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Styx - Crash of the Crown
20/10/2021
( 554 letture )
Giunti al rimarchevole traguardo del diciassettesimo studio album, e del cinquantesimo anno di attività nel music business (sì, non ci sono errori: sono proprio 50 anni!), gli Styx sono fra i più significativi esponenti della “via americana al prog rock”, insieme ai pressoché coetanei Kansas. Cosa intendo con la definizione “via americana al progressive”? Presto detto. Mentre le grandi prog band inglesi, ed europee in generale, hanno sovente messo il lato avanguardista, tecnico e visionario in anteprima – e per questo hanno sempre, o quasi, privilegiato le lunghe suite, i brani dilatati e psichedelici, le digressioni strumentali ipertecniche, spesso a scapito della fruibilità delle loro proposte musicali – le band americane hanno sempre avuto una matrice di fondo incentrata sui gusti del pubblico, cui non hanno mai fatto mancare melodie accattivanti e “facili” da assimilare anche al primo ascolto, e una strutturazione dei brani e degli arrangiamenti prettamente destinata ad una loro efficace riproposizione dal vivo.
Non a caso, il periodo di massimo successo di queste formazioni si colloca proprio negli anni del cosiddetto “arena rock” (indicativamente dalla metà degli anni ’70 alla metà del decennio successivo), ossia gli anni del rock destinato, e portato al successo, nelle grandi arene, di fronte a pubblico numeroso e caloroso, parimenti pronto a decretare il successo dei brani anche nei numerosi e ripetuti passaggi radiofonici.
Questa “fusione fredda” fra due generi apparentemente in antitesi fra di loro, la ricercatezza e la complessità del progressive e l’immediatezza e la semplicità del rock “da stadio”, è sempre stata patrimonio comune delle prog-rock band di stampo USA; e proprio questa dicotomia è stata, negli anni la loro “croce e delizia”. Se infatti nei momenti commercialmente migliori e più riusciti a livello compositivo queste band hanno saputo realizzare capolavori in perfetto equilibrio fra purezza delle melodie e complessità e varietà degli arrangiamenti, conquistando sia le grandi masse sia gli intenditori più ricercati, quando le cose sono andate meno bene hanno prodotto album che sono rimasti a metà fra i due generi, finendo per essere trascurati sia dagli “integralisti del prog” (perché troppo “banali”) sia dagli appassionati del rock radiofonico (perché troppo “complessi”).

A tale sorte non sono sfuggiti nemmeno gli Styx, che dopo il decennio di fulgore dal 1975 al 1984 hanno ben presto visto scemare la loro popolarità, e non si sono risparmiati i canonici litigi interni con relative separazioni da alcuni membri storici (il chitarrista e cantante Tommy Shaw prima, uscito nel 1984 e poi rientrato nel 1995, il cantante e tastierista, e fondatore, Dennis DeYoung nel 1999, per citare i più clamorosi).
Ricostruito faticosamente un nucleo stabile all’inizio del nuovo millennio, i nostri hanno passato diversi anni a girare per gli Stati Uniti in tour, prima di pubblicare il primo album di inediti dopo quasi 15 anni nel 2017 con The Mission.

Il qui presente Crash Of The Crown costituisce il nuovo capitolo di inediti per questa storica band, ed è strutturato come un unico flusso musicale suddiviso in quindici tracce, delle quali alcune sono semplici e brevi interludi che servono a legare fra di loro le canzoni, in piena tradizione prog. L’album presenta un’atmosfera comune, così da indirizzare il potenziale ascoltatore verso un’assimilazione del disco nella sua interezza. Tuttavia – la “matrice americana”, si diceva – esso è composto da brani riconoscibili e memorizzabili singolarmente, e si svolge attraverso capitoli piuttosto brevi nel minutaggio (4 minuti al massimo); una scelta che differenzia la band dai rappresentanti del nuovo e vecchio progressive, che sovente amano dilatare le canzoni aggiungendo parti strumentali e virtuosismi. Gli Styx prediligono un approccio più diretto e immediato, ma non semplicistico, puntando sulla qualità degli arrangiamenti, costruendo le canzoni intorno a melodie e cori il più possibile orecchiabili, ma lasciando spazio, quando possibile, a rifiniture strumentali o a variazioni ritmiche inattese (rimarchevole il lavoro della sezione ritmica composta dal veterano Ricky Phillips al basso, sostituito in alcuni brani dal membro fondatore Chuck Panozzo, e dal pirotecnico batterista Todd Sucherman).
Anche le scelte di produzione mostrano una doppia chiave di lettura: se da una parte il disco è permeato di suoni e arrangiamenti tipicamente debitori verso il prog e il rock dei ’70 (le sonorità delle chitarre, l’importanza dell’organo Hammond e delle tastiere, gli splendidi intrecci vocali chiaramente debitori della lezione dei Queen), d’altra parte lo stesso album presenta un impatto sonoro e una potenza di esecuzione che chiaramente sono figli dei tempi attuali, in particolar modo per quanto concerne la sezione ritmica.

