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Kylesa - Time Will Fuse It`s Worth (Reissue)
30/11/2021
( 600 letture )
Erano gli anni Novanta e un giovane Philip Cope dominava la scena underground di Savannah, sia come musicista che come organizzatore di concerti ed eventi. Ora, Savannah non è proprio New York e i suoi centotrentamila abitanti sono poca roba rapportati ai milioni delle metropoli statunitensi. Ma Cope sa il fatto suo e riesce comunque a costruirsi un seguito non male, prima con gruppi hardcore punk e poi fondando i Damad. Il gruppo darà alle stampe due album sul finale della decade e poi, con l’avvento del nuovo millennio, arriverà inaspettata una grande novità: una studentessa del College di Arte e Design proveniente dal Nord Carolina, Laura Pleasants, si unirà al gruppo e il suo arrivo sarà tanto importante che gli altri riterranno opportuno a questo punto cambiare nome e chiamarsi Kylesa, rifacendosi al termine kilesa mara, di origine buddista, che indica stati mentali negativi che offuscano la mente e producono azioni negative. Il gruppo incontrerà subito delle difficoltà, con la morte del primo bassista, Brian Duke, per quello che sarà solo il primo dei numerosi cambi di formazione che ruoteranno d’ora in poi, lasciando i soli Cope e Pleasants costantemente alla guida della band. I primi due album, Kylesa (2002) e To Walk a Middle Course sono generalmente considerati un buon rodaggio, con il gruppo a percorrere la strada dello sludge metal in maniera convinta e con un apparato lirico già di buon livello. Dopo il secondo disco, anche il secondo batterista, Brandon Baltzley lascerà la band e questo porterà a un cambiamento che avrà ripercussioni notevoli sul proseguo della carriera dei Kylesa.

L’idea infatti non sarà semplicemente quella di sostituire un batterista con un altro ma, seguendo una pregiata tradizione del southern rock e della Allman Brothers Band in particolare, i batteristi saranno due, il che avrà un fortissimo impatto sulla potenza delle esibizioni live del gruppo, ma porterà con se anche altre evidenti implicazioni. La più evidente sarà l’introduzione di partiture ben più complesse e ricche di riferimenti tribali e percussive, che andranno ad alimentare a loro volta un progressivo distaccamento dalle basi puramente sludge della band, introducendo un approccio che diventerà via via maggioritario, con influenze sempre più ampie di psichedelia, southern rock, noise, ambient e qualunque cosa potesse interessare il gruppo, che vanno a innestarsi in maniera in realtà piuttosto naturale sulle iniziali influenze hardcore e doom. Il primo passaggio di questo percorso sarà quindi il terzo album, Time Will Fuse It’s Worth, uscito originariamente nel 2006 e oggi ristampato dalla meritoria Heavy Psych Sounds Records in vinile, che ci permette di riassaporare questo ormai lontano quanto seminale disco, che ha segnato una tappa importante nell’evoluzione del genere.
Il merito dei Kylesa è infatti quello di aver ottenuto un sound personale e immediatamente riconoscibile e di aver poi lavorato anno dopo anno alla sua naturale evoluzione, fino a quando Exhausting Fire del 2015 ha mostrato il limite stesso di questo percorso, portando all’ibernazione della band, che ha di fatto cessato di esistere dall’aprile del 2016. Una scelta che tutto sommato conferma l’integrità del gruppo della Georgia, non interessato a vivere di rendita o producendo dischi di cui non sarebbero stati orgogliosi. Ma torniamo quindi al 2006, a dieci anni prima lo scioglimento e a Time Will Fuse It’s Worth. Il disco si apre con un Intro tribale nel quale i due batteristi già ci dicono che qualcosa è cambiato e che le novità erano solo iniziate. What Becomes an End ci accoglie con uno schiaffo in faccia e la dilaniata voce di Laura Pleasants che ci conduce in un riff indiavolato, che rallenta poi progressivamente per il bridge, nel quale è invece Philip Cope a farsi avanti per un brano che già in partenza ci racconta di evoluzione grazie a una gragnuola ritmica di sottofondo, rumorismi vari, riff taglienti come lame arrugginite e una sporcizia di fondo non certo casuale, come non casuale l’alternanza delle voci a sottolineare i vari passaggi di dinamica, che ci conducono addirittura a un assolo, sorretto dall’enorme basso di Barhorst, con una nuova accelerazione conclusiva. Dopo la prima mazzata, ecco una nuova intro atmosferica che sfocia in un turbinio di schiaffi per Hollow Severer, la cui ritmica potrebbe rimandare a Chaos A.D. o Roots, non fosse per l’evidente matrice hardcore del cantato e per i curiosi intermezzi diciamo “solistici”, con ancora Laura Pleasants che si devasta le corde vocali per poi lasciare spazio a una ritmica decisamente più rilassata e psichedelica, che conosce un ritorno di tensione sul finale con di nuovo l’alternanza tra i due cantanti. Se fin qui le cose tutto sommato risultano destabilizzanti, ma ancora in linea con le aspettative per un gruppo sludge, la successiva Where the Horizons Unfolds, con la sua introduzione atmosferica di basso e batteria cambia decisamente le carte in tavola, almeno finché non esplode il riff alla Mastodon della prima era che conduce al cantato alternato dei due band leader e un brano che ancora fa dell’alternanza dinamica e della spigolosità il suo centro ritmico e melodico. Un approccio che ritroviamo anche nella oscura e seguente Between Silence and Sound, carica di rumoristica e nefasti presagi che conducono a un riff quasi doom. E’ ancora Laura a prendere il proscenio e condurre un brano potente e oscuro, probabilmente il migliore del disco, con Cope che, novello Lee Dorrian, interviene sul finale. Continuano a farsi notare le influenze diverse nei brani, con Intermission che di nuovo lascia spazio ai due batteristi e alle loro evoluzioni tribali, che ritroveremo anche in Outro. Tempo invece per le tre tracce più pesanti e aggressive del disco, messe una dietro l’altra e in ordine crescente di durata, con l’intro rumorista di Identity Defined, che apre a un nuovo riffing carico di groove e di scambi di dinamica tra accelerazioni assassine e scambi di growl. Alcune note di piano ci conducono a Ignoring Anger, ma è solo un breve refolo di calma prima che la tempesta si scateni di nuovo, tra assalti di basso e batteria e tagli dolorosissimi di chitarra e gli ormai consueti scambi vocali laceranti. Da notare come i Kylesa comunque introducano una parte centrale strumentale del tutto particolare che conferma la vocazione del gruppo a giocare con la dinamica, facendo cambiare continuamente pelle ai brani. Ultima traccia vera e propria, The Warning si apre con qualche nota di tastiera e un passaggio quasi ambient, con poche note spazzate via dall’ingresso del brano, nuovamente iperaggressivo e rabbioso (stavolta è Cope a condurre), per poi trovare una nuova accelerazione e un nuovo break svitacollo, fino al riff doom sul quale si spiega il growl di Laura. La canzone diventa così un perfetto sunto del disco, presentandone tutti gli aspetti essenziali, come anche le peculiarità sonore e le diverse influenze.

