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Toni Oswald e John Frusciante in Giappone (1992)
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Frusciante nella videointervista su Vpro (1994)
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Marcel Duchamp alias Rrose Sèlavy in uno scatto di Man Ray (1923)
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Una scena da Desert In The Shape di Toni Oswald (1992)
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Alcuni testi contenuti nella prima stampa di Niandra LaDes and Usually Just a T-
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John Frusciante - Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt
06/10/2021
( 1094 letture )
ANTEFATTI

Questo disco pensiamo sia stato registrato a casa di John. Riteniamo, inoltre, che lo abbia prodotto e cantato. Di certo sappiamo che ne ha scritto i pezzi. Una delle cose divertenti di John Frusciante è che con lui non sai mai cosa aspettarti, è sempre un’avventura.

Queste sono le parole che Janeane Ardolino, addetto alle pubbliche relazioni dell’etichetta American Recordings, inserì nel press kit promozionale di Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt, il debutto discografico dell’allora ex chitarrista dei Red Hot Chili Peppers John Frusciante nel 1994. Parole che ancora oggi risuonano tanto emblematiche quanto curiose e che lasciano aperti ampissimi spiragli sulla nascita del disco e soprattutto sul periodo che va da quel nefasto maggio del 1992 fino all’alba del 1998, durante il quale il musicista toccò l’inferno con le sue mani e faticosamente ne riuscì ad uscire non senza cicatrici.

Facciamo un passo indietro ora: non è questa la sede per riesumare la biografia dei Red Hot Chili Peppers, ma è d’obbligo un cenno alla storia personale del chitarrista John Frusciante, un vero e proprio simbolo musicale (e non solo) degli anni ’90, che ha marchiato a fuoco l’epopea del rock alternativo di quegli anni e che ancora oggi non cessa di far parlare di sé migliaia di fan, compreso chi scrive.
Reclutato dai giovani peperoncini californiani nell’estate del 1988, a seguito della morte del chitarrista Hillel Slovak nel giugno dello stesso anno, l’allora diciottenne Frusciante si trovò a coronare un sogno impossibile, cristallizzato dapprima nello scoppiettante Mother’s Milk, pubblicato l’anno seguente, ma soprattutto nella pietra miliare Blood Sugar Sex Magik, ovvero uno degli album più rappresentativi del periodo, uscito il 24 settembre 1991 e da pochi giorni divenuto trentenne.
Le registrazioni del capolavoro dei Peppers sono iconiche anch’esse e gli aneddoti a riguardo si sprecano; la libertà totale di cui godevano all’epoca i musicisti era un vero paradiso per il chitarrista originario di New York, continuamente perso tra tic curiosi come il lavarsi compulsivamente i denti (assume toni drammaticamente macabri pensare a questo dettaglio futile rapportandolo a ciò che succederà nel giro di due anni) e l’irrefrenabile volontà di comporre musica senza barriere, andando di fatto a chiudere il cerchio del così rinominato “crossover”.
Ma già durante quelle registrazioni i primi timidi fantasmi che attanagliarono Frusciante di lì a poco fin quasi ad ucciderlo iniziarono a mostrarsi, dapprima tramite premonizioni da parte del chitarrista e poi attraverso la sempre crescente dipendenza dalla cocaina e soprattutto dall’eroina.
Il gigantesco tour che seguì la pubblicazione gloriosa del disco ebbe il risultato quasi immediato di far sprofondare il chitarrista in uno stato di alienazione incurabile, che lo portò ad un abuso smisurato di droghe e a conseguenti prestazioni musicali al limite della decenza, tra cui sicuramente spicca l’agghiacciante esibizione al Saturday Night Live del 20 febbraio 1992; in quell’occasione si ruppero definitivamente i rapporti tra il chitarrista ed il cantante Anthony Kiedis.
Scontento e disorientato dalla incredibile popolarità raggiunta dalla band, non potendo più sopportare la routine forzata imposta dai ritmi del tour e ormai completamente disconnesso dalla realtà a causa delle droghe, Frusciante comunicò al bassista Flea, rimasto ormai l’unico reale motivo che lo teneva legato ai Peppers, di voler mollare il tour e la band definitivamente. L’ultima data che il chitarrista suonò con gruppo si tenne a Saitama, Giappone, il 7 maggio 1992.

