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Paul Gilbert - Werewolves of Portland
12/07/2021
( 940 letture )
Paul Gilbert in oltre trentacinque anni di carriera si è distinto per la capacità di comporre e rendere fruibile con regolarità e costantemente elevato tasso qualitativo una serie considerevole di lavori, dagli inizi con i Racer X fino ai successi planetari con i Mr. Big per poi dedicarsi a partire dalla fine degli anni Novanta con regolarità a una carriera solista alternata appunto alle prove con le sue due principali band, il tutto condito da tours, clinics e intensa attività live solo recentemente interrotta da cause di forza maggiore. Werewolves of Portland - edito dall’attiva Mascot Records di cui segnaliamo tra gli altri le recenti ottime uscite di Marty Friedman e Steve Lukather - rappresenta la sedicesima prova in studio con un Paul Gilbert capace di cimentarsi in un album interamente strumentale, integralmente composto e pregevolmente prodotto e suonato in tutti gli strumenti dallo stesso Gilbert. Se con i Racer X Paul ci aveva abituato a sonorità heavy metal vitaminizzate da virtuosismi e shredding, i Mr. Big hanno virato su un sound più morbido dai tratti hard rock e AOR portando il quartetto alla realizzazione di pietre miliari del genere quali Lean Into It e Bump Ahead, capaci di mixare grandi hits, ballads e pezzi di hard rock diretti e potenti, nonché confezionati in modo tecnicamente impeccabile dal terzetto Gilbert, Sheehan, Torpey a supporto dell’espressiva e calda vocalità di Eric Martin. Il Paul Gilbert solista ha progressivamente alternato sonorità talvolta rock, altre volte bluesy con lo stesso Paul nella doppia veste di cantante e chitarrista, fino a questo album in veste di polistrumentista ma senza inserti vocali. Pare infatti che il buon Paul abbia inizialmente inteso il disco come una alternanza di brani strumentali e cantati, per poi lasciare spazio interamente alla sua Ibanez capace di cesellare melodie e note tali da formare strofe e ritornelli con una naturalezza e spontaneità da giustificare l’assenza di vocalizzi veri e propri.

Il disco parte con Hello North Dakota! , un pezzo aperto e chiuso da una sonorità volutamente richiamante il sound elettrico di Brian May e contenente fraseggi pregevoli e allo stesso tempo facilmente assimilabili a grandi chitarristi come Joe Satriani, Steve Vai e Eddie Van Halen. La capacità di rendere la propria musica altamente fruibile e lontana da atmosfere cervellotiche è una caratteristica comune ai vari brani del disco in questione, capaci di fondere tecnica sopraffina a melodie spesso di facile presa e capaci di sprizzare abbondanti dosi di positività e ironia, come si può evincere anche da molti dei titoli in scaletta, facendo da contraltare al buio periodo di pandemia nel corso del quale il disco è stato integralmente composto e realizzato. Attenzione per i particolari, perizia tecnica, lucidità compositiva e spiccato senso melodico ci accompagnano costantemente nel corso dei dieci brani e cinquanta minuti del disco. My Goodness e la titletrack Werewolves of Portland sono condotte da atmosfere groovy, rock and roll e talvolta bluesy, mentre la successiva Professorship at the Leningrad Conservatory risulta un pezzo ispiratissimo capace di richiamare e mixare in chiave Paul Gilbert alcuni tratti blues alla Gary Moore con passaggi solari in stile Satriani, forse il climax compositivo e realizzativo dell’album. Argument About Pie fa accelerare il metronomo e affolla il pentagramma con scale e un picking maggiormente sostenuto, senza lasciare il gusto melodico dalla sei corde di Paul, qui apprezzato anche come solido bassista e funambolico batterista. Meaningful sembra invece tratta dai migliori lavori di Satriani, con una Ibanez parlante e altamente espressiva su una buona base acustica, un altro gran pezzo. Ma ogni brano scorre davvero in modo fluido e con naturalezza tocca vertici di blues rock da 21mo secolo come in I Wanna Cry (Even Though I Ain’t Said) con breaks ora fusion ora prog, o nelle atmosfere allegre e scanzonate di A Thunderous Ovation Shook the Columns che non ci fanno dimenticare l’amore seminale di Paul per Beach Boys e Beatles, fino ai richiami maggiormente Mr. Big che affiorano son insistenza in Problem-Solving People.

