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The Maledict - Remembrance
02/12/2021
( 1464 letture )
I The Maledict vengono da Victoria, in Australia, allargando la cerchia di quelle band che stanno portando linfa alla scena doom oceanica, come Cryptal Darkness o Mournful Congregation. La line up prevede Ian McClean gestire voce e chitarra in veste di frontman, Stuart Henry all’altra chitarra, Stuart McCarthy al basso, Cameron Tilley alla tastiera, che si rivelerà essere più un pianoforte, e Karl Freitag alla batteria. Nonostante il nome che farebbe pensare ad una band pseudo gothic metal, di quelle che andavano tanto in voga circa un decennio fa, il genere che viene trattato dai The Maledict invece è un death doom di stampo britannico. Il patto di sangue avviene principalmente con My Dying Bride e Anathema, ma mentre nel primo caso può essere indicativo suggerire il periodo tra Turn Loose the Swans e The Dreadful Hours, nel secondo è scontato che ci si riferisce ai primi chiaramente, non serve neanche specificarlo. Non sono però da omettere tra le influenze anche forti tinte oscure che richiamano al black sinfonico di fine anni novanta. Sono attivi dal 2012 e, nonostante non siano ancora arrivati alla decade di attività, possono già vantare una serie di creazioni alle spalle. Già appena formati pubblicano il primo demo intitolato Salvation in Yielding, seguito l’anno successivo dal singolo Frozen, che anticipa il loro primo full lenght ufficialeDread. Quattro anni dopo esce il secondo Return to Gehenna, fino alla pubblicazione attuale di Remembrance, uscito anch’esso sotto etichetta indipendente. Il concept trattato riguarda il contraltare tra il bambino felice e l’adulto disilluso, in particolare la consapevolezza che l’innocenza dell’infanzia esiste solo grazie al travaglio di cui si fanno carico i genitori per proteggere il figlio, cercando in tutti i modi di tenerlo all’oscuro dallo stesso abisso che sono costretti a fissare ogni giorno. Ciò stando a quanto dicono i membri della band, ma tutto sembra confermato anche dalla cover bella in mostra, con l’infante posto in una stanza imponente, di fronte a due massicce statue di pietra che simboleggiano i tutori.