È da questo momento in poi che la storia personale del musicista statunitense si mescola con il mito e con le numerose leggende metropolitane e dicerie che gravitano intorno alla sua persona da anni, molte delle quali mai confermate o smentite dallo stesso protagonista.
Deciso a vivere in completa reclusione nella sua abitazione all’8505 di Hollywood Boulevard in compagnia solamente della sua fidanzata Toni Oswald – la quale si ritiene che abbia iniziato Frusciante all’eroina, ma l’unica cosa certa è l’amore sincero tra i due durante i primi anni ’90 – dapprima John accantona completamente la musica, ma il richiamo fortissimo dell’arte lo porta a dedicarsi nuovamente alla composizione poco dopo. Con un entusiasmo filtrato dalle dipendenze ormai smodate inizia a delinearsi anche l’idea di un disco solista.
Velocemente si arriva al 1993, anno cruciale per Frusciante, il quale si dedica con passione alla pittura e continua a registrare bozzetti chitarristici in casa senza però curarsene approfonditamente.
La calma apparente in cui sembra versare il musicista nasconde però un baratro personale sempre più asfissiante, ben rappresentato dal cortometraggio Stuff, diretto e girato dall’amico Johnny Depp e dal frontman dei Butthole Surfers Gibby Haynes. In meno di un quarto d’ora la macchina da presa indaga ogni angolo della casa di Frusciante indugiando sulle inquadrature più macabre e disagianti, tra sporcizia, sangue, sigarette e alcuni scampoli di quella vita passata ormai perduta definitivamente. Sul finale compare il chitarrista, che dà l’impressione di essere un cadavere in attesa della sepoltura. È necessario visionare questo piccolo documentario per comprendere appieno la genesi di quello che sarebbe stato poi il tentativo del musicista newyorkese di rappresentare in musica il periodo buio che stava vivendo in quegli anni.
Agli eventi tragici del 1993 si aggiunse presto la morte dell’amico River Phoenix, attore al tempo lanciatissimo, che non disdegnava incursioni in territorio musicale, specialmente in compagnia di John Frusciante, con il quale registrò due brani. I dettagli piuttosto foschi sulla morte dell’attore il 30 ottobre 1993 al Viper Room di Hollywood non sono ancora del tutto chiari, ma la strada lastricata di droga che segnò la fine di Phoenix porta dritta all’ex Red Hot Chili Peppers, in parte responsabile della dipartita dell’amico.
Come ciliegina sulla torta, poco dopo la morte di Phoenix, la casa di Frusciante venne colpita da un incendio sospetto, che polverizzò tutte le opere d’arte a cui il chitarrista aveva lavorato negli ultimi mesi. Nel periodo seguente, durante la ristrutturazione dell’abitazione, si verificarono anche numerosi furti di chitarre ai danni del musicista e l’anno si concluse all’insegna dell’insicurezza e dell’instabilità.
È un ragazzo completamente sfigurato quello che può vedere nella famosa videointervista trasmessa dall’emittente olandese Vpro nel 1994, documento prezioso per poter inquadrare il musicista poco prima della sua completa disfatta, qui libero di esprimersi pur con evidenti difficoltà sia mentali che fisiche, parlando di sé, della propria arte e della propria musica. Durante le riprese John faceva continue pause per iniettarsi eroina nelle braccia ormai ridotte a brandelli esanimi di carne ed è possibile notare come i suoi denti fossero prossimi a scomparire dalla sua bocca.
Durante l’intervista Frusciante trova anche la forza di imbracciare la chitarra per eseguire una sgraziatissima versione di quella che sarà intitolata Untitled #11.
Nel frattempo il famoso disco solista che il chitarrista fantasticava di rilasciare già due anni prima era pronto per essere pubblicato, grazie soprattutto al costante sostegno del sempre presente Flea e di vari amici come il già citato Johnny Depp e il frontman dei Jane’s Addiction Perry Farrell. Bisognava solo trovare l’etichetta disposta a finanziare le registrazioni casalinghe di una ex celebrità tossicodipendente; impresa non facile, ma portata a termine dalla American Recordings, sotto-etichetta di Warner gestita da una vecchia conoscenza di Frusciante, ovvero Rick Rubin, che nel frattempo aveva riportato in auge l’impolverato Johnny Cash presso il pubblico più giovane.

NIANDRA LADES

Il 22 novembre del 1994 è dunque il giorno scelto per far uscire Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt, che fin dal titolo si rivela un’opera divisa in due parti ispirata in larga parte dalla poetica artistica di Marcel Duchamp; ovunque si percepisce l’influenza dell’arte concettuale promossa dal pittore e scultore francese, ma ancora più evidente diventa l’influenza di Duchamp nel momento in cui si osserva la copertina dell’album, riferimento esplicito all’alter ego femminile dell’artista Rrose Sélavy, che nelle vesti di Frusciante assume il nome di Niandra LaDes (forse l’anagramma di Aladdin Sane, uno dei numerosi pseudonimi di David Bowie). La fotografia scelta per l’artwork del disco riprende lo stile delle note fotografie dell’artista Man Ray a Rrose Sélavy per l’appunto e proviene dal cortometraggio Desert In The Shape, girato da Toni Oswald durante il 1992, mentre si trovava in tour con i Peppers; anch’esso era dichiaratamente ispirato all’arte di Duchamp, in particolare al concetto di readymade.
Ed è proprio ragionando come un novello Duchamp che il chitarrista crea le proprie canzoni, sperimentando veri e propri readymade sonori scomponendo strofe e ritornelli o aggiungendo linee melodiche improbabili all’interno di caos strumentali al limite del rumorismo. Questo approccio non viene applicato in maniera esclusiva, ma fa sì che molti dei brani/non-brani contenuti nel disco risultino decisamente imprevedibili, inseriti in un calderone di improvvisazione pura che oggi viene celebrata come puro genio, ma che in verità cela dietro essa una grandissima confusione emotiva e mentale, minata dalle sempre più precarie condizioni fisiche del musicista.
Ciò non toglie che le capacità compositive di Frusciante risaltino limpide in molti punti dell’album, scritto e registrato in larga parte durante le sessions di Blood Sugar Sex Magik sfruttando i weekend liberi e con l’ausilio di un fidato registratore Tascam 424 a quattro piste. Il tutto stando al sicuro delle quattro pareti di casa, circondato da strumenti talvolta insospettabili come il clarinetto (lo strumento che più lo rilassava al termine delle giornate di registrazioni con la band).
Prima di decidere la scaletta finale dell’opera il chitarrista scelse di rimuovere i due scritti con River Phoenix, che confluiranno sul successivo e ancor più tragico Smile From The Streets You Hold del 1997.

