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Black Reuss - Journey
11/09/2022
( 2236 letture )
Avere una visione e lottare con sé stessi e col mondo per raggiungerla. Un obiettivo sempre molto ambizioso, specialmente se il progetto si estende a un costrutto che implica musica e ricerca filosofica e letteraria, come nel caso dei Black Reuss. Si tratta di una one man band, interamente nelle mani di Maurizio Dottores che, nonostante l’evidente ascendenza italiana, arriva in realtà dal piccolo Principato del Liechtenstein e in particolare dalla municipalità di Triesenberg. La band nasce nel 2018 e, per adesso, il progetto intende comporsi in quattro album, dei quali il primo, Metamorphosis, è uscito nel 2021 ed è seguito da questo secondo, Journey, al quale succederanno prima Arrival e infine Death. Dottores è quindi responsabile di tutte le composizioni, delle liriche e gestisce anche la produzione dell’album, cantando e suonando tutti gli strumenti. Di fatto, la creazione è totalmente nelle sue mani e sembra proprio che questo sia l’unico modo per raggiungere in toto l’obbiettivo prefissato, senza compromessi. Una decisione coraggiosa e che avrà inevitabilmente dei riflessi sul risultato complessivo.

La prima fase è quindi quella della Metamorfosi, grazie alla quale l’uomo attraversa un cambiamento e una rinascita, che sembra frutto proprio della volontà di cambiare e porsi nuovi obbiettivi, raggiungendo una nuova identità. Ecco quindi che una volta che la decisione è presa e la trasformazione iniziata, non resta che intraprendere il Viaggio. Come facilmente intuibile dalla sequenza dei titoli, ogni brano rappresenta una tappa di questo percorso interiore, filosofico e identitario, verso una nuova consapevolezza che non sarà semplice né indolore raggiungere. Ad accompagnare musicalmente questo viaggio troviamo una formula abbastanza moderna nei suoni e nelle composizioni, che usufruisce di un gothic tinto di doom, con spunti metal e una certa pesantezza sempre presente, la quale stempera semmai in campionamenti elettronici che però non sfociano nell’industrial e nell’utilizzo di qualche strumento ad arco, piano e cori che fanno capolino qua e là negli arrangiamenti, oltre ovviamente a tastiere e sintetizzatori. Più difficile capire se la batteria sia in realtà una drum machine, come sembrerebbe plausibile. La voce baritonale di Dottores si ricollega invece apertamente alla tradizione gothic e new wave e costituisce un ottimo esempio di cantato emotivamente forte e profondo, senza per questo risultare marcatamente teatrale o artefatta. La prima parte dell’album è di ottimo livello, con Exodus sorretta da un riff tipicamente sabbathiano sul quale la voce di Dottores intesse melodie new wave e un refrain corale piuttosto ficcante fa il suo lavoro. Anche in questo brano, per fortuna, emerge la qualità degli arrangiamenti, con un break centrale atmosferico che dona spessore al brano e una certa imprevedibilità che non guasta. Ancora più oscura Dejection, lenta e caliginosa, con batteria, basso e piano a donare drammaticità a un brano sofferto e maestoso, tra arpeggi e assoli che rompono lo schema melodico e introducono una bella variazione, a ulteriore conferma della qualità degli arrangiamenti e compositiva offerta da Black Reuss. Sempre oscura, ma più vicina ad atmosfere new wave, Egression gode di un gran bel refrain, forse il più melodico tra quelli presentati, con un nuovo break centrale di chitarre armonizzate in chiave heavy, che però rilancia ancora il ritornello, insistito. Hole riporta in primo piano un pesante riff di chitarra che conduce a un refrain maestoso, accompagnato da un coro ecclesiale e da nuove partiture armonizzate doomeggianti. Gran bella traccia, compressa tra la strofa dinamica e il ritornello rallentato ed epico. Nell’alternanza che caratterizza la prima parte, Fail torna a diradare il riffing, lasciando spazio a basso e batteria e ad arpeggi fuligginosi, ma è ancora la bella melodia del refrain a convincere, con archi sintetizzati di sottofondo. Se la prima parte si è quindi rivelata un concentrato di ottimi brani, Deep-Seated ci apre una seconda parte nella quale non tutto purtroppo fila al meglio. La stessa sesta traccia, che pure inizia nuovamente con la consueta alternanza tra gothic/doom e atmosfere new wave, von un arpeggio chitarra/basso che ricorda e non poco i Tool, seguito dall’ennesimo piacevole refrain e uno dei rari assoli prolungati del disco, finisce per aprirsi a un terrificante ingresso di vocoder totalmente fuori luogo, sia per volume nel mixaggio che per risultato melodico. Spiace dirlo, ma il risultato è tremendo, non aggiunge niente e rovina totalmente gli ultimi minuti del brano, lasciando di stucco nel peggior senso possibile, considerando invece l’alto livello degli arrangiamenti fino a questo punto. Regression sembra voler rimettere le cose a posto, riesumando l’intensità emotiva e la tenebrosa resa doom, con un riff cadenzato e glaciale che non lascia scampo e un refrain gothic più aperto che, però, finisce per diventare a metà durata il fulcro di tutto il brano, venendo ripetuto allo sfinimento per quasi un minuto, senza che a questo punto la canzone riesca più a decollare, trascinandosi al finale. Dependence riporta un po’ di dinamismo col suo gothic piacevole, senza stupire in modo particolare e rivelandosi uno dei brani più leggeri, finché non rispunta nuovamente il maledetto vocoder che, seppure in maniera meno fastidiosa di quanto occorso in Deep-Seated finisce di affossare la traccia che, a questo punto, non ha veramente altro da offrire, a parte il solito onesto refrain ben congeniato. Integrity è decisamente migliore, con Dottores che sembra il fratello gemello di Fernando Riberio dei Moonspell, giovandosi nuovamente degli archi sintetizzati. Seppure il brano ripeta uno schema che Black Reuss sembra apprezzare in modo particolare, riesce a riportare un po’ della qualità iniziale, con un break centrale nuovamente ben orchestrato. Niente che faccia gridare al miracolo, in ogni caso. Arrivati a questo punto, l’entusiasmo iniziale ha subito un brutto ridimensionamento. Per fortuna, però, Affection e Redemption sono davvero due belle composizioni, nelle quali Dottores ritrova equilibrio e respiro, con diciotto minuti complessivi ben spesi. La prima introduce elementi elettronici e un piano spettrale e campionato che accompagna il giro di basso con un respiro drammatico che sembrava andato perso, verso un refrain che nella sua semplicità lascia il segno. In questo caso, la ripetizione catartica del ritornello funziona, come funziona tutto il resto, assolo compreso. Chiude Redemption, aperta da una lunga sequenza di archi e cori, che ben introduce l’atmosfera del brano, con l’ingresso della strumentazione elettrica accompagnata stavolta dai corni. L’effetto è grandioso, epico e romantico al tempo stesso, con Dottores nuovamente padrone del campo. A metà brano inizia la crescita di dinamica e, purtroppo, ricompare il vocoder ed è un nuovo supplizio che, per fortuna, viene però abbandonato nel momento del lancio della cavalcata, forse non travolgente come era lecito attendersi, anche a causa dell’assenza di un assolo vero e proprio, ma comunque ben orchestrata, che prelude al rientro degli archi e alla conclusione del brano, la cui ultima parola pronunciata è Arrival, il titolo del prossimo capitolo dell’opera.

