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Boris - Heavy Rocks
22/08/2022
( 1236 letture )
Non c’è nulla da fare: i Boris o li si ama o li si odia, qui potrebbe finire l’inizio di qualunque recensione dedicata ad un disco dei tre pazzi giapponesi. Forti di una discografia abnorme e capaci di spaziare tra i generi con una nonchalance invidiabile Wata, Takeshi e Atsuo hanno saputo creare intorno alla propria musica un culto incredibile che ormai è assodato ben al di fuori dei confini del Sol Levante. Limitandoci all’anno in corso le release ufficiali del gruppo risultano due, compresa questa di cui ci occupiamo oggi, ma in realtà basta dare uno sguardo all’aggiornatissima pagina di Bandcamp della band per scoprire che le pubblicazioni sono ben di più: partendo da W – primo disco dei giapponesi su Sacred Bones Records, caratterizzato da sonorità ambient-gaze sbilanciate sull’elettronica – pubblicato a gennaio, si passa attraverso tre interessanti Ep – 1985, Kanau (un re-master del lungo brano omonimo del 1999 accompagnato da una versione live) e Tears – un singolo in 12” – che contiene la storica Boris, cover dei Melvins da cui la band prende il proprio nome – e un album composto in ottetto con i compaesani Endon intitolato Eros, da recuperare per gli amanti del noise più intransigente anche solo per ascoltare l’impensabile cover di Painkiller dei Judas Priest. Ecco che infine si giunge a metà agosto con il nuovo Heavy Rocks, terzo disco con questo titolo che segue il primo del 2002 ed il secondo del 2011, mostrando dunque una regolarità quasi matematica tra questo tipo di pubblicazioni. L’etichetta ora è la solita Relapse Records e già questo può dare buone indicazioni su come suona l’album. La missione dei Boris con la serie Heavy Rocks è infatti quella di reinterpretare l’hard rock anni ’70 e il proto-metal conseguente, ma la visione particolarissima dei giapponesi fa sì che questa base di partenza prenda poi delle direzioni quasi totalmente imprevedibili.

Quel che è certo è che il disco si pone su un piano nettamente diverso rispetto a W ed anche rispetto alle altre pubblicazioni elencate nel paragrafo precedente e segue la scia dei precedenti album omonimi recuperando qualche suggestione anche da lavori come il seminale Amplifier Worship (1998) e dal più recente NO (2020). A differenza delle copertine monocromatiche – la prima arancione, la seconda viola – dei precedenti Heavy Rocks, l’album del 2022 si fa immediatamente notare per una copertina leopardata lontanissima dall’immaginario classico dei tre giapponesi, ma intrigante abbastanza da far schiacciare con curiosità il tasto play. E alla fine del primo ascolto non sorprende affatto una scelta così kitsch, dal momento che il disco, pur districandosi tra influenze diverse, punta decisamente su una reinterpretazione personalissima del glam rock a tinte metal, distruggendolo senza remore sotto tonnellate di distorsioni sparate a volumi intollerabili. Si percepisce subito l’impronta dei Motörhead più sfrontati, imbastardita da batterie d’ispirazione d-beat – la velocissima Ruins parla chiaro in questo senso – ed accelerazioni punk, ma non mancano momenti in puro stile Boris, tra harsh noise e jazz-core. L’iniziale She is Burning ad esempio si apre con un riff rock’n’roll suonato con fuzz acidissimi e irruenza hardcore, ma ben presto si inserisce un sax impazzito che si prende il suo spazio con un assolo free jazz mentre la sezione ritmica continua a macinare imbizzarrita senza rallentare un istante. Le chitarre vanno quasi per conto loro, ma la band riesce sempre a trovare la quadra per chiudere il brano e ricondurlo su binari non troppo lontani dalla forma canzone. Sul finale i suoni si inspessiscono ancora di più e la chitarra di Wata prende il posto del sax con sezioni lead allucinate che solo questo gruppo è capace di scrivere. La potenza delle chitarre viene messa in primo piano praticamente in ogni brano ed è questa la più grande differenza tra Heavy Rocks e W, che sicuramente farà la gioia di chi apprezza maggiormente la band quando essa è impegnata in territori hard/stoner. Sono comunque i momenti più fuori dagli schemi che richiamano l’attenzione e si potrebbe citare subito Blah Blah Blah, che inizia con il sax e poi si abbandona a cascate di riverberi simil-shoegaze dove Takeshi alterna urla belluine ad un ritornello fortemente melodico. Nella seconda parte tornano le distorsioni che anticipano un finale ancora all’insegna del free jazz zorniano, utile per introdurre Question 1, primo vero momento noise rock del disco capace di stordire grazie a feedback lancinanti modulati con sapienza dalla maga degli effetti Wata. C’è spazio pure per lo sludge metal e il growl di Takeshi, che pure in questo caso fungono da anticipazioni per il brano successivo Nosferatou. Qui le ispirazioni sono più “classiche” ed anche il brano in sé procede in maniera più prevedibile, ma ciononostante il basso strisciante e l’effettistica elettronica rendono altamente suggestivo uno dei pezzi più notevoli del disco. Superato anche il powerviolence di Ghostly Imagination – il momento più lancinante in scaletta – si arriva alla più lunga (Not) Last Song, introdotta da un pianoforte sommesso che accoglie la voce stavolta lamentosa di Takeshi, la quale narra di una tragica fine di un amore utilizzando la metafora di una canzone che non vuole mai finire. Gli strumenti elettrici rimangono sul fondo, con le chitarre ambient/drone che serpeggiano inquiete prima che il brano si concluda con un taglio netto che inizialmente lascia sbigottiti.