Già sul mercato da alcuni mesi, Crash Of The Crown ha avuto critiche entusiastiche pressoché unanimi nel sottolinearne i pregi e le doti sia a livello compositivo sia a livello esecutivo, mostrando una band in forma che non ha paura di proporre un album complesso, articolato, molto ben suonato ed arrangiato. Personalmente, mi associo volentieri agli elogi espressi, e non è difficile rimarcare come, quando l’ispirazione è ai massimi livelli, questo disco riesca a produrre brani davvero notevoli quali Hold Back The Darkness, Common Ground o la title-track.
Tuttavia in egual modo è corretto segnalare come questo album rimanga, in altri momenti meno riusciti, pericolosamente sospeso fra la ricerca sonora di matrice prog e la volontà di conquistare il pubblico con melodie immediate e arrangiamenti ariosi, correndo il rischio di mancare entrambi gli obiettivi.
Fortunatamente l’esperienza è venuta in soccorso degli Styx, consigliando loro – giustamente – di non strafare con il minutaggio dei brani: la scelta di non dilatare a dismisura la lunghezza degli stessi è vincente, e la bravura strumentale ed esecutiva dei nostri rende godibili anche quei pezzi dove l’ispirazione non è ai massimi livelli. Ciò non toglie che un paio di brani in meno, o più essenziali, avrebbero probabilmente giovato alla fruizione complessiva del disco.

Ci troviamo di fronte quindi ad un lavoro indubbiamente complesso ed articolato, ma che nello stesso tempo vuole essere “facile” e accessibile; che potrebbe piacere ad un fan dei Journey così come ad uno degli Yes o dei Genesis d’annata ma anche non convincere appieno nessuno dei due; e che (per gli stessi motivi) potrebbe essere acclamato come un capolavoro così come finire nel dimenticatoio dopo pochi mesi.
In ogni caso, un lavoro di grande classe composto e realizzato da musicisti sopraffini; se ne avete la possibilità, dategli un ascolto attento ed approfondito: quale che sia il vostro giudizio, è indubbio che non sono molti, nel 2021, a suonare così.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
82.25 su 4 voti [ VOTA]
Sandro70
Domenica 14 Novembre 2021, 17.52.37
7
Album di una classe immensa, complesso ma fruibile e ai livelli dei loro grandi classici . Un esempio è la canzone Our Wonderful Lives , talmente bella da lasciare senza parole.
Adrian Smith
Giovedì 21 Ottobre 2021, 17.09.11
6
Graditissimo ritorno. Per me lavoro da 80. Classe.
Aceshigh
Giovedì 21 Ottobre 2021, 9.28.05
5
Per me un ritorno decisamente di alto livello, anche migliore del precedente The Mission (lavoro già ottimo). Brani brevi certo, che potrebbero far pensare alla scelta di proporre qualcosa di immediato e accessibile (o semplice), ma la chiave di lettura per me è quella di considerarli tutti parte di una sorta di lunga suite di oltre 40 minuti e non a se stanti. È un album da ascoltare in blocco, dall’inizio alla fine. Sorvolo sulle capacità e la classe dei musicisti, già dimostrate ripetutamente in decenni di attività. A mio avviso album tranquillamente da 85.
Ovest
Mercoledì 20 Ottobre 2021, 22.30.17
4
Recensione letta con piacere. Grazie
Sabbracadabra
Mercoledì 20 Ottobre 2021, 14.03.28
3
Sono un grande fan degli Styx (ho tutti i dischi),ma devo dire che questo disco mi è piaciuto poco, troppo semplice e "leggero", manca quella durezza mista all'innato gusto melodico che ha sempre caratterizzato la band. Meglio gli ultimi 2 CD di Dennis DeYoung (specialmente il primo).
Galilee
Mercoledì 20 Ottobre 2021, 13.17.58
2
Ho sentito un paio di pezzi. Ottimi, devo recuperarlo.
Fabio
Mercoledì 20 Ottobre 2021, 12.12.43
1
Profondità di stile e suoni vintage per un grande album, alzo il voto ad 80, per me quest anno inferiore solo, come già detto, ai superbi Touch
INFORMAZIONI
2021
Universal Music
Hard Rock
Tracklist
01. The Fight of Our Lives
02. A Monster
03. Reveries
04. Hold Back The Darkness
05. Save Us From Ourselves
06. Crash Of The Crown
07. Our Wonderful Lives
08. Common Ground
09. Sound the Alarm
10. Long Live the King
11. Lost At Sea
12. Coming Out the Other Side
13. To Those
14. Another Farewell
15. Stream
Line Up
Lawrence Gowan (Voce e Tastiere)
James “JY” Young (Voce e Chitarra)
Tommy Shaw (Voce e Chitarra)
Ricky Phillips (Basso e Cori)
Chuck Panozzo (Basso e Cori)
Todd Sucherman (Batteria)
 
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