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Bretus - Magharia
22/05/2021
( 819 letture )
Ma alla fine, cos’è la felicità? Una domanda banale, alla quale l’intera umanità sta cercando una risposta da sempre. Tra chi promette felicità in questo mondo e chi invece nell’aldilà, tra chi predica la rinuncia ai desideri e chi invece insegue l’ideale edonista, tra chi accumula oggetti cercando in essi una risposta e chi al contrario sceglie di fare a meno di tutto, tra chi la cerca negli altri e chi solo in se stesso, non sembra ancora che si sia trovata una strada per tutti. Sicuramente, uno dei percorsi che porta alla felicità risiede nell’abbandono dell’ansia della felicità, nella sua ricerca spasmodica, nel proiettare la felicità al di fuori, come fosse un qualcosa appunto da raggiungere, che ci sfugge continuamente e non un qualcosa che abbiamo già, che viviamo in ogni momento, sempre a portata di mano, mentre il tempo scorre; quando è passato, solo allora ci accorgiamo che la felicità è stata in quel preciso momento e nemmeno ce ne siamo accorti, occupati a sbattere la testa contro il vetro, come mosche che non possono conoscere altra strada che insistere, quando a volte, basta cessare e godere di quello che c’è, prima di riprendere il cammino. Un atto che non è il meschino e perfino vigliacco accontentarsi, ma capire e conoscere il valore di quello che si ha e di quello che si fa, godendo dell’atto creativo e del momento, come elementi di sé che ci spingono a conoscerci, in una ricerca inesausta, ma affatto convulsa e disperata e anzi appagante e costruttiva.
Chissà se i Bretus, profeti del doom nazionale, hanno mai pensato alla loro musica in questi termini e, certo, è strano parlare di felicità quando si commenta un disco del genere, che parla, rappresenta e celebra fino alla sublimazione proprio le sensazioni opposte. Eppure, ascoltando il quinto album della formazione, l’appena uscito Magharia, emerge fortissima la sensazione che i quattro abbiano appunto trovato, nel loro spettrale antro buio, a malapena rischiarato da una debolissima luce, che anziché portare conforto rivela forme e movimenti incerti, ma terrorizzanti, un angolo di vera felicità. Senza affanno, senza febbricitante corsa verso un intoccabile traguardo, ma anzi, afferrando e godendo della materia prima che viene plasmata e creata dalle loro mani, che ben conoscono i materiali e la formula della pozione, tanto che basta loro mescolarli, aggiungendo un po’ di quello e di quell’altro, per arrivare comunque a qualcosa di magico.

