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Big Black - Songs About Fucking
16/10/2021
( 577 letture )
Nati dalla mente del geniale Steve Albini nel bel mezzo del 1981, i Big Black furono un trio di Chicago che lasciò una ferita profonda nel cuore della scena alternativa americana nel corso degli anni '80. In realtà il primo EP rilasciato dalla band, Lungs (1981), fu suonato e registrato interamente da un Albini all'epoca ventenne e servì come rampa di lancio per formare un gruppo vero e proprio, completato inizialmente dal bassista Jeff Pezzati e dal chitarrista Santiago Durango, l'unico membro, insieme ad Albini, accreditato in tutti gli album della band. I due musicisti provenivano entrambi dai Naked Raygun, gruppo punk di Chicago di cui lo stesso Albini era fan. Insieme il trio creò ben presto una miscela sonora che pescava a piene mani dal post punk e dal nascente hardcore, ma che guardava anche alle esperienze avanguardistiche del decennio appena trascorso, specificamente in campo elettronico. Caratteristica fondamentale del gruppo infatti era l'utilizzo di una drum machine –precisamente una Roland TR-606 accreditata in tutti gli album semplicemente come Roland– spesso e volentieri programmata per accentare i tempi deboli dei propri brani, in completa antitesi verso lo stereotipo rock. A questo si aggiungeva l'uso di chitarre distorte all'eccesso e rese letteralmente taglienti grazie ad un'equalizzazione spostata in massima parte sulle alte frequenze. Il sound coniato dai tre americani racchiudeva in sé l'esperienza di realtà come Public Image Ltd. e Killing Joke, ma anche e soprattutto le sperimentazioni industriali dei Throbbing Gristle e quelle dei pionieri Suicide. La voce sgraziata di Albini e i testi fortemente dissacratori e scabrosi riportavano infine all'influenza dei Pere Ubu, certamente non ignorati anche dal punto di vista strettamente sonoro.

Con questa formazione e grazie ai due EP Bulldozer (1983) e Racer-X (1984) i Big Black iniziarono a far parlare di sé: la musica era sempre più brutale e al limite del puro noise e i testi diventavano sempre più temibili, andando a toccare argomenti come omicidio, abusi sessuali su minori, razzismo, misoginia e stupro (tema caro ad Albini, tanto da formare il notevole progetto Rapeman nel 1987). Il singolo in 7" Il Duce, pubblicato nel 1985, non aiutò di certo a migliorare la nomea che la band ormai si era guadagnata, nel bene e nel male. I temi forti in realtà erano utilizzati in modo tale da criticarli e poter fare satira su di essa, feroce e spietata, ma sempre lucida. Le date live continuavano comunque ad aumentare e con esse anche la cattiva reputazione di Steve Albini, divenuto celebre per non aver alcun pelo sulla lingua e per evitare ogni tipo di compromesso. Questo modus operandi del frontman, condiviso da tutta la band, si estremizzò al punto che la band non firmò mai alcun tipo di contratto per promuovere la propria musica, al di là di quello con l'etichetta Homestead Records per i primi dischi. I musicisti organizzavano i propri tour in completa autonomia e gestivano ogni aspetto del gruppo senza nessun intervento esterno. Un'etica "fai da te" totale dunque, destinata ad essere perfezionata solo dai Fugazi, che si formarono proprio nell'anno di scioglimento dei Big Black.

Disinteressati completamente alla popolarità eppure sempre più chiacchierati, i tre musicisti di Chicago si trovarono di fronte dunque alla pubblicazione del primo vero e proprio LP con un bassista diverso: Dave Riley. Pezzati infatti tornò stabilmente nei Naked Raygun, i quali stavano riscuotendo anch'essi notevole successo nella scena locale. Riley dalla sua aveva una grande esperienza in studio di registrazione con la leggenda del funk George Clinton, aspetto che Albini evidentemente non aveva trascurato. Con la nuova formazione ecco che nel 1986 il gruppo pubblica Atomizer, bomba punk-noise al vetriolo politicamente scorretta che aprì una strada di possibilità inedite al trio. Il punk era ancora molto presente nel sound del gruppo, ma le inflessioni rumoristiche stavano prendendo il sopravvento, facendo diventare Albini un punto di riferimento per la nascente scena noise rock americana capeggiata da band come i Sonic Youth.
Nonostante l'etica indipendente del trio l'etichetta Homestead Records cercò ben presto di far fruttare la sua gallina dalle uova d'oro usando metodi scorretti e vendendo proprio il singolo Il Duce in versione limitata ed esclusiva come oggetto da collezione, a prezzi chiaramente spropositati. Scoperto il tiro mancino Albini decise di abbandonare l'etichetta per accettare l'offerta della Touch and Go Records, con la quale sfornò poi i migliori album della sua intera carriera. Con la nuova label il gruppo pubblicò l'Ep Headache nel 1987, pubblicizzato con la dicitura "Not as good as Atomizer, so don't get your hopes up, cheese!", una trovata che ribadiva la sincerità della band, convinta di aver creato un lavoro poco ispirato e meno valido del precedente disco; per questo motivo i fan dovevano essere avvertiti.

