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XTC - White Music
14/08/2021
( 547 letture )
Eterni underdog, cocchi dei critici, stelle della new wave inglese e addirittura indicati come potenziali eredi nientedimeno che dei Beatles: queste sono solo alcune delle possibili definizioni per gli XTC, storica formazione di Swindon tanto amata dagli addetti ai lavori quanto incapace, causa infinite traversie personali e non, di far breccia nei cuori del pubblico mainstream in modo stabile e duraturo.
Dopo una fase embrionale spesa fra avvicendamenti nella line up e ricorrenti cambi di moniker (Star Park, Helium Kidz, Skyscraper, Snakes), la band -gravitante intorno al trio composto da Andy Partridge, Colin Moulding e Terry Chambers- trova la quadra nel 1976 arruolando il tastierista Barry Andrews e ribattezzandosi definitivamente XTC, acronimo di ecstasy ripreso da un’esclamazione di Jimmy Durante (That’s It!, I’m in Ecstasy!) scelto anche per il risalto grafico sui manifesti o i comunicati stampa.
Grazie alle esibizioni tenutesi all’Upstairs at Ronnie Scott’s a Soho (Londra), i quattro catturano l’attenzione di John Peel che li vuole come ospiti del suo famoso programma trasmesso sulle frequenze della BBC Radio 1: terminate le sessioni, il gruppo riceve all’istante diverse offerte dalle più importanti etichette discografiche scegliendo infine di accasarsi con la Virgin Records.
Nell’agosto del ’77, con il produttore John Leckie, la formazione entra negli Abbey Road Studios e incide l’Ep 3D, pubblicato il 7 ottobre e anticipante di qualche mese l’uscita del primo full-length intitolato White Music, disponibile sugli scaffali a partire dal 20 gennaio 1978.

La critica del tempo, ancora sconvolta dalla terra bruciata fatta da Never Mind the Bollocks (in Inghilterra fuori nell’ottobre ’77), non esita ad inserire anche i ragazzi di Swindon all’interno del calderone punk nonostante Partridge, con un perfetto snobismo da radical chic, avesse già espresso il suo completo disinteresse nei confronti dei Sex Pistols, da lui tacciati di essere una semplice versione “rallentata” dei Ramones.
White Music, ancora distante dall’art pop di classe della produzione Eighties, piuttosto che guardare al biennio ’76-’77 si ispira a gruppi quali Talking Heads, New York Dolls o Atomic Rooster e, a detta del frontman, potrebbe essere definito come “Captain Beefheart che incontra gli Archies in un retrofuturismo profumante di anni ’50” (gli crediamo sulla parola).
Il disco, a cavallo fra rock, pop, post-punk e new wave, propone una serie di canzoni frizzanti e sbarazzine contraddistinte da ritmiche agili, elastiche e sbilenche create dalla cooperazione di un basso funambolico, chitarre infingarde, una batteria asciutta ma vivace e tastiere eccentriche dal taglio freak.
Scorie punk si manifestano nell’attitudine (il nostro fine era urlare, far casino e scandalizzare il pubblico), nel minutaggio ridotto di alcuni brani e più in generale nell’energia giovanile che pervade le diverse composizioni ma di certo non nei testi, privi della classica indole nichilista del genere e volti ad indagare le innovazioni tecnologiche del tempo o pronti a far affiorare un lato surreale che ricerca il doppio senso o la sfumatura bizzarra dei termini impiegati. In un simile carrozzone si trova decisamente a suo agio quel geniaccio di Partridge, vero mattatore con il suo cantato di volta in volta sghembo e dissacrante comunque capace di regalare alcune melodie invero brillanti e molto spassose.
A riprova si possono citare l’allegria contagiosa di Radios in Motion, la frenesia “pseudo-jazz” di Cross Wires o il pub rock di This Is Pop, scritto in reazione all’ascolto di Anarchy in the U.K. che, a detta del vocalist, non sarebbe altro che puro e semplice pop. La pillola Do What You Do precede la grandiosa Statue of Liberty, scabrosa (e ovviamente ironica) dichiarazione d’amore nei confronti del famoso monumento newyorkese che costò al gruppo persino la censura nell’orario diurno delle radio inglesi a causa del verso In my fantasy I sail beneath your skirt.
Il capolavoro del disco è però la traccia posta in chiusura del lato A, ovvero la cover (o dovrei dire stravolgimento?) di All Along the Watchtower: da Bob Dylan a Jimi Hendrix fino agli XTC senza soluzione di continuità. Via le chitarre e dentro un’armonica che copula con i singulti di un corposo basso sincopato anche se a lasciare davvero stupefatti è l’incredibile prova di Partridge, il quale singhiozza, starnazza e danza sul tappetto steso dalla sezione ritmica e dalle tastiere allungando o accorciando a suo piacimento le parole: un blasfemo deturpamento di una canzone storica da promuovere con il massimo dei voti.
Nel lato B si distinguono in particolare la più “tirata” I’ll Set Myself on Fire (dal crudo titolo filo-punk) e la deliziosa cadenza strascicata di I’m Bugged ma in generale questa seconda parte, pur di buon livello, risulta inferiore a quanto sentito nella prima vista la mancanza di pezzi d’impatto come l’opener o This Is Pop.