Davvero una nuova dimostrazione di maturità compositiva, perizia tecnica, pulizia sonora ed estrema versatilità capace di mettere d’accordo i fans delle varie ere e passate esperienze con le suddette bands. Werewolves of Portland ci consegna un Paul Gilbert altamente ispirato e straordinariamente a proprio agio in veste di polistrumentista ed impeccabile esecutore, con il suo incorreggibile ottimismo e una costante e intelligente vena (auto)ironica. Non vediamo l’ora di rivederlo presto e finalmente all’opera anche dal vivo.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
88.2 su 5 voti [ VOTA]
Adrian Smith
Mercoledì 14 Luglio 2021, 6.17.52
3
Una garanzia, non sbaglia un colpo. Disco godibilissimo senza essere pretenzioso o stucchevole, pur mantenendo standard tecnici stellari.
McCallon
Martedì 13 Luglio 2021, 23.54.05
2
Mi piace tantissimo la copertina.
Jimi The Ghost
Martedì 13 Luglio 2021, 16.11.15
1
Chissà quanti di noi si ricordano lo slogan degli anni ’90 di Portland era: “Keep Portland weird” (“manteniamo Portland stramba”). Un Grande città anticonformista, rimasta ancora oggi libera e ribelle mecca degli hipster sede del Soap Box Rally. Questa fu un operazione sicuramente di marketing per "dimenticare" il proprio passato e diciamo che ha funzionato: negli ultimi anni molti giovani statunitensi si sono trasferiti in Oregon per vivere liberamente le proprie passioni senza bisogno di rincorrere una carriera lavorativa legata ai guadagni come è necessario fare in tantissime altre zone degli Usa. Ma la storia precedente è diversa: qui gruppi di suprematisti bianchi e membri del Ku Klux Klan formarono parte del governo dell’Oregon negli anni ’20 e in quest’area ancora oggi solo 6% di tutti i cittadini di Portland è afroamericano. Non a caso a Portland si continua a manifestare per "Black Lives Matter" e non solo. Ci sono ragioni storiche, incancellabili, ma anche riguardanti il suo tessuto sociale. Gilbert attendo alle tematiche sociali che al suo innato giocoso chitarrismo ci regala questo divertente hipster nuovo disco. Piacevole. Leggero, tecnicamente non ricco di sorprese, ma per me che lo adoro va bene così. Ogni canzone racconta una nuova storia con temi che vanno dalla disputa contro una fetta di torta di fragole ("Argument About Pie") alla reazione del pubblico all'esibizione di debutto della quinta sinfonia di Shostakovich ("A Thunderous Ovation Shook the Columns") . Gilbert in questo disco ci offre piccoli suggerimenti, frammenti di idee, con il suo suono lui desidera attivare la nostra immaginazione, la nostra fantasia e le nostre emozioni. Comprensibili dai titoli stravaganti che ha volutamente dato alle canzoni e dallo stile eclettico evocativo. Sta a noi capire cosa essi richiamano e cosa a noi suscitano. probabilmente è un disco che si commenta proprio con una sua afferamazione: "Non sono diventato un musicista per gridare le mie idee...ma per liberare quelle di chi le ascolta". Jimi TG
INFORMAZIONI
2021
Mascot Records
Rock
Tracklist
1. Hello North Dakota!
2. My Goodness
3. Werewolves of Portland
4. Professorship at the Leningrad Conservatory
5. Argument About Pie
6. Meaningful
7. I Wanna Cry (Even Though I Ain’t Said)
8. A Thunderous Ovation Shook the Columns
9. Problem-Solving People
10. (You Would Not Be Able to Handle) What I Handle Everyday
Line Up
Paul Gilbert (Tutti gli strumenti)
 
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