A questo punto i Big Black versavano in una condizione piuttosto precaria, a causa del crescente alcolismo di Dave Riley, che nel frattempo aveva anche iniziato a frequentare l'università, e per via della decisione da parte di Durango di iniziare il percorso di studi per diventare avvocato. Tutto questo faceva sì che il tempo per andare in tour fosse sempre meno e che la maggior parte delle responsabilità venissero lasciate in mano al solo Albini. Con una lucidità fuori dal comune per dei nemmeno trentenni all'apice del proprio successo i tre scelsero quindi, di comune accordo, di sciogliersi. Lo scioglimento venne comunicato da Albini con gioia e ribadito dai membri del gruppo, contenti anch'essi di essersi fermati prima che la band diventasse una semplice macchina da soldi. Con la consapevolezza della fine dell'avventura musicale dei Big Black, i tre registrarono il loro ultimo disco con una ritrovata ispirazione, programmando prima di tutto un ultimo tour per salutare a dovere tutti i fan prima di pubblicare l'album.

Potrà risultarvi strano, ma a Robert Plant piace il noise rock, nello specifico adora Songs About Fucking, l'ultimo disco dei Big Black pubblicato nel 1987 dalla Touch and Go Records. Questo dato riesce a fornire una panoramica piuttosto esplicita sulla trasversalità e sull'impatto globale che l'album riuscì ad avere sulla scena americana ed internazionale sul calare degli anni '80. Pubblicato subito dopo lo scioglimento della band, il disco è il secondo LP del trio di Chicago ed è introdotto da un titolo che riassume perfettamente l'atteggiamento provocatorio del gruppo, con alcuni fra i testi più delicati e sporchi che Albini abbia mai scritto. La copertina è presto divenuta iconica anch'essa, grazie alla sua estetica minimale a base fumettistica emulata negli anni seguenti da band come The Copyrights e The Dopamines.
Diviso in due facciate ben distinte rinominate rispettivamente Happy Otter (lontra felice) e Sad Otter (lontra triste) –metafore tratte dalla letteratura manga giapponese per indicare un pene in erezione ed uno a riposo– l'album risente di due momenti diversi di produzione, con la prima facciata registrata istintivamente e in poco tempo e la seconda invece più ragionata e perciò completata impiegando più tempo. Secondo Albini la prima parte del disco contiene la musica meglio scritta e prodotta dai Big Black, mentre la seconda parte risente della lentezza in fase di registrazione e perciò risulta meno convincente per il suo creatore. Per il frontman la musica doveva essere così: veloce, viscerale, diretta. E il modo per "immortalarla" su nastro doveva seguire le stesse direttive: proprio lo stile con cui il chitarrista fondò il suo metodo di produzione nei primi anni '90. E infatti la sezione Happy Otter presenta la band al meglio delle proprie possibilità, con sfuriate metalliche dosate e letali, scandite dai ritmi elettronici di una batteria che ora si fa metronomo, ora invece si esprime attraverso battiti impossibili. Il basso di Riley sostiene il caos controllato di Albini e Durango (accreditato nel disco come Melvin Belli, uno degli avvocati più celebri del '900) con curiose svisate funk, quasi irriconoscibili nella loro trasfigurazione hardcore. Possiamo parlare ancora di punk, ma ormai questa influenza è del tutto marginale nel sound del gruppo, devoto ad un (post) hardcore squisitamente industriale nelle sue componenti ritmiche e che sfrutta il rumorismo come punto di forza non onnipresente, ma sempre pronto a colpire duro.

