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Trivium - In the Court of the Dragon
18/10/2021
( 2251 letture )
In the court of the dragon / Death of gods and world / In the court of the dragon / You will know your worth.

La morte degli dei e dei mondi. Ecco come si presentano i Trivium sullo scadere del 2021, a solamente un anno di distanza dall’eccellente What The Dead Men Say, follow-up del magistrale The Sin and the Sentence. I floridiani non sanno proprio stare con le mani in mano, e durante i tempi complessi della pandemia, tra stream, sessioni twitch, composizioni e varie, hanno avuto anche modo di costruire un mega-studio/sala prove ricavato da un hangar dismesso. Ribattezzato a ragion veduta il ‘Trivium Hangar’, l’ampio spazio creativo deve aver influito sul funambolico processo di In the Court of the Dragon, dove troviamo nuovamente Josh Wilbur in cabina di regia. Dopo una carriera costellata da numerosi successi, album strepitosi e alcune parentesi mediamente sottotono, la band americana -giunta al decimo album- trova la forza di proseguire la scia creativa degli ultimi tempi, ampliandone raggio d’azione e potenza sonora. In un portentoso e schiacciante vortice epico, i Trivium fanno scacco matto grazie ai 52 minuti del devastante In the Court of the Dragon che, già dalla copertina, si palesa fiero e battagliero. Colori accesi immersi in un’arena da combattimento, con il drago dorato a svettare, ci trasportano in un’atmosfera altisonante e magnetica. Il nuovo capitolo dei Trivium suona come un perfetto mix di passato, presente e incredibile progressione.

Coadiuvato dalla massiccia presenza di Ihsahn (Emperor), che si occupa delle orchestrazioni, tastiere ed effettistica di contorno, l’album assume una grandeur invidiabile e sincera, che eleva ogni traccia al massimo delle sue potenzialità, senza ripetizioni e senza filler. Si parte con un crescendo strumentale e sinfonico durante X / In the Court of the Dragon, piccola-grande suite di sfrontata bellezza heavy. Sentiamo il drago ruggire, poi la deflagrazione barbara, a cavallo tra death melodico e thrash – un salsa perfetta che si auto-eleva durante il refrain pulito e maestoso, adagiato su un tappeto furioso in blast-beat, tecnico e sfavillante omaggio di mister Alex Bent, batterista fantasioso e poliedrico che meriterebbe una lode per il suo gusto, davvero senza confini.
Con una formazione stabile e il succitato Bent a dettare legge dietro al drum-kit, la band è davvero inarrestabile, e tutto ciò che di buono ha prodotto da The Sin and the Sentence viene riportato indietro ai tempi di Ascendancy e Shogun per un breve riassunto sonoro, immediatamente spodestato e immerso in un contesto solenne.
Se la title-track picchia duro con eleganza e potenza senza compromessi, la successiva Like a Sword Over Damocles alza l’asticella con la sua potenza thrash e il ritmo incalzante, giocato su violente accelerazioni, riff granitici e ritornelli da cantare a squarciagola. Matt K. Heafy sfodera una performance vocale di prim’ordine, spalleggiato dai cori di Paolo Gregoletto e Corey Beaulieu. La sua prestazione è sopra le righe: riprende in parte lo stile pulito ed elevato di Silence in the Snow, ma non si lascia mancare proprio nulla. Dai vocalizzi ruvidi e imbastarditi ai cori magnetici, fino alle timbriche profonde ed evocative (The Shadow of the Abattoir ; Fall into Your Hands). Il cantante-chitarrista di origini giapponesi comanda il battaglione attraverso nove composizioni ricche di spunti, funamboliche digressioni strumentali ed energia senza compromessi. I break devastanti di In the Court of the Dragon, con il loro retrogusto metalcore sono solo la punta dell’iceberg: la sacra epicità di Fall into Your Hands e A Crisis of Revelation, con i loro duelli chitarristici provengono direttamente dal pianeta Heavy Metal. Tra tecnica bilanciata, stacchi progressivi e arpeggi drammatici, i brani spesso si dilatano oltre i 6 minuti, senza mai annoiare. Il bridge strumentale di A Crisis of Revelation è follia pura, tra accelerazioni melo-death e assoli melodici incrociati. Nessuno sbadiglio, nemmeno sul singolo Feast of Fire, dalla struttura apparentemente semplice e intelligente, con una forza melodica dirompente, ritmiche classiche e un codino strumentale Maideniano. Compatta ed efficace anche la breve No Way Back Just Through, che sfoggia impertinente un thrash moderno, riff al granito e un ficcante refrain da airplay.