Musicalmente Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt è un album denso di influenze che pesca a piene mani da Captain BeefheartFrusciante ascoltava costantemente la discografia del musicista statunitense durante le registrazioni del 1991 – e dai The Residents di Not Available (1974), ma i paragoni più inflazionati sono quelli con il Syd Barrett solista e con il David Bowie più intimista.
Tutti riferimenti giustificati e che si possono cogliere più o meno platealmente nei quasi ottanta minuti di musica del disco.
La sezione denominata Niandra LaDes è una raccolta di canzoni vere e proprie, seppur contraddistinte da una scrittura sghemba e priva di appigli sicuri: è qui comunque che risiedono alcuni dei momenti più delicati e fragili dell’intera carriera del chitarrista newyorkese, a partire da My Smile Is A Rifle, che si apre con una melodia nostalgica d’altri tempi capace di squarciare l’anima dell’ascoltatore; la strofa cadenzata insiste su questa sensazione malinconica, mentre la voce di John perde progressivamente il lume della ragione andando ad esprimersi in grida stonate e falsetti improbabili e stralunati. La musica però lascia il segno con le sue continue sovra-incisioni di chitarra ed anche gli errori e le pennate a vuoto diventano parte integrante della composizione.
Si rimane come minimo interdetti di fronte alla precarietà di un brano come Head (Beach Arab), composto dal chitarrista verso i sedici anni in una versione inizialmente heavy metal e qui ridotto ad una straziante ballata folk che si esaurisce nel giro di due minuti.
È poi risaputo che il giovane Frusciante fosse un grande appassionato di punk ed hardcore (e le recentissime foto dei Red Hot Chili Peppers che lo mostrano con una maglietta dei Black Flag lasciano intendere che non molto è cambiato da allora) e uno dei suoi passatempo preferiti fosse reinterpretare vecchie canzoni punk in maniera più melodica e cantautorale. È questo il procedimento che subisce Big Takeover, un classico dei Bad Brains qui trasfigurato in un bozzetto dal sapore arabeggiante dominato dal mandolino che guida le linee melodiche del brano, con uno stile che richiama immediatamente i Led Zeppelin di The Battle Of Evermore. Il risultato è paradossalmente più disagiante rispetto alla versione originale e trasmette una sensazione di malessere difficilmente descrivibile a parole.
Ancora più contrastanti le emozioni che vengono suscitate dalla stupenda Curtains (titolo che verrà riutilizzato nel 2005 per uno degli album più belli della discografia del musicista a parere di chi scrive), ballata composta al pianoforte e che lascia intravedere l’influenza di Elton John (impossibile non ricordare le primissime performance soliste di Frusciante alle prese con Tiny Dancer, brano mai abbandonato in sede live con i Peppers e non). Episodio a se stante dunque e per questo ancora più prezioso.
Altro highlight di questa prima sezione del disco è sicuramente Mascara, un brano apparentemente più educato rispetto ai precedenti, dove la chitarra acustica disegna uno sfondo folk sul quale la voce di John si sdoppia e si esibisce in un duetto tra timbro baritonale e falsetto, all’insegna di un’atmosfera decadente che com’è prevedibile esplode sul finale con innumerevoli sovra-incisioni. Sul finale si inserisce un altro brano, che sfuma dopo pochissimi secondi. Per ascoltare la versione completa di quell’interessante esperimento acustico bisogna recuperare l’Ep Estrus pubblicato nel 1997, dove è contenuta la versione integrale di sei minuti e mezzo intitolata Outside Space.
Inflessioni nuovamente cantautorali si fanno notare con forza nel bell’incipit di Your Pussy’s Glued To A Building On Fire, suonata live varie volte anche con i Peppers; sebbene il titolo risulti in linea con i contenuti espliciti della ex band madre, il testo del brano si rivela decisamente più profondo di ciò che si potrebbe immaginare.
C’è spazio anche per le invettive à la Bob Dylan rivolte verso il manager dei Peppers Lindy Goerz nella sbilenca Blood On My Neck From Success, durante l’ascolto della quale si soffre fisicamente udendo gli sforzi ai quali vengono sottoposte le corde vocali del musicista.
Conclude invece con maggior garbo la prima parte del disco lo sfogo corale di Ten To Butter Blood Voodoo, che si divide in una sezione iniziale all’insegna delle armonizzazioni vocali (vera e propria cifra stilistica di Frusciante destinata a diventare un marchio di fabbrica dentro e fuori dalla band negli anni a seguire) e una sfuriata chitarristica finale dal sapore inequivocabilmente hendrixiano, registrata sotto effetto dell’eroina.
Ultima menzione per Running Away Into You, unico brano tra quelli presenti in questa prima parte di disco composto nel ’92, subito dopo l’addio ai peperoncini. La particolarità che si può notare è quella riguardante la voce di John, qui davvero ridotta a un flebile sussurro contorniato da feedback noise e timidi arpeggi di chitarra, sommersi dal rumore crescente.

