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Tomahawk - Tonic Immobility
27/03/2021
( 642 letture )
Non scopriamo di certo oggi la prolificità del folle Mike Patton, un uomo per cui la musica sembra essere vera essenza vitale e la cui curiosità, unità alla voglia di sperimentare nuove strade, sembra non finire mai.
Se infatti il 2020 è stato l’anno dell’atteso, sebbene fin troppo monocorde, ritorno discografico dei Mr. Bungle – i quali avrebbero lasciato intendere proprio pochi giorni fa una possibile reunion in formazione originale – il 2021 si farà ricordare da tutti i fan del cantante californiano come il ventennale del primo album dei Tomahawk, progetto fondato da Patton nel 1999 in compagnia del chitarrista Duane Denison dei The Jesus Lizard. Proprio per festeggiare questo anniversario, ed incoraggiati anche dall’attuale periodo, i due fondatori del gruppo si sono riuniti dopo ben otto anni dall’ultimo Oddfellows – da ricordare anche l’Ep M.E.A.T. uscito nel 2014 – per comporre il quinto disco in studio, pubblicato il 26 marzo dalla ovvia e onnipresente Ipecac Recordings.
Accompagnati del fedelissimo John Stanier, ex-Helmet, alla batteria e da Trevor Dunn dei Mr. Bungle al basso – presente anche in Oddfellows a causa della defezione dell’originale bassista Kevin Rutmanis dei Melvins e dei seminali Cows – i quattro musicisti riprendono il percorso abbandonato nel 2013 riavvicinandosi maggiormente alle atmosfere che avevano caratterizzato il disco di debutto, a cavallo tra noise rock, irruenza hardcore e bizzarrie assortite ad opera soprattutto dell’eclettico Patton.
Di fronte ad opere come questa ha ancora senso utilizzare la controversa dicitura “alternative rock”, anche tenendo in considerazione che i membri del gruppo hanno tutti contribuito con le loro band principali a costruire questa specifica concezione del rock negli anni ’90.

Con un titolo che riflette inesorabilmente la condizione di molti artisti da più di un anno a questa parte, Tonic Immobility si presenta in maniera fin troppo sobria, con una copertina che potrebbe far pensare ad un disco post rock anni 2000 piuttosto che a ciò che in effetti si andrà ad ascoltare. Non che i Tomahawk abbiano mai avuto artwork spettacolari, ma mai come in questo caso l’estetica fatica a concordare con il contenuto. D’altronde se non vi fossero contrasti di questo genere non staremmo parlando di un progetto di Mike Patton.
I dodici brani in scaletta hanno tutti una durata che non supera mai i tre minuti e si fanno notare per una estrema concisione, che rende ogni episodio ben confezionato e perfettamente inserito nel contesto del disco. I suoni sono scelti con attenzione e senza alcun dubbio le influenze dei The Jesus Lizard e di certi primi Melvins sono quelle che emergono con più prepotenza.
Duane Denison e Trevor Dunn si prendono gran parte dello spazio, il primo alternando arpeggi dissonanti e riff massicci, il secondo facendo tuonare il basso con pattern di scuola post-hardcore; in tutto questo la batteria di Stanier funge da ottimo collante, capace di muoversi all’unisono con le acrobazie vocali di Patton, il quale ha terreno fertile per lasciarsi andare ad ogni sorta di esperimento. Queste caratteristiche si possono ritrovare espresse al meglio nel singolo Business Casual, giocato tutto sull’alternanza tra basso e batteria: un brano dove si vuole far rivivere tutta quella scena alternativa americana nata dalle ceneri dell’hardcore filtrata dall’esperienza crossover di Patton. Funziona tutto alla perfezione, anche se l’impressione di già sentito si nasconde dietro l’angolo. E se si nutrono dubbi sull’importanza del punk per la band si ascolti il ritornello adrenalinico di Valentine Shine, contrapposto in maniera compiaciuto alle strofe cadenzate classicamente pattoniane.
Ma è l’eclettismo quel che si cerca in album di questo calibro ed esso abbonda in momenti come Recoil, dove una ritmica funk sghemba e disordinata si unisce a un mood reggae per dare vita ad un brano ancora una volta sostanzialmente punk. Il riff di Denison è irresistibile e il finale urlato è ancora una volta un inconfondibile marchio di fabbrica dell’iconica voce dei Faith No More.
Proprio prima di Recoil compare in scaletta la malinconica Sidewinder, una ballata pianistica che si evolve in un lamento rabbioso guidato dalle chitarre e dagli stop’n’go di Stanier. I cori doo-wop che accompagnano il timbro baritonale e graffiante di Patton sono la ciliegina sulla torta di uno dei brani migliori del disco.
Ultima menzione per Howlie, unico pezzo sopra i tre minuti, che si muove tra eleganti arpeggi sospesi resi ancora più ficcanti del sempre bravo Stenier, il quale mostra una tecnica invidiabile – qualcuno si ricorderà dei cervellotici Battles, altra band dove milita il batterista – e un gusto eccelso per i suoni e i dettagli ritmici. Il finale è follia pura, con Patton che impazzisce come solo un cantante come lui riesce a fare e la band che gli dà corda e incalza sempre di più con una furia che ormai è puro hardcore.
Gli altri brani del disco non si discostano molto dalla formula già descritta, destreggiandosi tra rigurgiti noise rock e accelerazioni punk, ma senza perdere di vista l’integrità delle singole canzoni, tutte costruite in maniera riconoscibile e quadrata.