Avere una visione e un progetto e non scendere a compromessi finché non lo si è raggiunto non è un compito facile e Maurizio Dottores ha voluto perseguirlo con i suoi Black Reuss esponendosi in prima persona su tutti i fronti. Una scelta che merita rispetto. E’ un vero peccato quindi che il risultato finale di questo secondo capitolo non sia pieno, per colpa di alcune scelte di arrangiamento davvero discutibili. Dispiace davvero dirlo, perché seppure senza avere i crismi del capolavoro e senza riuscire a colpire a fondo nell’impatto emotivo che pure solleva, Journey è davvero un bel disco, potenzialmente. La riuscita combinazione di gothic, doom, new wave e lievi sonorità elettroniche che ne fanno un disco moderno, ma dall’anima antica, regge benissimo per tutta la prima parte, concede qualcosa da un punto di vista compositivo nella seconda, con non tutti i brani all’altezza e una formula che diventa un po’ ripetitiva senza però perdere di efficacia, mentre naufraga clamorosamente sull’uso maldestro e totalmente fuori luogo del vocoder. Inutile e utilizzato malissimo, riesce nel non facile compito di rovinare quasi completamente i brani in cui viene impiegato. Un vero peccato, perché l’evoluzione delle composizioni, che pure metteva in fondo le due composizioni più lunghe, avrebbe retto bene il minutaggio e la comprensibile enfasi lirica conclusiva, se non fosse stata sabotata dall’interno. Resta comunque un disco che ha tante potenzialità e le carte in regola per regalare grandi soddisfazioni agli amanti del genere e rappresenta sicuramente un passo avanti sotto tutti gli aspetti rispetto al debutto, che pure aveva qualche picco di valore. Non sottovalutatelo, è comunque uno degli episodi più interessanti di quest’anno nell’ambito.



VOTO RECENSORE
76
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2022
Autoprodotto
Gothic / Doom
Tracklist
1. Exodus
2. Dejection
3. Egression
4. Hole
5. Fail
6. Deep-Seated
7. Regression
8. Dependence
9. Integrity
10. Affection
11. Redemption
Line Up
Maurizio Dottores (Voce, Tutti gli strumenti)
 
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