USUALLY JUST A T-SHIRT

Fino a questo momento le sensazioni trasmesse dal disco sono sì curiosi ed instabili, ma tutto sommato inquadrabili in alcuni riferimenti che donano all’opera una sua certa omogeneità, ma è la seconda parte dell’album che sfonda ogni barriera per avventurarsi in territori sperimentali e totalmente allucinati, dove lo-fi e avanguardia si scalzano a vicenda e la vista si fa annebbiata a causa della droga, la quale rende i seguenti trentasette minuti addirittura insostenibili per certi ascoltatori.
Di certo è difficile districarsi tra gli innumerevoli spunti che vengono suggeriti qui e lì dal chitarrista, che decide di non dare alcun titolo a queste tredici improvvisazioni per lasciarle totalmente libere di esprimersi in tutto la loro eterogeneità.
Inizialmente tra l’altro le tredici Untitled non dovevano essere pubblicate con questo album, ma avrebbero dovuto far parte di un disco successivo. Frusciante però era terrorizzato dall’idea di non avere abbastanza tempo da vivere per riuscire a concretizzare nella maniera giusta quelle tracce composte tra il ’91 e il ‘92 e perciò si decise ad aggiungerle alla scaletta di Niandra LaDes trovando il titolo Usually Just a T-Shirt grazie ad una telefonata con Toni Oswald, con la quale all’epoca era solito scambiarsi i vestiti per immergersi nel proprio alter ego femminile.
La lucidità dell’ascoltatore è messa a dura prova in questa seconda sezione del disco, ma è indubbio che episodi come Untitled #6 o Untitled #7 mantengano inalterate la propria bellezza fatta di melodie chitarristiche agrodolci che non possono trovare altro termine di paragone se non quello con lo stile di Frusciante, a questo punto realmente riconoscibile ed iconico.
Questi comunque rimangono i momenti più “facili” in scaletta, capaci di impallidire al cospetto delle successive Untitled #8 e Untitled #9, rispettivamente quasi sedici minuti di deliri noise dove vengono manipolati nastri e registrazioni vocali e la chitarra diventa un accessorio quasi irrisorio, ma pronto a prendersi i propri importanti spazi per delineare atmosfere ancora più inquietanti e slegate dalla realtà.
Nel secondo brano Toni Oswald recita alcuni estratti di opere poetiche di Patti Smith ed Allen Ginsberg, mentre la sua voce viene storpiata insieme a quella dell’amica Abbie Rude nel brano precedente, per ottenere un effetto al contempo bambinesco e demoniaco. Un altro esempio palese di readymade sonoro dunque.
Iconico l’avvio di Untitled #2, suonata anch’essa con i Peppers in conclusione di una incredibile esibizione a Milano, nei Sashimi Studios di MTV nel 1999. Si riesce a percepire chiaramente quanto la follia si alterni a frammenti di sensibilità purissima e questo brano ne è un esempio lampante. La chitarra dipinge paesaggi autunnali con l’ausilio della tecnica del tape reverse – un altro tassello fondamentale del Frusciante-sound ereditato dall’onnipotente Jimi Hendrix – che si sfilacciano man mano che scorrono i minuti finendo per assumere sonorità lontanissime dal timbro originario dello strumento. Ancora una volta le emozioni capaci di emergere si ricollegano alla malinconia e alla solitudine, ma stavolta si scorge una scintilla di positività che brilla in lontananza.
Secondo Frusciante i due brani che concludono la seconda sezione del disco sono i migliori dell’intero album, anche se contemporaneamente risultano essere i più drammaticamente tragici. In particolare Untitled #13 è una sorta di lamento funebre composto per l’amico Robert Hayes, contrabbassista importantissimo per la crescita personale del chitarrista newyorkese e morto in un incidente stradale poco prima che John lasciasse i Peppers. L’elemento centrale sono le grida disperate del musicista, che si immagina al fianco dell’amico proprio un attimo prima del fatale impatto.