The Power Of Independent Trucking ha già nel suo titolo tutto ciò che la musica vuole trasmettere: un andamento cigolante di ferraglia arrugginita che, sfregandosi, produce clangori sempre più disturbanti, mantenuti sotto controllo dal vociare sfocato di Albini. Basta poco più di un minuto per stabilire la direzione del disco che, rispetto ad Atomizer, si concretizza in episodi più brevi e concisi. Subito dopo arriva uno dei brani migliori dell'album, quella The Model che in realtà è una cover dei Kraftwerk e testimonia ancora una volta quanto il genietto di Chicago fosse affezionato alla musica degli anni '70. La resa del pezzo è estremamente riuscita e l'elettronica imperante del brano originale viene sostituita da un riff di basso meccanico e circolare, che ben si sposa alle evoluzioni della batteria elettronica. La chitarra segue il riff principale e si lascia andare a sporadiche esplosioni dissonanti per concludere con un finale più melodioso che va a richiamare il post punk dei Gang Of Four e dei The Pop Group, ma non è l'unico caso in cui emerge questa influenza, più presente nella seconda metà del disco. Il ricorso ad ostinati ritmici per la band non è solo un'esigenza legata alle limitatezze della drum machine, ma anche un modo efficace per rendere ossessiva e spietata la propria musica, come accade nell'incedere travolgente di Bad Penny, che concede una sola breve pausa poco prima della sua conclusione, con la quale far respirare l'ascoltatore. Non c'è un attimo di tregua nelle brevi esecuzioni del trio: la chitarra di Albini taglia a fette a mo' di sega a nastro grazie all'utilizzo di plettri in metallo, mentre quella di Durango si inserisce tra le pieghe del compagno con un suono più pieno ed educato; il sempre fondamentale contributo di Riley al basso chiude il cerchio con la giusta carica di basse frequenze, unitamente al suono scarno e secco della drum machine.
Come già detto i testi seguono e spesso amplificano la violenza espressa dalla musica, come nel caso della esplicita Colombian Necktie, che tratta delle brutali pratiche di esecuzione in Colombia durante la guerra civile del 1948. Sebbene Albini non vada fiero della seconda metà del disco, l'apertura di Kitty Empire parla una lingua decisamente diversa e si piazza come ennesimo highlight dell'album. Siamo in questo caso in puro territorio industrial, con un ritmo ancora una volta statico e ripetitivo guidato dalla sezione ritmica, mentre la chitarra interviene sporadicamente e la voce si trascina languida ed ipnotica con un testo surreale e grottesco al tempo stesso. Fortissima è qui l'influenza dei già citati Public Image Ltd. così come quella dei Killing Joke più riflessivi. Proseguendo su una strada simile per certi aspetti si incontra poi Kasimir S. Pulaski Day, ma i toni si fanno estremamente più seriosi in corrispondenza di Fish Fry, che non è altro che la narrazione in prima persona di un serial killer che racconta di come ha ucciso a calci una donna e di come ora stia pulendo il pickup dove l'ha caricata per poi scaricarne il cadavere in un fiume. Il brano è ancora una volta breve e senza fronzoli, ma qui è il testo, ricavato da una notizia su un quotidiano, che risalta particolarmente e di conseguenza la musica si posiziona sullo sfondo.
Probabilmente la summa finale del sound dei Big Black la si trova nei due minuti e mezzo di Tiny, King Of The Jews, incontro ideale tra noise, post punk e tribalismi industriali, con la voce filtrata e mantenuta lontana nel mix globale. I temi trattati virano sempre su omicidi, uccisioni e soprattutto sesso. È il sesso l'argomento che rimane latente in tutto il disco, ma che si percepisce forte e chiaro ad ogni singola nota. Si ha come la percezione che Steve Albini voglia esorcizzare le sue pulsioni sessuali, forse quelle di un'intera comunità –se non dell'intera umanità– attraverso la rappresentazione più cinica e abbruttita delle perversioni umane, le quali rimandano tutte inequivocabilmente a significati e sottintesi sessuali. Ecco che dunque nell'espressione della donna raffigurata in copertina si esprime tutta la rabbia di Albini e con essa si sfogano le repressioni degli ascoltatori che attraverso i testi dei brani si vedono come psicanalizzati e liberi di mostrare la parte peggiore di sé. Una lettura pessimistica, ma condivisa dallo stesso musicista, che negli anni ha radicalizzato sempre più il proprio pensiero. D'altronde sesso e morte vanno sempre a braccetto e mai come in questo disco l'unione tra questi due elementi è stata meglio rappresentata.

