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Ayron Jones - Child of the State
27/09/2021
( 139 letture )
“being black in the rock industry, I was forging a path into establishments and onto tours that had not previously embraced an artist like me. But the one thing that always changed minds and spoke for itself was the music”

Se ami la musica rock, suoni la chitarra e sul tuo passaporto è scritto che vieni da Seattle, il comune denominatore a queste tre enunciazioni non può prescindere da una sola, semplice parola: grunge. Se però, accanto alla connotazione più scontata di un genere che ha reso la città americana leggendaria, ci aggiungi la passione per la black music, la matematica cede alla teoria del caos ed il risultato diviene tutt’altro che scontato.
E’ proprio nella sorprendente fusione fra scuole di pensiero e di stile, agli antipodi per antonomasia, che si piazza il progetto di Ayron Jones, ragazzo prodigio della sei corde che non ha tardato a far parlare di sé e a irrompere nella scena musicale come un fulmine a ciel sereno, un uragano di novità travolgente, incarnando le qualità di un vero e proprio moderno Messia del Verbo Rock, a dispetto della solita falsa credenza che vorrebbe la musica dura per eccellenza comatosa o addirittura morta.
L’autobiografia gioca un ruolo importante nella formazione del musicista statunitense che ha fatto delle esperienze non felici dell’infanzia, costellata dai tumulti della strada e da un rapporto complesso con le figure genitoriali a causa delle forti dipendenze da droghe di quest’ultimi, la materia della propria arte, proprio come i più grandi. Ayron Jones, dopo una lunghissima ed estenuante gavetta che lo ha portato peraltro a calcare i palcoscenici con nomi di primissima fascia quali B.B. King, Guns ‘N’ Roses, Patti Smith, Living Colour, Jeff Beck -per citarne alcuni- è ad oggi uno degli interpreti di spicco della Seattle 2.0 ed il debutto ufficiale con Child of the State ha finalmente permesso al nostro di raggiungere una platea più ampia ed eterogenea, vista la pluralità di influenze proposte nell’album che faranno felici gli appassionati non soltanto dell’hard rock, ma anche del blues, del soul e del funk.

Inutile girarci attorno e tanto vale precisare sin da subito quanto Child of the State risulti essere uno dei dischi più interessanti del 2021. I dodici fortunati episodi in esso inclusi sono rimaneggiamenti di vecchie tracce risalenti alle primissime esperienze del cantautore. Il debut con la major ha fatto sì che tali “calchi” venissero nuovamente infusi di argilla fresca a favore di un re-recording che limasse le imperfezioni ed esaltasse i pregi. L’operazione ha coinvolto un numeroso gruppo di musicisti, i cosiddetti ragazzi del Puget Sound, ai quali va riconosciuto il merito di essere complici della “baddest band in town”, come è annunciato nella traccia in apertura, Boys From the Puget Sound (per l’appunto), pezzo nervoso che parte a mo’ di minaccia soppesando i ritmi fino a scatenarli in un ritornello rumoroso e catartico scandito dall’incessante invito lanciato dal padrone di casa ad ascoltare (“Can you hear me?”) ciò che Seattle ha ancora la forza di gridare e suonare.
Ayron Jones è un chitarrista che non ama indugiare o perdersi in tecnicismi: il suo è un sound sfacciato e diretto che ruggisce nelle distorsioni disperse in una manciata di note essenziali. Notevole anche l’interpretazione delle vocals, con un’espressività sofferta e dal retrogusto soul che ipnotizza grazie a un timbro subito riconoscibile e familiare.
Con Mercy il gioco si fa ancora più interessante, il testo ricalca le recenti proteste a seguito dell’uccisione di George Floyd e l’atmosfera ben presto si elettrizza scatenando sul finale una rabbia a lungo repressa, primordiale, al cospetto della quale Ayron Jones perde ogni freno inibitore, piegando al massimo delle sue possibilità le corde vocali e quelle della chitarra. È un urlo di protesta quello che l’artista risveglia dalla propria coscienza di cantautore impegnato e fa rabbrividire di piacere poter applaudire nel 2021 una tale e sincera manifestazione di ribellione che trovi nella musica rock il canale espressivo ove far confluire questo tipo di ragionamento. Il rock come valvola di sfogo, come mezzo di comunicazione di sentimenti che trascendano le barriere di significato e significante e arrivino dritte allo stomaco come un gancio ben assetato e da mozzare il fiato.
Take Me Away ribolle della stessa formula ammirata in precedenza, chiamando in causa sporadici accenni blues, poi immolati sull’altare di un grunge feroce che tutto spazza e rigenera allo stesso tempo. Bellissima la scelta di far letteralmente fischiare la chitarra nell’intermezzo in un crescendo squillante che disorienta e disturba, non meno del disperato appello lanciato dalle coriste in controvoce affinché non vi sia resa che tenga (“Don’t give up, don’t give up now”).
Supercharged è un pezzo veloce, con repentine galoppate ed appassionate sezioni vocali nelle quali Ayron Jones dà prova di un’estrema versatilità graffiando i versi pur senza rinunciare al gusto per la melodia. Proprio nell’ottica di accessibilità per tutti i palati va ad inserirsi la radiofonica (forse anche troppo visto quanto apprezzato finora) Free che anticipa la ballata in acustico My Love Remains, momento di raccoglimento interiore e di addolcimento quasi strappalacrime per un disco che, come già detto, sa costantemente rinnovarsi e rinfrescarsi attingendo da un bagaglio di scelte sonore sfaccettate e poliedriche. Con Killing Season le polveri tornano a scaldarsi riaccendendo la prepotenza del grunge nelle priorità di Ayron Jones che qui sfoga il proprio talento in un bell’assolo sospeso fra gli stacchi di batteria, in un contesto che richiama tanto i Pearl Jam quanto i Jane’s Addiction.
I violini aprono Spinning Circles che, sebbene si prefiguri come una ballata, con il nostro che carezza le note richiamando alla mente Michael Jackson (citato, per stessa ammissione di Jones, come una delle massime fonti di ispirazione), dischiude in realtà nel ritornello un omaggio non troppo velato ai Nirvana adoperando soluzioni secche di accordi in power chords tanto cari alla band di Kurt Cobain.
Soul e blues ritornano protagonisti in Baptized in Muddy Waters mentre nel rush finale il trio Hot Friends, Emily e Take Your Time rimescola le carte lambendo il territorio del rock psichedelico di matrice Settantiana, andando a chiudere alla grande un lavoro sanguigno, sentito e soprattutto onesto che sa parlare all’ascoltatore con una facilità sconcertante e offrirgli un equilibrio ben bilanciato e fluido in un andirivieni di richiami alle più svariate tradizioni con originalità e gusto.

