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L.A. Guns - Vicious Circle
03/04/2021
( 621 letture )
Brutti, sporchi, cattivi e sottovalutati.
Quattro aggettivi che non faticheremmo a trovare riportati nel dizionario della musica rock, come accezioni in appendice al lemma L.A. Guns, band losangelina nota alle cronache per le chiacchierate e travagliate scissioni, per gli ancor più sorprendenti ricongiungimenti e chi più ne ha, più ne metta.
All’alba del 1995, in concomitanza con il lento spegnimento del fuoco appiccato dalla rivoluzione grunge, uno dei gruppi bandiera di un certo modo di intendere l’hard rock, nella sua vena più tagliente e aggressiva (sleaze o street, che dir si voglia, tante parole per un solo concetto), registrava la defezione di un membro cardine come Steve Riley (presente tuttavia nel tour di promozione del disco) e rischiava di dover fare a meno anche del buon Tracii Guns, di fatto riarruolato contro la sua volontà, in corso d’opera e soltanto a seguito di minacce legali.
I presupposti non ingannino.
Sebbene la stabilità line up avesse già cominciato a scricchiolare, gli L.A. Guns confezionarono un album eccezionale, questo Vicious Circle, non a caso elettro da molti fan (fra cui il sottoscritto) come uno dei migliori della discografia, in barba allo scarsissimo successo di vendite registrato.
Fosse stato composto quattro o cinque anni prima, come per molti dischi hard rock del periodo, forse racconteremmo un’accoglienza differente e commenteremmo un risultato universalmente riconosciuto come eccellente da critica e pubblico.

Apre le danze la rumorosissima Face Down che vede sin da subito un Phil Lewis sugli scudi, graffiante, aggressivo e in gran spolvero, che accompagna l’ascoltatore in un universo lercio scisso fra purgatorio e inferno nel quale i riff metal del comparto chitarristico gorgogliano su un pattern di batteria (le cui parti sono state eseguite da più musicisti ospiti) frenetico. Face Down è la traccia da knock out al primo round: il ritornello malvagio articolato su un coro empio è un vero e proprio atto vandalico, un pestaggio con tirapugni e mazze da baseball in grado di far convergere musicalmente l’attitudine grezza e incline alla rissa tipica della band.
La successiva No Crime si destreggia su ritmi hardcore punk, già apprezzati nel repertorio degli L.A. Guns e qui resi ancor più incisivi dall’inclinazione allo stupro selvaggio di ogni strumento a disposizione dei membri. Due canzoni, due schiacciasassi e già ci si ritrova a boccheggiare in pieno affanno nella rincorsa ai bpm che semplicemente corrono più veloci di quanto ci aspettassimo: che roba l’old school!
Ad autoproclamarsi come manifesto per le intenzioni maligne e ciniche del quartetto ci pensa Long Time Dead, pezzo dissacratorio che scomoda suggestioni luciferine nel ritornello e fa piovere radioattività in una pozzanghera di sozzura e depravazione nella quale gli L.A. Guns sguazzano felici e noi con loro.
Killing Machine è un brano che incarna l’essenza selvaggia della Bay Area in quanto condivide con l’area geografica di influenza gusto, velocità e soprattutto progressione incessante: un piccolo gioiello che farà la gioia di tutti i thrasher incalliti, magari sorpresi nel dover applaudire una band hard rock tanto a suo agio con sonorità decisamente più heavy.
Il grande pregio degli L.A. Guns, infatti, a differenza delle ‘’sorelle’’ del filone, è quello di riuscire a racchiudere nel proprio raggio di azione gusti e peculiarità anche distanti, grazie all’abilità e alla fantasia di mostri sacri come Tracii Guns e Phil Lewis, due ragazzacci sfrontati a e da sempre inclini ad esplorare più e più aspetti del rock duro, senza che la proposta musicale perda smalto o deragli verso lidi non sufficientemente maturi in cui mettere radici.
La semi-ballad Fade Away è un altro esempio di originalità e ispirazione: partenza in sordina, accenni melodici che sembrano pennellati su sitar indiani, tonalità gravi e oscure che strizzano l’occhio al grunge, un intermezzo col piano ad opera di Mick Cripps, il tutto impresso in un disegno dai connotati inquietanti.
Difficile trovare una corrispondenza di elementi simile altrove e suonato con questa convinzione.
Ancor più difficile che l’entusiasmo per la prova dei losangelini cali al cospetto delle altre canzoni racchiuse in Vicious Circle: si va dall’intro schizofrenico in armonica di Nothing Better To Do (cantata per l’occasione da Kelly Nickels) al riff ipnotico e all’ancor più magnetico refrain di Chasing The Dragon, senza che si possa fare a meno di applaudire la granitica e irrispettosa Kill That Girl, caratterizzata dagli stop ‘n’ go della chitarra quasi groove in un contesto hard ‘n’ heavy alla vecchia maniera, l’esecuzione magistrale della cover di un brano dalle valenze sociali dei Ten Years After come I’d Love to Change The World, o ancora fare headbanging sulle note della sanguigna I’m the One, uno schiaffo in pieno volto di ferocia inaudita che picchia sui timpani insanguinati del povero ascoltatore immolandolo sull’altare di una band ispiratissima e all’apice della propria verve creativa.
C’è spazio, in chiusura, per due power ballads: si tratta di Why Ain’t I Bleeding, traccia che ripercorre quasi malinconicamente il percorso maledetto di chi, come gli L.A. Guns, ha bruciato le tappe della propria vita in eccessi senza rimpianto alcuno e Kiss of Death, pezzo estremamente ambizioso e ben curato, con la scelta di arrangiamento in piano e climax ascendente fino allo splendido assolo dalle venature blues eseguito da Tracii Guns.

