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Autograph - Loud and Clear
03/04/2021
( 629 letture )
È sempre peccato perdere una band di carisma e ottime capacità. Non voglio tornare sullo yin e yang della buona sorte, ma questi 5 ragazzi americani rappresentano le classiche vittime sacrificali della follia progettata della loro label, che li ha affossati, negando aiuti promozionali, gettandoli come carta igienica usata al primo cesso dell’autogrill. Un album come questo meritava enorme considerazione e spinte, invece la RCA prima lo ha devastato e poi polverizzato. Dopo le note bastardate della label e del management legate al fallimentare disco precedente, Thats The Stuff, gli Autograph si trovano davanti ad un bivio, trovare un nuovo manager che li aiuti concretamente ad emergere e registrare un nuovo disco che, questa volta, risulti potente ed energico, proprio come capitava in sede live. La band lavora duro, vengono incisi tanti demo con 35-40 pezzi a cura di tutti i membri del combo e non come in passato con il solo Steve Plunkett deputato a scrivere. La produzione viene affidata al notissimo Andy Johns, con i nastri pronti ad essere impressi in studio tra l’86 e parte del 87, dividendosi in recording session tra i Music Grinder e Ocean Way Studios, con qualche ritocco ai Sound City e Baby-O Studios, e prodotto finale mixato al The Record Plant. Il problema del management viene affrontato di lì a poco, il leader del quintetto aveva davanti a sé 4 soluzioni: Ed Leffler, manager dei Van Halen, Randy Phillips, che aveva lavorato con Rod Stewart e Bangles, Fitzgerald Hartley, che aveva rappresentato i Toto e dirigeva gli affari di Paul McCartney negli Usa, e infine Bill Thompson, businessman dietro ai Jefferson Starship, al tempo uomo di grande rilevanza alla RCA Records. La scelta ricade su quest’ultimo, indotta dal presidente dell’etichetta e si rivela, ben presto, la peggiore, una sorta di cappio al collo che si stringe sempre più. Basti pensare che il nuovo manager incontra la band a malapena un paio di volte, senza presentarsi mai ai concerti, neanche quando i musicisti si esibivano a San Francisco, sede del suo ufficio. Insomma un vero naufragio, un disastro annunciato, con la casa discografica sempre più latitante e colpevolmente disinteressata alla promozione. Si arriverà persino a non lanciare sul mercato un paio di singoli che avrebbero avuto ottime possibilità di successo; insomma tante promesse di massiccio supporto, tradite dal poco impegno e conseguenti risultati assai scarsi. L’unico patto mantenuto sarà il clip girato per la title track Loud and Clear, in cui partecipano Ozzy Osbourne e Vince Neil, insomma, poco o nulla. Il ten-tracks viene pubblicato nella prima parte del 1987, e con il gruppo abbandonato a sé stesso, vende ancora meno del predecessore, circa 200 mila copie negli States. Un disco ottimo che, forte della miscela musicale ricca di melodie, delle idee e dei tecnicismi, avrebbe dovuto rappresentare la svolta definitiva per il gruppo e invece diventerà la pietra tombale. Anche il tour sarà fallimentare causa un manager distratto e inadeguato, così la band chiederà aiuto agli amici soliti, Van Halen e Mötley Crüe, partecipando a qualche decina di concerti come apertura o headliner in piccole strutture da poche migliaia di posti: il baratro ormai si appropinquava.

Eppure questi 42:28 minuti di musica sciorinati sui solchi del platter appaiono acchiappanti, gustosi, appetibili, prodotti e scritti magnificamente. Si parte con il brano che da il titolo al disco, con una copertina d’impatto, e che accende subito la miccia. Loud And Clear picchia di brutto, chitarre tirate, drums asfaltante, key incalzanti, melodie supreme unite a cori da party, chorus catchy e solo di chitarra detonante, semplicemente massiccia e azzeccata. Dance All Night scocca da un up tempo profondo, le tastiere tappezzano, la magnifica sei corde di Steve Lynch impenna e segna il territorio scaturendo un inciso solare, pomposo e tremendamente americano, con cori equilibrati e magniloquenti, poi arriva nelle casse She Never Looked That Good For Me, che cattura e inchioda sin dal primo coretto introduttivo. Una song dall’altissimo potenziale che avrebbe dovuto esser lanciata come secondo singolo, ma i fessi della RCA erano impegnati a far barbecue in piscina con qualche sgallettata in topless. Ascoltare strofa e refrain per capire che razza di pezzo si tratta: american hard rock con gusto e perfetto bilanciamento tra gli strumenti, con quello schizzo di AOR che tanto piace alle radio yankee, un’occasione gettata nel letame e non per colpa dell’ensemble. Il post chorus è semplicemente spettacolare con tanto di doppio guitar-solo tracimante, che sacrilegio. Bad Boy appare come un buon scampolo hard condito da coralità mature, e anche qui il sound si rivela raffinato e marmoreo, mai troppo levigato e con quella punta selvatica che fa tanto hairy-band; ottimo il solo lavico del chitarrista. Everytime I Dream che nelle promesse dei capoccioni dei piani alti avrebbe dovuto rappresentare il terzo singolo, è una ballad attraente, molto ben congeniata e con un tiro notevole: con l’aiuto di Mtv avrebbe potuto far strage di cuori femminili e copie da smerciare. La voce di Plunk è sempre sulla plancia di comando, la batteria si fa sentire sostenendo cori patinati e vellutosi, fa piangere il cuore pensare al non uso che ne venne fatto. She's a Tease riproduce un ordigno squassante, è Los Angeles di quei tempi, è rock energico, ritmato, è song da party e sbornie, un frammento semplicemente grandioso nel suo 4/4, con un giro di chitarra che si intrufola nei bikini delle signorine; il solo della sei corde, con tanto di leva, rotola giù per le hills travolgendo tutto, poi le tastiere dilatate di Just Got Back From Heaven si fondono, a caldo, con il resto degli strumenti dando vita a una traccia serica con tanto di ritornello magico e un finale tastieristico da big band. Down N' Dirty è un'altra botta micidiale, cori pompatissimi, il basso trattora, ritmo spezzato e break sfociano in un chorus semplicemente da esultanza, More Than a Million Times è uno dei top dell’intero lavoro, con quell’atmosfera tra l’onirico e la voglia di raggiungere Marte, basta ascoltare il primo minuto completamente strumentale per afferrare. I ragazzi dimostrano di non essere solo dei fottuti rocker ma di saper orchestrare anche situazioni più rarefatte e tecniche, poi l’inciso fa scattare i rimpianti, tanta è la sua bellezza con quei gorgheggi disperati del frontman. Chiude When The Sun Goes Down californiana nel Dna e piacevolissima in ogni suo segmento, anche qui chorus luccicante e fusione tra key e chitarre da libidine postuma.