La contrapposizione funziona alla perfezione durante le nove tracce. Siamo alla corte del drago e la situazione si surriscalda facilmente, specialmente durante i passaggi infuocati, i continui scambi di assoli tecnici e melodici e -in special modo- durante i sette minuti di The Shadow of the Abattoir, epic metal allo stato puro, tra dinamiche soffuse e robuste ripartenze. Ancora un plauso al gusto di Heafy, che stra-convince con la sua prova vocale, calda e avvolgente. Ogni strofa, verso e ritornello è da pelle d’oca, mentre la lunga Shadow of the Abattoir viene ripresa (idealmente e concettualmente) anche da Fall into Your Hands (incredibile il suo finale, corredato dalle piccole sinfonie di Ihsahn) e The Phalanx, che chiude in bellezza il decimo album della band, settando un nuovo standard. In un anno difficile, corredato da uscite metalliche di indiscutibile bellezza (Portrait ; Silver Talon), In the Court of the Dragon segna un importante passo in avanti per i Trivium che, sebbene non reinventino la ruota, scrivono con cuore e passione, creando un album magnetico e accattivante, complesso ed esagerato. Tra i ritornelli ripetuti di From Dawn to Decadence, la deflagrante potenza metallica di Like a Sword Over Damocles e Feast of Fire, fino alle noti iper-solenni di The Phalanx, abbozzata già ai tempi di Shogun e rifinita a dovere per chiudere un top album come questo. Smaliziati riff thrash, ruvide melodie e discrete orchestrazioni si sposano alla perfezione durante la lunga composizione finale, che mette il punto definitivo e racchiude in sé quasi tutte le influenze del Drago dorato.

I drappi sventolano solitari alla fine di una dura giornata di sanguinose battaglie: cielo cremisi e applausi scroscianti per Matt K. Heafy, Paolo Gregoletto, Corey Beaulieu e Alex Bent. Falange metallica che merita, ancora una volta, una menzione d’onore e un posto fisso nella vostra scaletta di fine anno. In the Court of the Dragon è feroce e insaziabile, ed è esattamente tutto quello di cui abbiamo bisogno in questo momento.

I'm here to destroy you, I'm here to avenge / In the court of the dragon, I descend…



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
83.56 su 23 voti [ VOTA]
accio86
Venerdì 22 Ottobre 2021, 19.19.07
19
@All i was: hai colto il punto. IL miglioramento esponenziale di questa band sta, oltre all'abalità del nuovo batterista, al fatto che heafy abbia imparato finalmente a cantare
All I Was
Venerdì 22 Ottobre 2021, 3.07.05
18
@ObeYM86 Bhe, di certo In Waves segna una svolta stilistica della band veramente NETTA e perlomeno racchiunde la terza ed ultima (per ora) era della band (soprattutto IMPONENDO una visione molto più professionale per quanto riguarda il CANTO PULITO che da qui in poi non fa altro che MIGLIORARE di brutto). Inoltre è doveroso citare che quel disco è stato segnato da anni precedenti veramente difficile per la band che in quel periodo era sull'orlo dello scioglimento. L'abbandono dello storico batterista e fondatore Travis Smith e la frustrazione di essere sempre etichettati come i fighetti che hanno fatto metalcore per ragazzini ma che aveva cercato in maniera goffa di "riabilitare" il nome della band gettandosi nel mondo del thrash metal cercando di dipengersi come i "nuovi Metallica" (ci sono un botto di interviste dove Heafy spiega nel dettaglio quegli anni). In realtà il declino vero è cominciato (e per fortuna finito) con quella merda plasticosa di Silence In The Snow...disco veramente di merda se si tolgono le parti cantate. Chiaramente quest'ultimo disco è quasi un MIRACOLO DIVINO! Tuttavia se ci sono veramente dischi da rimpiangere, questi al massimo sono Silence In The Snow (una merda assoluta), Vengeance Falls (fatto con gli scarti di In Waves quindi per me abbastanza inutile) e The Crusade che è un pò "ingenuo" nel suo essere frutto della voglia dei Trivium NON di fare un disco bello e sensato ma semplicemente di buttarsi alle spalle la brutta fama che all'epoca si erano fatti poiché messi in mezzo sempre a quei fetenti dei Bullet4MyValentine o gruppi simili.