Come si sarà intuito, la progressione sonora dei Kylesa non passa attraverso un ammorbidimento del sound propriamente detto. Time Will Fuse It’s Worth è un disco urticante, una vera sberla in faccia, con i due cantanti che fanno a gara a scartavetrare la propria gola e la sezione ritmica che accelera e decelera continuamente, creando brani schizofrenici, nei quali le chitarre imbastiscono riff su riff, rumoristica varia e perfino qualche tentativo di assolo. Il tutto potrebbe risultare indigesto a molti, anche se un certo senso della melodia non manca e ci siano ritornelli anche facilmente identificabili. Il punto resta però che la contaminazione entrante crea quasi disorientamento, invece di facilitare l’ascolto, andando a far abbassare la guardia all’ascoltatore, che poi viene inesorabilmente aggredito subito dopo. Il terzo disco della band di Savannah è quindi il primo vero passo verso un qualcosa di nuovo e diverso per il genere sludge, che già andava conoscendo le sperimentazioni di Mastodon e Baroness e che troverà nel gruppo della Georgia una ulteriore strada, inizialmente più fedele alle radici hardcore del genere e poi progressivamente più rivolta alla sperimentazione. Non si parla di un capolavoro, in questo caso, ma a distanza di quindici anni l’album non ha perso la propria carica e la propria originalità e questo ne testimonia la profondità di visione e la riuscita combinazione di elementi tra loro apparentemente contrastanti.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
72.33 su 3 voti [ VOTA]
El Faffo
Martedì 30 Novembre 2021, 12.58.52
1
Grande band e Gran disco. 80 lo trovo avaro, pur rendendomi conto Della Mia prospettiva da fan
INFORMAZIONI
2021
Heavy Psych Sounds Records
Sludge
Tracklist
1. Intro
2. What Becomes an End
3. Hollow Severer
4. Where the Horizon Unfolds
5. Between Silence and Sound
6. Intermission
7. Identity Defined
8. Ignoring Anger
9. The Warning
10. Outro
Line Up
Philip Cope (Voce, Chitarra, Campionamenti)
Laura Pleasants (Voce, Chitarra)
Corey Barhorst (Basso, Cori)
Jeff Porter (Batteria)
Carl McGinley (Batteria, Percussioni, Tastiera, Campionamenti)
 
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