White Music, senza dubbio distante dai migliori lavori della maturità (Drums and Wires, Black Sea, English Settlement e Skylarking), è un disco sfrontato ma anche molto naïve che ritrae un gruppo ad inizio carriera ancora alla ricerca di un sound ben definito: i brani, leggeri e divertenti, sono tuttavia molto indisciplinati, difetto di certo imputabile alla giovane età dei musicisti, vogliosi di mostrare la loro idea di musica (nettamente diversa dallo stile punk allora imperante) qui ancora necessitante di una messa a fuoco chiara e nitida.
In ogni caso, il debutto degli XTC merita di essere ascoltato per osservare i primi passi di una formazione cult nel panorama new wave/art pop inglese capace fin da subito di stupire con la qualità e l’irriverenza che solo i grandi possono permettersi e, nel caso le dodici tracce non fossero abbastanza, nel 2001 è stato reso fruibile un cd bonus con altre chicche del periodo, ulteriore incentivo a procedere con il recupero di questo spumeggiante album.



VOTO RECENSORE
76
VOTO LETTORI
76.33 su 6 voti [ VOTA]
tosaerba
Lunedì 23 Agosto 2021, 2.40.09
3
Qua erano ancora acerbi... band eccezionale comunque, Skylarking è veramente una bomba
Voivod
Mercoledì 18 Agosto 2021, 15.30.28
2
Band essenziale!
L'ImBONItore
Domenica 15 Agosto 2021, 10.40.06
1
Mado' che band mi andate a tighaghe fuori ! Qua sono ancora acerbi, il meglio verra' da English Settlement in poi, con un Partridge novello Brian Wilson che patira' un esurimento nervoso e descidera' di eliminare le esibizioni dal vivo della band. Comunque l'album rescensito in questione, ha una sceghta somiglianza con i primissimi lavoghi degli INXS, per quanto riguarda la ruspantezza dei brani. Caghi saluti
INFORMAZIONI
1978
Virgin
Post Punk
Tracklist
1. Radios in Motion
2. Cross Wires
3. This Is Pop
4. Do What You Do
5. Statue of Liberty
6. All Along the Watchtower
7. Into the Atom Age
8. I’ll Set Myself on Fire
9. I’m Bugged
10. New Town Animal in a Furnished Cage
11. Spinning Top
12. Neon Shuffle
Line Up
Andy Partridge (Voce, Chitarra, Armonica)
Colin Moulding (Voce, Basso)
Barry Andrews (Tastiere)
Terry Chambers (Batteria)
 
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