Jo-lunch
Giovedì 21 Ottobre 2021, 20.35.01
17
Questo signor Victory si vanta di essere un recensore di uno dei principali portali italiani....(leggere suo commento supponente e vanitoso del dicembre 2020 sulla recensione degli Iron Savior di Nick Bovi. ). Letto ieri e commentato da parte mia. Consiglio al signor Victory di farsi una cultura musicale "molto" approfondita, fornirsi di un buon vocabolario in lingua italiana, ed, eventualmente, riuscire ad articolare un commento decente, visto che si diverte a saltare da un sito all'altro sputando sentenze ripetitive senza senso .
ObeYM86
Giovedì 21 Ottobre 2021, 17.47.58
16
@VICTORY In Waves!?sul serio?!?quello fu l'inizio del loro declino,canzoni oscene come "Built to fall"(orrendissimo gioco di parole)e filler vari.Questo é 3 spanne sopra su tutti i livelli!
Indigo
Giovedì 21 Ottobre 2021, 17.17.11
15
Disco qualitativamente immenso: a solo un anno di distanza da quel capolavoro di What the Dead Men Say hanno regalato un altro lavoro incredibile dove heavy, thrash, metalcore e ulteriori sfaccettature sonore si esaltano a vicenda. Consapevolezza, epicità, fierezza e magniloquenza marchiano a fuoco canzoni arrangiate in modo impeccabile con un Heafy autoritario e tre musicisti spaziali. Le mie preferite sono In the Court of the Dragon, Like a Sword over Damocles e From Dawn to Decadence ma sono tutte di assoluto valore. Non saprei dire ora se mi piace di più questo o WTDMS ma come voto siamo sicuramente tra 86 e 89 per entrambi.
Davide
Giovedì 21 Ottobre 2021, 9.44.57
14
@Broken Arrow intendo dire che se voglio scream e voce pulita partendo da una base -core preferisco roba tipo i Born of Osiris oppure roba più cervellotica tipo i Vildhjarta. Sia chiaro, sono generi diversi ma vedo una matrice originaria comune che affonda le radici nel metal che è divenuto popolare a inizio anni 2000. Non è poi completamente vero che le cose più dirette non mi convincano. Per esempio l'ultimo dei Flotsam And Jetsam mi sta gasando molto più dell'ultimo dei Trivium.
Metalraw
Mercoledì 20 Ottobre 2021, 14.16.18
13
@per Victory: Francamente seguo i Trivium da Ember to Inferno, considerando che l’heavy metal fa parte del mio mondo almeno dal 1989. Per cui sentenziare scrivendo insensatezze non ha alcun senso logico , e ci fai una figura barbina. 86 semplicemente perche’ , insieme ad Acendancy e Shogun e’ il loro lavoro migliore. Prima di scrivere idiozie come “non ha mai ascoltato i Trivium” proviamo a usare la testa, pensando forse che chi scrive da anni e anni la sa un po’ piu’ lunga in materia e , specialmente, non ragiona da mero fanboy.
enrico86
Mercoledì 20 Ottobre 2021, 11.38.18
12
con il disco bianco avrei giurato che ormai i trivium avessero finito la benzina...incredibile che da li in avanti abbiano fatto solo dischi clamorosi, compreso questo ovviamente
VICTORY
Mercoledì 20 Ottobre 2021, 10.13.43
11
bel disco. ma dare 86 a questo disco vuol dire che chi ha fatto la "recensione" era la prima volta che ascoltava i Trivium. Siamo sul 75 abbondante ma onestamente lontani da capolavori come Shogun, in Waves o lo stesso What the dead man say
Broken Arrow
Martedì 19 Ottobre 2021, 23.37.37
10
@davide: scusa, non è una domanda assolutamente polemica, sono solo curioso, cosa intendi con "cosi poco ricercate"?
Davide
Martedì 19 Ottobre 2021, 13.54.38
9
Disco solido che mi è piaciuto nei primi due ascolti e poi è sceso drasticamente. Forse sono io che non apprezzo più sonorità così poco ricercate. What The Dead Man Say mi era piaciuto molto di più.
Galilee
Martedì 19 Ottobre 2021, 12.40.01
8
Interessante, visto che ai tempi apprezzai Shogun potrei dedicargli almeno un ascolto per sentire com'è.
