriana, cui però si aggiunge un tocco di esotismo legato all’uso di orchestrazioni dal taglio cinematografico e, soprattutto, dall’impiego di scale dalla sonorità tipicamente orientale.

Ciò non deve trarre in inganno l’ascoltatore: le chitarre fanno sempre la parte del leone ergendosi protagoniste, scandendo i brani e sviluppandone l’ossatura saldamente ancorata a sonorità arzigogolate e avvitate su se stesse, tra palm muting insistiti e fraseggi articolati che in più di un’occasione richiamano il John Petrucci aggressivo ed heavy/prog. Hovak Alaverdyan si destreggia discretamente tra riff muscolari e assoli che, per quanto tecnici, non eccedono mai di durata e ricercano una discreta dose di melodia, evitando la trappola dell’eccessiva auto compiacenza. La struttura generale dei brani è priva di grossi sussulti: le progressioni dei riff mantengono sempre una certa fruibilità di fondo, rendendo l’ascolto relativamente scorrevole per la media del genere. L’alternanza tra riff più tirati ad altri che giocano col groove e i cambi di tempo è efficace e, soprattutto, tiene comunque a mente la forma canzone sebbene la maggioranza dei brani sia strumentale. Il contributo di Murzo alle tastiere fa la differenza, rivelandosi un interessante ibrido tra l’urgenza espressiva del miglior Kevin Moore e il solismo a tratti tamarro e acido di Jordan Rudess, ritagliandosi però una sana dose di personalità nel creare tappeti di synth dal taglio moderno che conferiscono alle canzoni il giusto respiro. Sicuramente il musicista sa il fatto suo a livello tecnico e sa come calarsi nel contesto, ma a livello di sonorità non ci sono particolari innovazioni o guizzi di genio avanguardistici degni di nota. L’aspetto che paradossalmente lascia insoddisfatti è però la sezione ritmica, con un particolare riferimento ai due bassisti: intendiamoci, Sheehan e Wooten sono due mostri di bravura del proprio strumento, con il primo celebre per i suoi fraseggi e tapping velocissimi e il secondo per lo slap ricco di groove e gusto melodico, ma proprio per questo è un peccato sentirli così impossibilitati ad andare a briglia sciolta e liberi di ritagliarsi degli spazi da protagonista in cui esaltare le proprie peculiarità. Nel mix complessivo il basso è ben bilanciato, tuttavia è prevalentemente ritmico e, se escludiamo l’iniziale Mindwar, sono davvero poche le finestre aperte da cui è possibile scorgere un ruolo centrale delle quattro corde. Un’occasione persa che, nel bilancio complessivo, lascia un po’ di amaro in bocca. Infine, pur dando per assodato che Jeff Scott Soto sia un grande cantante dalla conclamata capacità espressiva e di una versatilità rara in ambito hard rock, classic metal e generi affini, in questo album egli svolge il ruolo dell’ospite di lusso dalla grande professionalità che ci si aspetta da un artista del suo calibro. In questa occasione tuttavia si limita a una fugace comparsata in due brani su sette (Coexist e Apocalyptus) prestando la voce senza strafare, svolgendo il compitino richiestogli senza sussulti e risultando nel complesso moscio, specialmente se paragonato agli intrecci strumentali ben più dinamici e freschi.

Non è il caso di indugiare oltre: Coexist va preso come lo sfizio compositivo di Hovak Alaverdyan che, per l’occasione, ha reclutato qualche peso massimo come ospite per dare smalto ad un personale divertissment e nulla di più. Non c’è motivo per procedere all’acquisto a meno che non siate già fan sfegatati di Sheehan,Wooten e Soto e quindi vogliate sentirli in una veste diversa e lontana da ciò che generalmente suonano regolarmente. Per il resto vi troverete di fronte a un pugno di brani che per quanto ben suonati e curati negli arrangiamenti -con una particolare attenzione per la chitarra- non si discosta granchè dal puro esercizio di stile e, una volta passato il divertimento dovuto ai numerosi intrecci solisti, non vi rimarrà che un dischetto tiepidino e privo di un vero momento trainante che, come si dice in gergo, spacca.

Promuovo gli Octavision, più per stima dei musicisti che vi suonano che per le qualità del risultato, anche se con un grosso e interlocutorio "mah"…



VOTO RECENSORE
65
VOTO LETTORI
30 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2020
Autoprodotto
Prog Metal
Tracklist
1. Mindwar
2. Coexist
3. Proctagon
4. Apocalyptus
5. Three Lives
6. Stormbringer
7. So it Begins
Line Up
Jeff Scott Soto (Voce)
Hovak Alaverdyan (Chitarra)
Murzo (Tastiere)
Avo Margaryan (Blul)
Victor Wooten (Basso)
Billy Sheehan (Basso)
Roman Lomtadze (Batteria)
 
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