Arrivare al termine di Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt si rivela perciò un vero e proprio calvario, un passaggio segreto scavato nelle viscere di un musicista alle prese con se stesso e con il proprio destino, in bilico tra la vita e la morte nella disperata ricerca di un’identità sicura nella quale rifugiarsi e poter esprimere a pieni polmoni la propria voce. Impossibile inserire il disco all’interno di un solo genere musicale, ogni tipo di catalogazione sarebbe fine a se stessa ed inutile ad una comprensione anche solo parziale dell’opera. Quello che si apre di fronte all’ascoltatore che si cimenta per la prima volta con questo album è l’intero universo di un ragazzo passato dalla propria cameretta ai palchi di mezzo mondo da un giorno all’altro e cresciuto forse troppo in fretta, costretto a inseguire i ritmi del music business; durante l’ascolto, chiudendo gli occhi, si può riuscire a vederlo quel ragazzo, seduto sul pavimento del proprio salotto con la chitarra in mano, gli strumenti sparpagliati a terra e una manciata di microfoni collegati al quattro piste. Intorno a lui una sterminata collezione di dischi, tele chiazzate di colori e l’aria stantia di una casa chiusa da troppi giorni. Poi se si allarga l’obiettivo ecco che compaiono quelle letali siringhe che porteranno via braccia e denti al musicista, ridotto pelle e ossa ad essere l’ombra di se stesso.
È un quadretto desolante, ma che ancora riserva qualche bella suggestione; non si potrà dire lo stesso se si indagheranno le condizioni di Frusciante giusto un paio di anni dopo.

EPILOGO?

È quasi scontato dire che il disco al momento dell’uscita fu accolto malamente sia dai fan dei Red Hot Chili Peppers, assolutamente impreparati ad ascoltare materiale simile, sia dagli ascoltatori gravitanti intorno all’ambiente rock ed alternativo e con un totale di centocinquantamila copie vendute a distanza di pochi anni l’album venne considerato un flop assoluto. La critica invece non fu così impietosa, forse più a causa del nome in ballo che della musica in sé. Niente di tutto questo interessava comunque a John, che stava sprofondando sempre di più nel suo personalissimo baratro e nel 1998 ne bloccò la ristampa.
Nonostante le vendite scarsissime il disco negli anni guadagnò lo status di capolavoro e si rivelò essere d’ispirazione a moltissimi musicisti giovani e non, così come continua ad esserlo per altrettanti oggi.
In tempi recenti le ristampe di Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt si sprecano ed è opinione comune che, al netto dell’ormai nutrita discografia di John Frusciante, che questo sia il suo personale capolavoro ed il suo disco più rappresentativo. Opinioni discutibili a parte, è indubbio che il disco del ’94 sia considerabile come un tassello fondamentale per comprendere e poter analizzare la storia personale e musicale del chitarrista americano ed è doveroso partire da qui per poi scoprire gradualmente la discografia del musicista.
Proprio a causa delle innumerevoli peculiarità – positive e negative – che accompagnano e costituiscono l’universo concettuale e sonoro di Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt diventa impossibile poter valutare l’album considerandolo solamente dal punto di vista musicale, poiché questa è un’opera che necessita di essere conosciuta totalmente solo a patto di scendere a compromessi con la storia del suo creatore. Bisogna passare da qui per poter capire e cogliere l’essenza profonda del disco e questa recensione-fiume ha proprio lo scopo di introdurre chi non conoscesse l’album alla sua genesi e ad un ascolto il più possibile consapevole. La speranza è quella di essere riuscito nell’intento.

Concludendo il nostro racconto, il 1994 si concluse per John con un concerto di beneficenza all’Hollywood Moguls: durante la serata si sarebbero esibiti anche Flea in un set acustico e il chitarrista Dave Navarro in compagnia dei Campfire Girls, una serie di nomi che, per chi è a conoscenza dell’evoluzione della carriera dei Red Hot Chili Peppers, ha dell’incredibile.
Dietro tutto questo vi era però lo zampino dello stesso Flea, che mai abbandonò al proprio destino Frusciante, nemmeno nel periodo più buio della sua vita, e cercò con ogni mezzo di stare vicino all’amico favorendone anche le esibizioni live. Un comportamento che il bassista forse assunse memore della precedente esperienza vissuta con Hillel Slovak, cui non riuscì a fornire l’aiuto che gli sarebbe stato utile, se non vitale.
È anche da questi dettagli nascosti che si può comprendere quanto sia speciale il rapporto che Frusciante e Flea hanno da sempre avuto, fin dai primissimi anni. E in questo senso assume tutto un altro spessore la dedica che il chitarrista appose a Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt: quella Clara a cui il disco è dedicato è infatti la figlia dell’amico bassista, nata nel 1988 e tenuta in grande considerazione dal chitarrista fin dai tempi delle registrazioni di Blood Sugar Sex Magik e con la quale John passava parte del suo tempo a dipingere, sviluppando il proprio stile partendo proprio dagli schizzi della bambina. Una delle scritte che campeggiavano sui muri della casa all’8505 di Hollywood Boulevard recitava “Be lazy” e proveniva da un discorso di Clara Balzary. Questa diventò ben presto la massima fondamentale di John, che la trovava geniale nella sua semplicità.
L’animo della bambina ben si sposava con quello del musicista, un bambino divenuto di colpo adulto, ma disperatamente radicato alla propria fanciullezza, che era in grado di rispecchiarsi negli occhi e nei gesti di Clara.