Vicious Circle è un'autentica gemma incastonata nella ricca, seppur frammentata e talvolta confusionaria (vedasi la recente attività di due band parallele con lo stesso nome di battesimo) produzione degli L.A. Guns.
Si tratta probabilmente del lavoro perfetto in risposta al mezzo passo falso incorso con la pubblicazione del precedente, comunque discreto, Hollywood Vampires e fa specie non abbia goduto del meritato riconoscimento illo tempore visto che stentiamo a trovare difetti alle canzoni che lo compongono, tutte figlie di un indimenticabile e insuperato stile che ha marchiato indissolubilmente il nome della compagine nel cuore degli appassionati dell’hard rock.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
81 su 9 voti [ VOTA]
duke
Giovedì 8 Aprile 2021, 21.20.46
10
...i primi quattro sono da avere assolutamente....
Aceshigh
Giovedì 8 Aprile 2021, 19.07.57
9
Gran bel disco! Si recupera un po’ di quella sana zella che si era un filino persa col precedente, leggermente più patinato (ma a mio parere comunque bello). L’ho riascoltato oggi con molto piacere, anche se non riesco a metterlo allo stesso livello dei primi due, i miei preferiti. Comunque grandi L.A.Guns, per me l’unico album veramente sbagliato della carriera è il successivo, per il resto sempre una garanzia. Voto 81
Galilee
Mercoledì 7 Aprile 2021, 13.57.26
8
Un ottimo disco davvero, probabilmente all'altezza del debutto. Peccato che gli LA Guns venissero da un periodo difficile. C&L e Hollywood Vampires non andarono benissimo,ma con questo si ripresero alla grande. Almeno qualitativamente. Stilisticamente siamo ad un mix di sonorità anni 80. Quindi niente a che vedere coi 90. C'è un pò di Street, un pò di punk, un pò di country, un pò di sleazy, un pò di glam, un pò di svarionate orientaleggianti (nulla che non facessero già in mille band) e un pò di Priest. Insomma da avere.
Voivod
Martedì 6 Aprile 2021, 9.01.27
7
Album notevole...all'epoca ricevette anche delle buone (se non ottime) recensioni, ma finì presto nel cesto delle offerte. Sicuramente da riscoprire.
Rob Fleming
Domenica 4 Aprile 2021, 10.03.14
6
Per me capolavoro assoluto. Il loro album più bello. Puro rock and roll, la assolutamente "banale" Nothin better to do è la mia preferita, hard durissimo come Killing Machine o No crime dal ritornello che ti entra in testa e dopo 30 anni è ancora lì. In mezzo a tanta elettricità c'è bisogno di rifiatare: Fade away, Crystal eyes, Tarantula e Kiss of Death assolvono benissimo al compito. Non sono sicuro che le riviste lo snobbarono all'epoca o quanto meno la recensione letta su Metal Shock - a proposito, @Shock, questa recensione di aspetta dove cavolo sei finito?!? - mi indusse ad interrompere la mattinata di studi, inforcare la bicicletta e farmi 8 km (andata e ritorno) per comprarlo. 90
Diego75
Domenica 4 Aprile 2021, 5.50.52
5
1995...anno in cui la facevano da padrone il grunge e sonorita' industrial o hardcore style come i biohazard...anno nel quale molte band " classiche" hanno cercato invano di reinventarsi....senza avere successo....e tra questi ci sono stati anche gli L. A Guns.comunque sia ... questo e' un ottimo disco molto sperimentale e innovativo....al pari dell' ultimo disco degli skid row del 95 ....ma come al solito molti recensori dell' epoca elogiavano le band moderne dell' epoca a discapito delle band classiche che cercavano di reinventarsi ....con questo non dico che tutte le ciambelle uscissero col buco...ma per gli l.a. guns e gli skid row...le ciambelle uscite furono ottime....ma le riviste dell' epoca snobbarono le loro uscite alla grande.
duke
Sabato 3 Aprile 2021, 20.42.05
4
...buon disco....che avrebbe meritato di piu'....pubblicato in un periodo......poco favorevole....al genere proposto...
duke
Sabato 3 Aprile 2021, 20.42.05
3
...buon disco....che avrebbe meritato di piu'....pubblicato in un periodo......poco favorevole....al genere proposto...
Enrisixx
Sabato 3 Aprile 2021, 20.20.53
2
Bellissimo album , grandissimi l.a. guns
Eagle Nest
Sabato 3 Aprile 2021, 13.51.04
1
Perfetti nella loro lercia cialtronaggine sleaze. Band meravigliosa e commovente, nella sua vena autodistruttiva. Non siamo ai livelli di New York Dolls e Dogs D'Amour da questo punto di vista (d'altra parte loro tendono più al glam), ma la grandezza è quella.
INFORMAZIONI
1995
PolyGram
Street Metal
Tracklist
1. Face Down
2. No Crime
3. Long Time Dead
4. Killing Machine
5. Fade Away
6. Tarantula
7. Crystal Eyes
8. Nothing Better to Do
9. Chasing the Dragon
10. Kill That Girl
11. I'd Love to Change the World
12. I’m the One
13. Why Ain't I Bleeding
14. Kiss of Death
Line Up
Phil Lewis (voce)
Tracii Guns (chitarra solista)
Mick Cripps (chitarra ritmica, tastiere, cori)
Kelly Nickels (basso, voce traccia 8)

Musicisti ospiti
Michael “Bones” Gershima, Doni Gray, Myron Grombacher e Nickey Alexander (batteria)
 
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