Tornati al Black Horse Studio nella loro Catanzaro, per i Bretus costruire un nuovo nerissimo album in un momento come quello pandemico sembra in realtà una cosa facilissima. Chissà se poi è vero, ma questa è la sensazione che promana da Magharia, quella cioè di quattro musicisti che conoscendo e amando il doom (e non solo), sanno sempre come renderlo diverso, senza rinnegarlo mai. In questo frangente, colpiscono in particolare due elementi, che caratterizzano in maniera determinante il disco: il primo è senz’altro l’aspetto testuale, che scorrendo i titoli, ci riporta inevitabilmente a leggende e tenebrosi fantasmi dell’immaginario italiano. Una soluzione che per una volta ci allontana dal terrore cosmico di ispirazione lovecraftiana, senza perdere però di vista la tensione, la paura dell’ignoto, l’elemento esoterico e di paura. Il viaggio nelle tenebre italiane si presta in maniera perfetta alle atmosfere cupe, dannate, opprimenti e materiali dei Bretus, fornendo lo sfondo iconografico e scenografico perfetto per il secondo elemento che caratterizza Magharia: le influenze prog settantiane, da sempre patrimonio compositivo del gruppo, che stavolta emergono da più parti, saldandosi lungo l’album al tipico doom di casa, che si abbevera alla fonte dei maestri Black Sabbath, Pentagram, Cathedral, Saint Vitus e poi diventa protagonista assoluto nell’ultima, stregata e stralunata composizione, Magharia, appunto.
Sin dalla prima traccia, che scopriremo poi essere una delle migliori del disco, veniamo letteralmente calati nell’atmosfera del disco, con una forte contrapposizione tra i pesantissimi riff di Ghenes e le parti di flauto che, come d’uso, conferiscono un’aura arcana e incantata tipicamente seventies; l’utilizzo di effetti e il flanger incrementa questa sensazione onirica, mentre l’interpretazione di Zagarus, così stentorea e dolente, dona un’ulteriore colorazione al brano. Si fa inoltre notare l’ottima presenza anche della sezione ritmica, ben esaltata dal mixaggio, che non appiattisce i suoni, ma lascia invece spazio al lavoro di Janos e Striges, ricordando i lavori dei Cathedral, in particolare Ethereal Mirror e The Carnival Bizarre. Un accostamento, quello ai Maestri inglesi, del tutto voluto: Cursed Island è infatti un evidente omaggio al riffing di Gary Jennings, ma il break centrale guidato dalle tastiere ci ricorda che i Bretus non sono dei semplici officianti dell’altrui grandezza e il brano ne conferma lo status ormai conquistato. Dopo l’intermezzo inquietante di Necropass ecco subito un altro pezzo da novanta, costituito da Nuraghe, con un riff da spostare di peso un trattore, a cui fa seguito la più movimentata e articolata Headless Ghost, in cui fa bella mostra di sé anche il basso e si fa notare l’ennesima ottima prova di Striges, mentre forse, in entrambi i casi, si sente un po’ la mancanza di un refrain più caratterizzante, che avrebbe esaltato al massimo i brani. Aspetto questo che viene invece recuperato in Bridge of Damnation, altro bel pezzo nel quale basso e chitarra duettano richiamando il movimento dell’acqua, mentre Zagarus declama da par suo i versi dannati della storia. Ultimo brano cantato, Sinful Nun si destreggia nel consueto repertorio dei Bretus, tra riff spettacolari e break spezzacollo, senza a dire il vero emergere in modo particolare, ma altrettanto senza demeritare. Chiusura col botto invece per la vera sorpresa dell’album: la titletrack strumentale che, con i suoi nove minuti di durata sfiorati, apre uno scenario nel quale è il dark prog settantiano di scuola Goblin a emergere prepotentemente. Prova strumentale di alto livello, che mette in mostra una perizia tecnica che forse in pochi si aspettavano da una band notoriamente molto concreta e poco concettuale, Magharia esalta invece l’atmosfera dell’album con la sua costruzione a stanze, che disorienta e incanta, mantenendo un’atmosfera lugubre e onirica, nella quale appaiono organo e passaggi arpeggiati, effetti sonori e continui movimenti che si avvicendano e ritornano, ammaliando l’ascoltatore e vincendo sotto tutti i punti di vista la sfida di una composizione così ambiziosa.

Incorniciato da un quadro che è una vera opera d’arte e che ben ci introduce alle atmosfere oscure e oniriche dell’album, Magharia non è insomma semplicemente il nuovo album dei Bretus, ma l’ennesima dimostrazione di vitalità e capacità compositive di un gruppo che sa quello che vuole e riesce sempre a fornire qualcosa di nuovo e diverso, disco dopo disco, senza ripetersi e invece arricchendo progressivamente la propria proposta. Sia attraverso un percorso lirico di indubbio fascino, sia offrendo nuove soluzioni musicali. Non che in passato fossero mancate le suggestioni prog o che Magharia introduca chissà quale novità in senso assoluto, ma appunto qua non andiamo cercando la pietra filosofale e non ci proiettiamo verso inafferrabili sogni di grandezza: la felicità consiste invece nella passione e nell’amore con cui si crea una materia conosciuta in maniera personale e sempre diversa, che non rinnega mai il proprio marchio d’autore, ormai consolidato, ma lo spinge costantemente verso nuove identità. Certo, nel fare questo, qua e là, sono ravvisabili alcune possibili ulteriori vie di miglioramento e non tutto l’album aspira ai livelli di capolavoro, con qualche brano che pur inattaccabile di per sé, potrebbe caratterizzarsi melodicamente in maniera più spiccata ma, al tempo stesso, una qualità del genere è difficile da garantire dopo anni e Magharia è l’ennesimo grande disco di una band che merita un plauso e molta attenzione.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
81.66 su 12 voti [ VOTA]
El Faffo
Martedì 25 Maggio 2021, 19.42.07
3
Saint Virus, nominati non a caso! Bel disco davvero, di quelli che si rispolverano nel tempo... Credo
Diego75
Lunedì 24 Maggio 2021, 21.10.35
2
Ottima band....non ci sono parole!
duke
Sabato 22 Maggio 2021, 17.46.28
1
...ottimi....
INFORMAZIONI
2021
The Swamp Records
Doom
Tracklist
1. Celebration of Gloom
2. Cursed Island
3. Moonchild’s Scream
4. Necropass
5. Nuraghe
6. Headless Ghost
7. The Bridge of Damnation
8. Sinful Nun
9. Magharia
Line Up
Zagarus (Voce, Effetti)
Ghenes (Chitarra, Tastiera)
Janos (Basso)
Striges (Batteria)
 
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