VOTO RECENSORE
s.v.
VOTO LETTORI
72.33 su 9 voti [ VOTA]
Elluis
Lunedì 18 Ottobre 2021, 18.36.06
13
@Black Me Out, dipende sempre dall'apertura mentale del suddetto ascoltatore: che chi dice che una band fa cagare senza nemmeno aver ascoltato un solo disco loro, e c'è invece chi apprezza (oppure no), argomentando però il perchè, sta tutto lì... E' innegabile che un produttore lasci un segno indelebile in un album, guarda per esempio, i dischi degli Slayer prodotti da Slagel, e quelli prodotti da Rubin hanno due sonorità ben contraddistinte, così come, cambiando totalmente stile, l'ultimo dei Tesla, prodotto da Joe Collen, suona molto Leppard (pure troppo...). In ultimo, non me ne voglia nessun recensore/biografo/scrittore ecc. ma non sono un estimatore di biografie scritte da persone estranee alla band, tendenzialmente leggo solo le autobiografie, perchè le storie sono raccontate da chi le ha vissute di persona (sperando sempre che siano tutte vere...). Le notizie raccolte da giornalisti o scrittori che trattano di una specifica band, possono invece essere state rimaneggiate, modificate, addirittura totalmente inventate, allora preferisco evitare a priori...
Black Me Out
Lunedì 18 Ottobre 2021, 16.44.34
12
Vero, sulla biografia di Kiedis ricordo che si legge questo, hai ragione. La verità forse non la sapremo mai perché, come ho scritto anche nella recensione, quegli anni sono veramente poco documentati e le voci sono tantissime e spesso diverse. Io mi baso sul recente ed apprezzabile libro di Federico Francesco Falco "Anima da Spremere", uscito quest'anno (a cui magari dedicherò un articolo), che appunto racconta il fatto in questa maniera. Ed essendo recente e con una quantità spropositata di fonti alle spalle penso possa essere corretto, ma ripeto: non si hanno notizie certe su molti aspetti della vita di Frusciante dal '93 al '97, si legge davvero di tutto. Anche io ho una visione simile alla tua sulla carriera dei Red Hot (lasciando stare il pre-Frusciante, su cui ci sarebbe da fare un altro discorso ancora) e dico senza troppi problemi che il capolavoro pop della band sia "By The Way", gioiellino tanto originale quanto citazionistico, decisamente autunnale come mood. E le b-sides regalano un sacco di sorprese tra l'altro. Il periodo Navarro non lo apprezzo affatto e "One Hot Minute" lo reputo un disco malriuscito. I dischi con Klinghoffer mi sono proprio indifferenti, anche se penso che un singolo come "Dark Necessities" non sia male e in "The Getaway" qualcosa di gradevole ci sia. Ma quelli non sono i Red Hot che piacciono a me e che identifico con la musica che hanno creato. Klinghoffer però è un musicista ottimo e compare in moltissimi dischi solisti di Frusciante, in maniera praticamente essenziale dato che suona sempre la batteria e fa le seconde voci con quel suo bellissimo timbro androgino. Brani come "Omission" (da "Shadows Collide With People" del 2004) e tutta la sua prestazione su "Ataxia II" degli Ataxia (il gruppo con Klinghoffer, Frusciante e Joe Lally dei Fugazi) sono qui a dimostrarlo. Danger Mouse ad ogni modo è il produttore di "The Getaway" ed ex membro della meteora Gnarls Barkley, a mio parere il suo tocco su quel disco è a dir poco palese. E non sempre in maniera positiva. Fa piacere comunque potersi confrontare sui Red Hot, che generalmente non sono mai ben visti dall'ascoltatore rock/metal "medio"...
Elluis
Lunedì 18 Ottobre 2021, 16.16.40
11
@Black Me Out, non sono sicuramente così informato sull'argomento Red Hot come lo sei tu, (per esempio non so chi sia Danger Mouse), sono sicuramente un estimatore della band, che seguo da anni, anche se tuttavia non apprezzo tutto quello hanno fatto. Diciamo che per quelli che sono i miei gusti personali considero un periodo molto cupo (per me il meno favorito) quello con Dave Navarro (One Hot Minute), mentre mi sono piaciuti invece molto nel periodo successivo con Frusciante in Californication e By The Way. A me i due dischi con Klinghoffer piacciono, non tutto, come detto, ma mi sono sembrati due buoni album, però lì va molto a gusto personale. Dal vivo poi li ho visti più volte sia con uno che con l'altro, e personalmente li ho apprezzati più con Klinghoffer, però forse incide anche il fatto che era un momento in cui erano tutti in gran forma fisica e direi mentale, mentre con Frusciante magari erano in un momento più oscuro... Per quanto riguarda la questione delle cicatrici da ustione sul suo corpo (ben visibili per esempio nel Live at the Slane Castle), ricordavo di aver letto sulla biografia Scar Tissue di Kiedis, che lui era in casa quando questa esplose, e restò parzialmente bruciato in seguito all'incendio che si sviluppò, però vado a memoria, stasera se riesco vado a ricercarmi il pezzo in cui Kiedis lo racconta, e me lo rileggo...
