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Eyehategod - A History of Nomadic Behavior
03/04/2021
( 935 letture )
Disagio, emarginazione, violenza, abbandono, rabbia, lucida critica sociale, tagliente, feroce, mai diretta, ma sempre capace di evidenziare la miseria della nostra felice società, vite al limite fatte di abuso di se stessi e di sostanze alcoliche e stupefacenti. Tra le tante band che hanno trasposto in musica tutto questo, senz’altro gli Eyehategod sono una delle più credibili, una di quelle che hanno fatto del dolore una bandiera con lucidità e profondità, rendendo quasi fisica la sensazione di alienante sofferenza contenuta nei loro brani. Tra i primissimi a indagare le profondità dello sludge, con il richiamo costante ai riff dei Black Sabbath, filtrati attraverso un’attitudine puramente punk/hardcore, con richiami alla tradizione e alla cultura southern degli States, che assieme alle sonorità sporche, untuose e fangose, hanno dato vita a questo sottogenere. Uno dei più puri e feroci, fin dalla fine degli anni Ottanta. Vessillo di quella New Orleans capitale del meticciato culturale, etnico e musicale e che l’uragano Katrina ha reso ancor più decadente e nostalgica, gli Eyehategod sono l’incarnazione della loro musica, a partire dal cantante Mike IX Williams, vero protagonista, spesso sulla propria pelle, del disagio e del dolore su cui si imperniano le liriche, che sembrano quasi dei poemi beat più che dei testi. E’ certo che fa strano considerare che un gruppo con una carriera che festeggia i trentatré anni, stia pubblicando solo il proprio sesto album, ma se la si guarda in prospettiva, è quasi incredibile che di loro si continui a parlare come di una band attiva, specialmente di fronte all’evidenza che il quarto album risale ormai all’anno 2000 e quindi che questo sia il secondo disco pubblicato negli ultimi venti anni. Eppure, questo potrebbe essere il periodo più felice per loro: nel 2017 Mike IX Williams è stato ricoverato per un mese in attesa di un donatore, per il collasso del fegato, ormai devastato da anni di abusi e cirrosi. L’operazione ha avuto infine successo e qualcosa deve essere scattato nella testa del cantante. Così, mentre gli altri tre avevano già praticamente completato le nuove canzoni, Williams capì che non era ancora pronto per lavorare sui brani. La band ha quindi passato gli ultimi anni in tour, continuamente, come a ritrovare se stessa, ricominciando dal contatto col pubblico. Un periodo che ha rinsaldato questo strano e folle gruppo, che nonostante le difficoltà e lo stress derivanti dallo stare assieme per così tanto tempo e ritrovarsi poi nella follia dell’epidemia, ha trovato modo di portare a termine questo album, ormai lungamente atteso, dopo il ritorno del 2014.