Con un titolo come Songs About Fucking – pensato da Albini come l'ennesima presa in giro nei confronti degli stereotipi del rock – l'album non ebbe vita facile in quanto a distribuzione e perciò nacque l'idea di applicare un adesivo sull'ultima parola del titolo con la dicitura "Please remove", che venne utilizzato prima di tutto nei negozi di dischi australiani. Un'altra dedica nello stile della band era ben evidenziata sul retro della versione in cd del disco: "The future belongs to analog loyalists. Fuck digital"; una presa di posizione chiara sul formato cd che stava spopolando proprio in quell'anno, osteggiato con forza dal gruppo. Probabilmente spinto dalla recente notizia dello scioglimento del gruppo il disco acquisì subito una fama notevole ed è ancora oggi ricordato come l'album di maggior successo dei Big Black. Nonostante ciò e senza voler tralasciare l'importanza storica che ricopre nell'evoluzione del post hardcore e del noise rock, Songs About Fucking non è il lavoro meglio riuscito della band, a causa di una produzione fin troppo grezza e di alcune soluzioni che si ripetono fin troppo spesso. La stessa prova vocale di Albini non è memorabile ed egli stesso ha ammesso pochi anni fa di non apprezzarla del tutto poiché a tratti troppo macchiettistica.
Come ciliegina sulla torta poi, la versione cd del disco conteneva la cover di He's A Whore dei Cheap Trick, a detta di Steve Albini finita sull'album quasi per caso, ma lasciata lì quasi a voler aumentare il senso di disorientamento e demenzialità suscitato dall'intera opera. Songs About Fucking è infine un album fondamentale nella storia della musica rock ed è giusto celebrarlo per i suoi meriti, ma la discografia dei Big Black ha tante carte altrettanto –e a tratti più– valide da giocare, seppure nella sua esiguità. Un dovere morale quindi recuperarla nella sua integrità per chiunque si dichiari un fan appassionato di noise rock, post hardcore e industrial. Questo disco dalla copertina verde brillante può essere un validissimo punto di partenza per poi proseguire a ritroso, senza alcun pentimento.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
67.83 su 6 voti [ VOTA]
Black Me Out
Sabato 13 Novembre 2021, 10.24.51
8
@Only True MetalHeart of Steel Mi hai fatto molto ridere e ti ringrazio per la "premura", ma ti assicuro che gli ascolti che faccio solitamente sono al contrario l'opposto di una richiesta d'aiuto (che, da insegnante, mi servirebbe per ben altri motivi...)
Only True MetalHeart of Steel
Giovedì 28 Ottobre 2021, 20.17.44
7
Sono seriamente preoccupato per la salute del povero Alex Cavani; annoverare i Big Black e John Frusciante tra i propri artisti di riferimento ed ascoltarli è quantomeno sintomatico di una richiesta di aiuto, (neanche tanto esplicita a mio avviso). A meno che non sia masochista, si capisce...
Carmine
Mercoledì 20 Ottobre 2021, 14.29.27
6
Disamina perfetta, complimenti!
No Fun
Lunedì 18 Ottobre 2021, 20.52.30
5
Sono d'accordo, sia sull'influenza di Fucking (non sulla copertina però che mi sembra riprendere lo stile di quelle dei Black Flag) che su Kerosene.
Black Me Out
Lunedì 18 Ottobre 2021, 17.57.51
4
@No Fun anche io preferisco "Atomizer", che reputo anche oggettivamente superiore a "Songs About Fucking". Quest'ultimo è diventato però più iconico ed influente per ciò che è arrivato dopo. Diciamo che un pezzo come "Kerosene" però ti ribalta le sorti di un disco intero...
No Fun
Sabato 16 Ottobre 2021, 19.20.31
3
Se non dicessi che Songs About Fucking è una figata sarei un cazzone. Coincidenza incredibile (ed è già la seconda in pochi giorni su questo sito, tra un po' mi dedico al lotto) l'ho appena ordinato in vinile, insieme ad Atomizer (che preferisco) era da anni che ce l'avevo in lista acquisti. Simpatico chiamare il pisello "lontra", meglio di tanti nomi nostrani.
duke
Sabato 16 Ottobre 2021, 14.28.49
2
...davvero una grande band.....bel disco.....conoscevo altro dei big black.....al dire il vero....quando ho visto la copertina ...ho pensato subito....ai dopamines.......
Nico
Sabato 16 Ottobre 2021, 14.23.30
1
La leggerò durante la vacanze di Natale
INFORMAZIONI
1987
Touch and Go Records
Noise
Tracklist
Happy Otter
1. The Power Of Independent Trucking
2. The Model
3. Bad Penny
4. L Dopa
5. Precious Thing
6. Colombian Necktie

Sad Otter
7. Kitty Empire
8. Ergot
9. Kasimir S. Pulaski Day
10. Fish Fry
11. Pavement Saw
12. Tiny, King Of The Jews
13. Bombastic Intro
Line Up
Steve Albini (Voce, Chitarra, Drum machine)
Santiago Durango (Chitarra)
Dave Riley (Basso)
 
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