E' proprio la title track ad introdurci nella dimensione tenebrosa dell’album, con un lungo giro iniziale di piano, al quale fa seguito con un’esplosione ruggente l’irruzione di tutta la sezione ritmica. Si avvertono fin da subito dei martellamenti ritmici che ricordano molto il symphonic black, specialmente se ci riferiamo ai territori norvegesi. Non manca nemmeno lo scream, anche se la parte principale viene riservata al cantato in pulito. L’atmosfera è magniloquente e ammantata da un risvolto drammatico, dove trovano terreno favorevole le incursioni chitarristiche e il dialogo tra le voci, con un harsh che fa eco nuovamente ai Dimmu Borgir. Altro momento fondamentale è il lungo segmento centrale, a partire dal breve ma frenetico assolo, seguito da un altro break luciferino che culmina con un altro passaggio ritmico folgorante. In chiusura tornano in auge i riff chitarristici che si incastrano perfettamente tra loro e il martellamento continuo della batteria che ci conduce al finale, un pò Spellbound (By the Devil) e un pò Serpentine Offering. Dolor Nil Finis sotto certi aspetti riprende il percorso inaugurato dall’opener, pur differenziandosi per alcuni elementi sostanziali. Uno di questi è ad esempio un prologo più lungo, che arriva quasi a tre minuti, oltre all’utilizzo ricorrente di chitarre zanzarose e di una voce femminile. Dopo un incipit da chitarre a singhiozzo, seguito da un blocco principale furioso che procede ad ondate, arriva il momento di una parentesi decadente, scandita da una tastiera che scende come pioggia, antitesi di uno sfogo finale da brividi. Forever Adrift è la traccia più eclettica, se così possiamo dire, dal momento che inserisce al suo interno anche parecchi elementi nuovi ed apparetemente estranei alla proposta dei nostri. Lo si capisce fin da subito, quando ad introdurre il brano subentra il violino al posto del consueto pianoforte, ma non ci si ferma qui. A dominare il resto dell’incipit è un’atmosfera quasi western, dovuta ad incursioni verso il country rock, ma non mancano anche elementi sperimentali e progressive. The Maledict si divide in due parti per una durata complessiva di oltre quattordici minuti. Considerando il fatto che ad essa viene dedicata ben due episodi della tracklist, oltre al fatto che scelgono di attribuirle lo stesso titolo del monicker, possiamo presupporre che puntino forte sulla traccia. Non ci si sbaglia più di tanto perchè parte subito forte, con un’introduzione rabbiosa e chitarre all’arrembaggio, districandosi oltre i pattern di batteria. Oltre a questo, una volta terminata la prima grande carica sulfurea, con le urla indiavolate e la sezione ritmica battagliera, trovano il modo di ritagliarsi il proprio spazio con hook ossessivi e penetranti. Sempre le sei corde si distinguono in un lungo duello che hanno il compito di intervallarsi a due spianate travolgenti, dove più che in ogni altra parte dell’album si può parlare di death metal. L’intera traccia in sè, però, è anche il manifesto di come la catalogazione di death/doom per la band vada presa con un fondo di validità, ma non estesa nella sua accezione più totale, dal momento che si assiste al dipanarsi dei più svariati stilemi e cambi di tempo. Il brano termina in un climax di tumulto opprimente, causato da una devastazione sonora che si è protratta per quasi tutto il quarto d’ora. Porous invece ha come prologo una lunga costruzione ritmica, con accavallarsi di pattern percussivi che non disdegnano l’utilizzo del groove. La voce ci accompagna per un minuto abbondante, prima che lo scream lacerante faccia nuovamente capolino, e con lui la raffica tempestosa di blast beat. Dopo un lungo exploit di fomento dove si sollevano metri di polvere e zolfo, giunge una pausa dove il sound si fa più dilatato, con un’atmosfera onirica, prima che la sezione ritmica torni a ricompattarsi per la spianata finale.
La chiusura dell’album è affidata all’accoppiata The River Ophidian e Skies of Static, che rappresentano la facciata più malinconica della band. La prima in particolare, con un lungo prologo narrato da una voce rassegnata, alla quale fa da eco un sottofondo deprimente di tastiera. Si assiste poi ad un proseguo dove la musica si fa più fluida, predomina l’utilizzo di synth e passagi astratti, con il tichettare di sottofondo che sembra scandire il nostro passaggio verso una dimensione sognante. Questo almeno è quello che costituisce la prima metà della traccia, perchè nei restanti sei minuti si assiste ad un lungo segmento strumentale, che potrebbe inizialmente apparire come una jam session, soprattutto in una fase particolare dove viene demineralizzato tutto il comparto ritmico, lasciando l’ossatura del brano esclusivamente al basso. Tuttavia non bisognerà aspettare troppo per l’accensione della fiamma, con una breve sfuriata nel finale, prima che venga riconsegnato tutto all’oblio e al freddo vuoto senza fine. La seconda prosegue imperterrita la precedente Porous, che era terminata nel segno della rabbia pura. Il risentimento che si avverte nella traccia è manifesto del tema centrale, che ha portato i The Maledict a riflettere sul totale assorbimento della società da parte del mondo virtuale, con i volti delle persone focalizzati sugli schermi piuttosto che sulla realtà circostante. Sono da segnalare particolarmente la prestazione vocale e l’apporto delle chitarre, roboanti quando c’è da bastonare durante i blast beat, ma anche determinanti nell’esecuzione delle parti più melodiche.

L’ultima fatica dei The Maledict si regge sulla costruzione imponente dei brani, rafforazata da una base solida e da passaggi articolati ma senza essere troppo intricati, il che rende l’ascolto immediato e di facile assimilazione. Anche i momenti più astratti ed eterei non si ha mai l’impressione che siano scollegati tra loro, mantenendo comunque una linea guida che li tiene perfettamente legati nell’insieme della composizione. Ciò si rivela lungo tutta la durata del disco, che presenta otto tracce una più valida dell’altra e non mostra segni di cedimento, pertanto lo possiamo annoverare senza timore di smentita tra le migliori uscite dell’anno per quanto riguarda il genere, fiduciosi di attendere cosa ci porterà nel futuro prossimo il combo oceanico.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
LUCIO 77
Giovedì 23 Dicembre 2021, 22.37.30
1
Album che, nonostante la durata, si mantiene su un livello di intensità più che buona.. Melodie accattivanti e parti veloci, creano una miscela molto godibile.. Bella scoperta!
INFORMAZIONI
2021
Autoprodotto
Death / Doom
Tracklist
1. Remembrance
2. Dolor Nil Finis
3. Forever Adrift
4. The Maledict
5. The Maledict II
6. Porous
7. Skies of Static
8. The River Ophidian
Line Up
Ian McClean (Chitarra, Voce)
Stuart Henry (Chitarra)
Cameron Tilley (Tastiera, Chitarra su traccia 7)
Stuart McCarthy (Basso)
Karl Freitag (Batteria)
 
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