Già dal titolo si capisce che questo non è un disco come gli altri e che qualcosa è giunto a maturazione per i quattro, tanto a livello personale, quanto di band. Certo il riferimento appare puramente autobiografico, considerando la vita da homeless che Williams ha condotto per anni, ma il riflesso è indubbiamente orientato anche verso i tre anni da band in tour appena trascorso, il che lo rende un titolo che riflette lo stato di tutti i membri degli Eyehategod.
Che qualcosa sia cambiato lo si percepisce fin da subito: nonostante la partenza col più classico dei feedback, vero trademark degli album della band, quasi quanto le reminiscenze blues e le urla psicopatiche di Williams, è inevitabile percepire come stavolta la produzione e il mixaggio siano di alto livello. Un fattore questo che potrebbe sembrare secondario e che invece per un gruppo particolare come gli Eyehategod finisce per rivestire un ruolo fondamentale: la sporcizia e i suoni saturi e imperfetti sono da sempre uno degli elementi cardine del sound della band e la "pulizia" con cui A History of Nomadic Behavior ci accoglie potrebbe sorprendere molti e addirittura far storcere qualche naso. Ma le sorprese non finiscono qua e la maturazione appare evidente perfino nella composizione dei brani, con una strutturazione sicuramente più articolata e perfino ricercata rispetto al passato, che emerge in maniera potente e rende l’ascolto del disco appena meno traumatico. Perché, non si spaventino i fan di vecchia data, una cosa deve restare chiara: non stiamo parlando del nuovo album di un gruppo AOR o di happy power metal; gli Eyehategod sono sempre se stessi e non hanno affatto scoperto che il mondo è fatto di orsetti colorati di zucchero e marzapane, ma soltanto che per trasporre ancora una volta tutta la loro rabbia e la loro folle violenza potevano utilizzare una forma leggermente diversa e più compiuta. Il risultato resta annichilente e fa comunque paura, rendendo al solito il novanta per cento delle altre band poco più che dei simpatici ragazzini vestiti da Halloween che giocano a dolcetto o scherzetto. Ecco, la sensazione resta sempre quella che qua non si scherzi affatto e che lo specchio deformato dei ragazzi di New Orleans renda una visione della realtà così cruda e vera da far spavento, senza alcun intento liberatorio o di esorcismo del male. In questo, niente è cambiato e se le venature hardcore fanno capolino solo nella seconda parte di The Outer Banks, appare chiaro come la matrice sabbathiana e southern della musica del gruppo resti intoccata e si colori solo di una maggior quantità di riff concatenati. Ma come al solito, parlare di forma-canzone con gli Eyehategod ha poco senso: i brani scorrono, così come le urla di Williams, senza quasi mai offrire riparo, senza refrain che stemperano la tensione, senza aperture melodiche, senza momenti liberatori. Il dolore sprizza ovunque, macchiando e impregnando ogni nota, fino a essere palpabile e respirabile. Eppure, in brani come Built Beneath the Lies, Fake What’s Yours, Three Black Eyes, High Risk Trigger, per citare alcuni degli episodi migliori del disco, si riesce a distinguere una costruzione appena più ragionata, quasi sensata e, osando, piacevole. Naturalmente, appena si abbassa la guardia arriva subito il colpo da KO ed ecco che un brano come Current Situation, con quell’anima rumoristica, appare quasi terrificante e ci ricorda che quello che troveremo qua non è salvezza e neppure espiazione. Le rivolte del Black Lives Matter, le elezioni americane e le proteste pro-Trump, l’epidemia e il lockdown, tutto viene centrifugato e restituito in forma subliminale, ma tagliente: è l’anima nera degli States quella che ci viene scagliata addosso. Nella seconda parte, ecco che a colpire arriva The Day Felt Wrong, mentre diventa impossibile resistere al blues marcio e nerissimo di The Trial of Johnny Cancer, southern travestito di bitume, a cui segue il break jazzato di Smoker’s Piece e la tormentata Circle of Nerves che sembra solo volerci preparare alla tremenda Every Thing, Every Day, ossessiva, corrosiva e ostentata distruzione della vita borghese. Un martello pneumatico che ridicolizza e distrugge ogni nostra certezza, scarnificandolo fino a ridurlo a gesto forzoso e continuo, senza speranza né senso:

Wake up every day,
Go to work, go to school
Every day, every day, every day, every day

Wake up at 6am
Go to work, go to school
Every day, every day, every day, every day

Wake up at 5am
Go to work
Every day, every day, every day, every day, every day


Dopo sette anni un ritorno da studio è già di per sé un evento significativo, ma A History of Nomadic Behavior è qualcosa di più che un semplice timbrare il cartellino per giustificare dei nuovi tour. E’ testimonianza di un ritrovato status per la band di New Orleans e di una rinnovata coesione interna. Come detto, anche a livello formale e sostanziale qualche novità il nuovo album la porta e questo è un altro segno di vitalità e di voler rimettere in discussione alcuni assunti, senza cambiare però l’identità primaria del gruppo. Gli Eyehategod si confermano una band di spessore e, a distanza di tanti anni, continuano a rappresentare una vera e propria icona, tanto nel genere da loro stessi fondato, quanto nell’intero settore della cosiddetta "musica pesante", confezionando una nuova prova di dolore e rabbia. Non si può non volergli bene, forse proprio perché sappiamo quanto tutto questo sia espressione ancora oggi di una sincerità urgente e senza compromessi che fa bene. Alla prossima.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
79.88 su 17 voti [ VOTA]
Remy
Domenica 4 Aprile 2021, 11.16.48
2
Great !
No Fun
Sabato 3 Aprile 2021, 14.55.20
1
"Non si può non volergli bene" quanto hai ragione. Non vedo l'ora di potermi immergere in questo disco, ordinato in febbraio. Sarebbe già mio da un pezzo se non fosse che i dischi non sono considerati prodotti culturali e quindi i negozi di dischi hanno dovuto chiudere mentre le librerie sono aperte. Potete quindi acquistare l'ultimo prodotto culturale sulla cristalloterapia o sui rettiliani ma invece Bach, Charles Mingus o gli Eyehategod no. Non c'entra una mazza ok, vorrà dire che quando lo ascolterò sarà ancora più bello. Intanto mi rileggo la rece.
INFORMAZIONI
2021
Century Media Records
Sludge
Tracklist
1. Built Beneath the Lies
2. The Outer Banks
3. Fake What’s Yours
4. Three Black Eyes
5. Current Situation
6. High Risk Trigger
7. Anemic Robotic
8. The Day Felt Wrong
9. The Trial of Jimmy Cancer
10. Smoker’s Piece
11. Circle of Nerves
12. Every Thing, Every Day
Line Up
Mike IX Williams (Voce)
Jimmy Bower (Chitarra)
Gary Mader (Basso)
Aaron Hill (Batteria)
 
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