Black Me Out
Lunedì 18 Ottobre 2021, 14.52.11
10
@Elluis è un ragionamento interessante il tuo, che in parte condivido. Probabilmente Frusciante è sempre stato l'animo "tormentato" del gruppo e in quanto tale molti ascoltatori (me compreso) riescono a percepire una sorta di catarsi nei suoi momenti compositivi più ispirati. Con Klinghoffer a mio parere non c'era vera e propria serenità, ma più un "accomodamento" che ha portato infatti a due dischi insipidi fatti non tanto dalla band, ma dal produttore ("The Getaway", che comunque bruttissimo non è, è un disco di Danger Mouse, non dei RHCP, a tratti è proprio palese). Forse l'inquietudine artistica di Frusciante è ciò che è riuscita - e spero riesca ancora - a dare la scossa alla band per comporre brani significativi (inseriti comunque nel mainstream di cui il gruppo fa parte da anni). Una precisazione (e qui esce il fanboy che è in me): le cicatrici di Frusciante non c'entrano nulla con l'incendio di casa sua - avvenuto mentre lui non era in casa - ma sono tracce della dipendenza da eroina; il bucarsi senza ritegno e senza coscienza hanno portato, oltre al trapianto dei denti, anche ad un trapianto di pelle, vistosissimo nelle braccia. Questa cosa tra l'altra ha fatto vergognare Frusciante per anni, tanto che uno dei suoi look più iconici a fine '90/primi 2000 - la maglietta arrotolata dietro al collo, ma con le maniche ancora infilate - deriva proprio dalla sua volontà di nascondere quelle cicatrici. Se poi vuoi stare davvero male e capire il perché di questo trapianto, cerca il videoclip di "Life's A Bath", il singolo di "Smile From The Streets You Hold". Non capisco perché non l'abbiano ancora tirato giù da youtube, ma nella sua semplicità è un minuto e mezzo che strazia e disgusta. Non dico nient'altro.
Elluis
Lunedì 18 Ottobre 2021, 11.37.21
9
Frusciante è senza dubbio un personaggio controverso: da un lato ha questa gigantesca genialità compositiva, così estroversa e fuori dall'ordinario, che è stata in fondo la fortuna dei RHCP; di contro ha dei demoni (tipo la sue dipendenze) che lo travolgono, e che in più occasioni l'hanno quasi ucciso; l'eroina, o quell'esplosione del suo appartamento, a cui si fa cenno nella recensione, in cui lui è bruciato vivo, e di cui tuttora porta delle vistose cicatrici sul corpo... I migliori Red Hot sono stati indubbiamente con lui in line-up, ma devo ammettere che alla fine li preferivo quasi con Klinghoffer, forse perchè dall'esterno avevo la percezione che la band fosse più serena, più in pace...
Alfredo
Venerdì 15 Ottobre 2021, 20.14.28
8
Per quanto mi riguarda, la questione è molto semplice: un recensore é libero di esprimersi con le modalità e le forme a lui più congeniali, e io, come lettore (visto che mi viene data la possibilità di commentare), sono altrettanto libero di esprimere il mio pensiero (critico). Devo inoltre precisare che sono generalmente riluttante a leggere recensioni lunghe, a prescindere dall’album preso in esame o dall’artista che lo ha realizzato!! Non mi interessa! Non gradisco la prolissità, l’eccesso di informazioni (laddove sono superflue) e non mi entusiasmano gli scritti, per così dire, troppo emozionali, o se vogliamo, la figura del recensore/fan. Non capisco inoltre perché ci debbano essere recensioni doppie o triple per alcuni gruppi, o peggio ancora perché ci debbano essere (in un contesto di eccellenza artistica) recensioni di serie A e recensioni di serie B, a secondo dei gruppi trattati. E credo sia superfluo sottolineare il fatto che si tratta ovviamente di un mio personale modo di vedere le cose.
Black Me Out
Venerdì 15 Ottobre 2021, 11.21.17
7