Gli Autograph erano una grande band, personalmente li ho sempre adorati per la loro versatilità e stile compositivo, questo Loud And Clear incarna il loro capolavoro: semplicemente non doveva venir decapitato in quella maniera oscena. Ogni volta che riascolto questa opera ci trovo sempre spunti e bellezze nascoste, un platter potente, melodico, robusto ma sognante, convincente ed eccitante. Dopo il fallimento del loro terzo album il gruppo si sfalda, il batterista pazzoide Keni Richards lascia la formazione, lo stesso accade con il tastierista Steven Isham, mentre la band con il nuovo supporto di Bill Aucoin, originariamente primo manager dei Kiss, continua a lavorare su qualche demo, ma quello sarà il loro canto del cigno, complice la demolente slavina del grunge. Il gruppo si riforma nel 2013 ma senza Plunkett non interessato ad una reunion, lui che aveva fatto uscire due album a nome della band, contenenti versioni demo di pezzi che dovevano comparire sul quarto capitolo vinilitico. Per chi ama il gruppo, due lavori di ripescaggio intriganti che mostrano la qualità del songwriting. L’ensemble esiste ancora oggi con due ultime uscite risalenti al 2016 e 17, ma i tempi gloriosi appaiono terminati definitivamente e con il solo Randy Rand al basso, come unico superstite del nucleo nativo. Poi due lutti pesanti, il tastierista Isham e il folle pestapelli Richards sono passati a miglior vita già da tempo. Plunkett ha continuato l’attività musicale scrivendo sigle e temi per alcune serie tv conosciute, mentre Lynch è un quotatissimo guitar-teacher con libri e video vendutissimi, nei quali illustra il suo tapping. Un sicuro peccato mortale, la storia degli Autograph non doveva andare così.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
83.66 su 9 voti [ VOTA]
Aceshigh
Giovedì 8 Aprile 2021, 19.11.41
6
Anche per me il loro miglior disco. Pezzi dal tiro pazzesco che schioderebbero dalla poltrona anche un novantenne. Poco altro da aggiungere se non che è stato veramente indegno che abbiano dovuto praticamente chiudere bottega dopo questo mezzo capolavoro. Voto 87
Verginella
Domenica 4 Aprile 2021, 22.34.33
5
Capolavoro
Voivod
Domenica 4 Aprile 2021, 10.31.29
4
Lo stavo riascoltando giusto qualche mese fa: un ottimo album ingiustamente sottovalutatissimo!
Diego75
Sabato 3 Aprile 2021, 21.06.00
3
Tendo a precisare di avere scritto quello che ho scritto nel commento precedente senza avere letto l'ottima recensione di questo cd...lo consiglio veramente a tutti gli amanti del genere.
Diego75
Sabato 3 Aprile 2021, 21.00.37
2
Finalmente li avete recensiti...a mio parere il loro miglior disco... una band che avrebbe meritato tantissimo ma non e' riuscita a raccogliere il successo meritato solo per una " serie di strane coincidenze " che avevo letto su di loro ma non ricordo bene. Oltretutto Plunket e' un super chitarrista oltre ad essere un super cantante e inoltre si vocifera che il vero inventore del tapping sia stato il loro chitarrista Steve lunch e non il blasonato Eddie vh.Per me questo cd e' da 90 punti...bello , corposo e raffinato e non ci sono filller....solo ottime canzoni.
duke
Sabato 3 Aprile 2021, 17.34.48
1
....un ottimo disco.....da avere.....
INFORMAZIONI
1987
RCA
Glam Rock
Tracklist
1 Loud and Clear
2 Dance All Night
3 She Never Looked That Good For Me
4 Bad Boy
5 Everytime I Dream
6 She's a Tease
7 Just Got Back From Heaven
8 Down N' Dirty
9 More Than a Million Times
10 When The Sun Goes Down
Line Up
Steve “Plunk” Plunkett (Voce, Chitarra)
Steve Lynch (Chitarra solista)
Steven Isham (Tastiere, Cori)
Randy Rand (Basso, Cori)
Keni Richards (Batteria)
 
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