Dopo l’ascolto reiterato di Heavy Rocks negli ultimi giorni si può concludere dicendo con sicurezza che, nella serie dei tre dischi omonimi, quest’ultimo nato non teme il confronto con gli album precedenti, anche se è indubbio che, se lo si valuta all’interno della vastissima discografia dei Boris, allora perde buona parte del suo fascino. I giapponesi sono maestri nell’arte del mutare pelle e possono affrontare con disinvoltura ogni genere affine al rock e al metal, ne hanno già dato ampie prove negli anni; però Heavy Rocks pur spingendo l’acceleratore su ritmi metal/hardcore manca di quel qualcosa che lo renda davvero imperdibile e se si va a scavare tra i numerosi lavori della band avvicinabili a questo disco si trova certamente qualcosa di meglio senza faticare troppo: Noise (2014) e Dear (2017) sono opere ben più incisive di Heavy Rocks e non si pongono eccessivamente lontane in quanto ad influenze e stili. In più manca in questo nuovo album un brano davvero memorabile o quanto meno un riff o una melodia capaci di farsi manifesto dell’intero disco (nell’omonimo del 2011 c’era un capolavoro shoegaze come Missing Pieces ad esempio). Non stiamo dicendo che Heavy Rocks sia un lavoro poco indovinato, anzi si può benissimo affermare che siamo di fronte all’ennesima faccia della band, ma nel complesso questo rimane un album che non arriva sul podio delle migliori pubblicazioni dei giapponesi, sebbene abbia alcune carte in regola per poter trovare schiere di adepti più legati al metal e a sonorità maggiormente dirette. Sono pronto a scommettere che i Boris – ora impegnati in tour negli Stati Uniti in compagnia dei valorosi Nothing (magari un’accoppiata del genere passasse in Italia…) – non si fermeranno a livello discografico in questo 2022, ma di sicuro per tutti i fan del trio di Tokyo c’è materiale sufficiente per non rimanere a bocca asciutta in questo finale d’estate. Se vi erano mancate le chitarrone abrasive di Wata e soci allora Heavy Rocks sarà in grado di darvi buone soddisfazioni, per chi invece apprezza di più le derive drone/doom ed atmosferiche il consiglio è quello di ascoltare W, ma anche di confidare in qualche pubblicazione a sorpresa totalmente inaspettata. Perciò occhio a Bandcamp e volume sempre a 11.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
64.5 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2022
Relapse Records
Inclassificabile
Tracklist
1. She is Burning
2. Cramper
3. My Name is Blank
4. Blah Blah Blah
5. Question 1
6. Nosferatou
7. Ruins
8. Ghostly Imagination
9. Chained
10. (Not) Last Song
Line Up
Takeshi (Voce, Chitarra, Basso)
Wata (Voce, Chitarra, Tastiere, Elettronica)
Atsuo (Voce, Batteria, Percussioni, Elettronica)
 
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