@No Fun Ti ringrazio perché hai espresso esattamente il pensiero che avrei voluto passasse da questa recensione. Che in effetti recensione vera e propria non è, vero, ma assomiglia di più ad un articolo; ci ho pensato molto a pubblicarlo come tale, ma alla fine insieme alla redazione abbiamo optato per mantenere questo scritto come una recensione, come nei piani originari. Ha detto bene sempre No Fun, ho scelto io di proporre questo album poiché John Frusciante è senza alcun dubbio il mio musicista di riferimento, da sempre, e mi faceva piacere presentare almeno un suo disco su questo sito, penso sia anche coerente con la proposta specifica della categoria Low Gain. Il mio pensiero, @Alfredo, è questo: se parlo di un'opera partorita in un contesto preciso e che, oltre alla musica, possiede una storia extra-musicale da raccontare - e in questo caso essa è importante, se non più importante, della musica stessa - allora vale la pena raccontarla, in modo tale da rendere l'articolo più completo e, spero, più interessante. Conoscere tutto ciò che ha portato alla creazione di un disco ritengo che sia un arricchimento non banale per poi comprendere quell'opera più a fondo. Ma è un pensiero mio, ovviamente, non c'è la supponenza di avere la verità in mano. E difatti nessuno obbliga nessun altro a leggere il mio "polpettone", il calcolo delle visualizzazioni parla da sé. Ad ogni modo non cambierò il mio modo di intendere questo genere di articoli, potranno interessare o attirare meno lettori, è vero, ma penso che quei pochi potranno effettuare una lettura completa e credo arricchente. Poi chiaramente c'è il vezzo personale: su "Niandra LaDes" si legge molto ancora oggi, ma non ho mai trovato una recensione o un articolo capace di riportare sia la storia della genesi del disco in sé, sia la valutazione strettamente musicale, perciò ho voluto provare a crearlo io questo articolo "definitivo" (qui un po' di supponenza c'è, lo ammetto ). @MH Questa affermazione è facile da verificare, basta una semplice ricerca sul web o su siti come Discogs. Chiaramente queste fonti non detengono la chiave della verità, ma se inizi a sommare giudizi ed opinioni ti renderai ben presto conto che per una nicchia abbastanza folta questo album è il migliore della discografia di Frusciante e uno dei dischi imprescindibili degli anni '90. Che sia oggettivamente vero o no e che io sia d'accordo o meno (e in questo caso non lo sono) poco importa alla fine, le opinioni di chi si è espresso e continua ad esprimersi su questo album continuano ad essere orientate verso questa direzione e troverai sempre più appassionati di album come "Niandra LaDes" piuttosto che di "Curtains" (per me il vero capolavoro di John), è un piccolo dato di fatto.
No Fun
Giovedì 14 Ottobre 2021, 20.49.47
6
Io invece non ci trovo nulla di spaventoso. Ho cominciato a leggere e ho proseguito perché quello che leggevo mi ha preso molto. Se mi fossi annoiato avrei smesso, semplice. È un album molto particolare e quindi ci sta una recensione approfondita e sentita, dato anche che Alex a quanto pare è molto affezionato all'artista in questione. Se non fosse stato così appassionato la recensione sarebbe stata più corta, anzi penso che forse non sarebbe neanche stata fatta. Voglio dire, se presenti qualcosa del genere bisogna andarci a fondo, se no tanto vale recensire qualcos'altro. Conoscevo di fama il disco ma non l'ho mai ascoltato dato che non sono mai stato un grande ammiratore dei Red Hot. Sicuramente lo farò.
Alfredo
Giovedì 14 Ottobre 2021, 19.22.48
5
In tutta onestà non capisco perché al posto delle recensioni bisogna scrivere dei papiri capaci di spaventare anche il lettore più volenteroso… Di sicuro ci sarà qualcuno che apprezza queste cose, ma io non ne capisco davvero il senso…
mick
Giovedì 14 Ottobre 2021, 18.33.12
4
Se la canta e se la sona
MH
Giovedì 14 Ottobre 2021, 17.18.49
3
"il disco negli anni guadagnò lo status di capolavoro" AAAHAHAHAHAHAHAHAHAAHAHAHAH
Black Me Out
Mercoledì 13 Ottobre 2021, 18.58.40
2
@Jan Hus grazie per il commento. Dal momento che (se non si fosse capito abbastanza, data la mole dello scritto...) ci tengo molto a questa recensione, segnalami per favore i refusi che hai trovato, così da poterli correggere. Grazie!
Jan Hus
Mercoledì 6 Ottobre 2021, 20.52.39
1
Complimenti per la recensione (al netto di qualche refusetto).
INFORMAZIONI
1994
American Recordings
Inclassificabile
Tracklist
Niandra LaDes
1. As Can Be
2. My Smile Is A Rifle
3. Head (Beach Arab)
4. Big Takeover
5. Curtains
6. Running Away Into You
7. Mascara
8. Been Insane
9. Skin Blues
10. Your Pussy's Glued To A Building On Fire
11. Blood On My Neck From Success
12. Ten To Butter Blood Voodoo

Usually Just a T-Shirt
13. Untitled #1
14. Untitled #2
15. Untitled #3
16. Untitled #4
17. Untitled #5
18. Untitled #6
19. Untitled #7
20. Untitled #8
21. Untitled #9
22. Untitled #10
23. Untitled #11
24. Untitled #12
25. Untitled #13
Line Up
John Frusciante (Voce, Chitarra, Basso, Pianoforte, Mandolino, Clarinetto)

Musicisti Ospiti:
Toni Oswald (Voce su tracce 20, 21)
Abbie Rude (Voce su traccia 20)
Randy Ruff (Pianoforte su traccia 17)
 
RECENSIONI
 
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