Alla luce di quanto ascoltato non possiamo far altro che riavvolgere il nastro e concedere a Child of the State un nuovo appassionato ascolto. La freschezza delle tracce unita all’imprevedibilità delle soluzioni di volta in volta adottate, all’interesse sociale dei testi e al talento cristallino del suo compositore risultano essere punti a favore per una fruizione continuativa del disco. Pochi i difetti e ancor meno le sbavature, anche se forse, volendo fare i pignoli, in alcuni frangenti la duttilità è risultata essere un’arma a doppio taglio andando a cozzare eccessivamente con il nocciolo della proposta, come ad esempio nella scelta di includere una leziosità al limite del pop più sdoganato in Free.
Resta inteso che la qualità e la bontà degli arrangiamenti di Child of the State lasciano ben sperare in ottica di un futuro prossimo e ci auguriamo di applaudire una carriera di successi per Ayron Jones, nonché di vederlo consacrato come una delle voci di spicco del rock contemporaneo e internazionale. Le potenzialità ci sono tutte: ascoltare per credere.
E non dimenticate di alzare il volume.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
71.66 su 3 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2021
Big Machine Records / Universal
Hard Rock
Tracklist
1. Boys From the Puget Sound
2. Mercy
3. Take Me Away
4. Supercharged
5. Free
6. My Love Remains
7. Killing Season
8. Spinning Circles
9. Baptized In Muddy Waters
10. Hot Friends
11. Emily
12. Take Your Time
Line Up
Ayron Jones (Voce, Chitarra)

Musicisti ospiti
Greg Fields (Batteria traccia 9)
Evan Frederiksen (Batteria traccia 2)
Marti Frederiksen (Basso traccia 2)
Andrey Joslyn (Violino tracce 3, 8)
Ehssan Karimi (Batteria traccia 11)
Bob Lovelace (Basso tracce 3, 6, 7, 9, 11, 12)
Beret Martin (Batteria traccia 3)
Paul Meany (Basso, Batteria traccia 10)
Whitney Monge (Cori traccia 11)
Scarlett Park (Cori tracce 3, 11)
Scott Stevens (Tastiera traccia 2)
Gerald Turner (Basso tracce 4 e 5)
Kai Vandepitte (Batteria tracce 1, 4, 5, 6, 7, 8, 12)
Jonathan Wright (Cori)
 
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