Broken Arrow
Martedì 19 Ottobre 2021, 12.24.37
7
La ripresa definitiva. Il miglior disco da Shogun, album spettacolare.
Vittorio
Martedì 19 Ottobre 2021, 9.44.36
6
Questo disco credo stia alla loro discografia come The Blackening stia a quella dei Machine Head.
velvetanubi
Martedì 19 Ottobre 2021, 2.04.16
5
bah, io continuo a vederla sempre un po in controtendenza, sicuramente le parti vocali dopo il pessimo esperimento di silence in the snow sono cresciute sia come qualità che in agressvità però le parti di chitarra mi sembrano veramente poco ispirate e sopratutto poco omogenee, un mix di generi che a me personalmente non piace molto, continuo a pensare che siano altri i loro lavori migliori
Halo
Martedì 19 Ottobre 2021, 0.03.28
4
Sono allibito, ci sono riusciti ancora. Da TSATS la qualità dei dischi è impennata vertiginosamente. Qui si attinge a piene mani da tutti i sottogeneri dell’heavy metal e il mix è vincente. L’unica stonatura per me è il singolo feast Of fire, che poco ha da spartire con le atmosfere altezzose e solenni tipiche degli altri brani del disco. Mi godo questo gioiello nella speranza di vederli a milano già il mese prossimo (covid e restrizioni permettendo)
All I Was
Lunedì 18 Ottobre 2021, 22.28.23
3
Forse uno dei dischi MIGLIORI dei Trivium o cmq il migliore per rappresentare le tre fasi più importanti della band sommate insieme: ((1)) Fase metalcore dei primi 2 dischi riscontrabile in A Crisis of Revelation visto che il riff e la struttura della canzone è uguale a quello di Ascendancy ma il post-solo ha sonorità MOLTO Shoguniane che ne determinano un valore aggiunto ((2)) Fase Shogun riscontrabile in TUTTO il disco, in particolare in The Phalanx e nell'intro pulito di The Shadow of the Abattoir ((3)) Fase In Waves riscontrabile soprattutto nella traccia di apertura. Nelle altre canzoni c'è molto l'influenza dei precedenti 2 dischi e la potenza della loro discografia si mischia in maniera MOLTO omogenea, dando spazio a tutte le sfumature che i Trivium sono stati in grado di offrirci in questi anni. Tuttavia, non pensavo riuscissero a riesumare in maniera così OTTIMALE la grandiosità dell'era Shogun ma in questo disco, diversamente dei precedenti più indirizzati ad un suond più lineare con mercato attuale, si riscontra proprio "l'EPICITA'" del concept meraviglioso che è alla base del disco più bello dei Trivium: Shogun appunto. Nei precedenti dischi avevano provato anche a tirare fuori qualche chicca (tipo il post-solo Shoguniano in Betrayer), me erano perlopiù piccole citazioni...in questo disco almeno un pezzo (The Phalanx) è Shogun al 100%. Sono rimasto di stucco onestamente...pensavo fossero una band ormai finita ed invece hanno tirato fuori una BOMBA ATOMICA!
Shock
Lunedì 18 Ottobre 2021, 19.15.09
2
Uhm, capolavoro no, quello era Shogun, ma di sicuro il loro migliore da quello di sicuro: una canzone come Like a Sword Over Damocles è quasi perfezione allo stato puro. Da un po' di dischi hanno trovato la loro dimensione ottimale, probabilmente dovuta ad una formazione finalmente stabile, che gli ha consentito di affinare il songwriting. Ottimo!!.
Graziano
Lunedì 18 Ottobre 2021, 18.56.33
1
Forse il loro capolavoro assieme ad Ember to Inferno, uno degli album più sottovalutati della storia.....
INFORMAZIONI
2021
Roadrunner Records
Heavy
Tracklist
1. X
2. In the Court of the Dragon
3. Like a Sword Over Damocles
4. Feast of Fire
5. A Crisis of Revelation
6. The Shadow of the Abattoir
7. No Way Back Just Through
8. Fall into Your Hands
09. From Dawn to Decadence
10. The Phalanx
Line Up
Matthew Kiichi Heafy (Voce, Chitarra)
Corey Beaulieu (Chitarra)
Paolo Gregoletto (Basso, Voce)
Alex Bent (Batteria)
 
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