In sostanza Tonic Immobility è dunque un album che farà contenti in molti, dagli appassioni di alternative rock di primo pelo allo zoccolo duro che ha vissuto appieno gli anni ’90, poiché i brani del disco si riferiscono esplicitamente a quella magica decade, durante la quale la musica rock aveva ancora fame di evolversi e sperimentare. Certamente questo non è il miglior lavoro dei Tomahawk, poiché le vette dello schizoide Mit Gas (2003) e la ricerca culturale di Anonymous (2007) rimangono su altri livelli, ma rimane senza dubbio un album compatto e lineare, capace di dosare le sue dosi di pazzia senza strafare e risultando convincente dall’inizio alla fine. Non si rimane mai sconvolti o sopresi, essendo presenti tutte le caratteristiche già note del Patton-style, ma formalmente siamo di fronte a un’opera inattaccabile sotto ogni punto di vista.
Altro centro quindi per il supergruppo americano, che nella sua minuta discografia non ha ancora commesso alcun passo falso. Il rock nel 2021 parla ancora la lingua di Mike Patton e fa sferragliare le chitarre di Duane Denison, di questo non si può che gioire.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
85.33 su 3 voti [ VOTA]
vascomistaisulcazzo
Lunedì 29 Marzo 2021, 16.50.45
2
Non sono un fan dei progetti di Patton che non siano FnM ma quest'album mi è davvero piaciuto, mantiene tutte le caratteristiche del Tomahawks pensiero ma senza discostarsi troppo dalla forma canzone per durata e musicalità, cosa che in passato invece mi ha messo in difficoltà.
Maz
Domenica 28 Marzo 2021, 13.01.06
1
Tomahawk 2021....vent'anni e non sentirli....album che personalmente attendevo da qualche anno....band che ho seguito fin dagli esordi e anche stavolta non mi hanno deluso....anche se diciamo non escono dai loro schemi soliti (e sappiamo che quando si parla di Patton è tutto dire) l'album al primo ascolto mi è piaciuto molto....i 4 musicisti in ballo non hanno nulla da dimostrare e li ho trovati davvero in forma....vincente secondo me la formula del brano che va subito al dunque e dei 40 minuti di durata complessiva...complimenti anche al prode "Black Me Out" per la bella rece....P.S. finalemente i Tomahawk trovano spazio nelle recensioni di questa fanzine....dico alla redazione che mi auguro che non sia un episodio isolato e che vengano recensiti anche gli altri lavori della band che per me meritano di essere scoperti da chi non li ha mai ascoltati.... Un saluto a tutti e.... stay Metallized
INFORMAZIONI
2021
Ipecac Recordings
Alternative Rock
Tracklist
1. SHHH!
2. Valentine Shine
3. Predators And Scavengers
4. Doomsday Fatigue
5. Business Casual
6. Tattoo Zero
7. Fatback
8. Howlie
9. Eureka
10. Sidewinder
11. Recoil
12. Dog Eat Dog
Line Up
Mike Patton (Voce)
Duane Denison (Chitarra)
Trevor Dunn (Basso)
John Stanier (Batteria)
 
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