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Veni Domine - Fall Babylon Fall
01/10/2022
( 600 letture )
I primi anni Novanta sono stati un calderone ribollente di idee e novità, molte delle quali in realtà arrivate a maturazione già da quanto originato fin dalla seconda metà degli anni Ottanta, in quella che è stata una decade a cavallo tra due tra le più straordinarie che la musica moderna abbia avuto. Death, black, prog, doom, stoner, groove, sludge, crossover, alternative rock e metal, shoegaze, noise, gothic, power, perfino un redivivo southern rock, hanno conosciuto in quegli anni una vera e propria esplosione di creatività e pubblicazioni che ancora oggi soffrono la fin troppo celebrata da un lato e avversata dall’altro arrembante salita del grunge. In questa galassia in esplosione, che ha generato interi sistemi solari musicali, troviamo anche qualche gruppo che non è riuscito, nonostante la propria qualità intrinseca, a consolidare un iniziale successo, finendo per essere risucchiato negli abissi della memoria. Tra questi, un caso davvero interessante sono stati gli svedesi Veni Domine. Formati già nel 1987, i nostri arriveranno al debutto solo nel 1992 per una piccola etichetta indipendente che ne curerà gli interessi in patria, per dare licenza ad altrettante piccole etichette per la distribuzione nel resto del mondo di quello che resta, pur nell’ombra dell’oblio, uno dei dischi più interessanti e ambiziosi pubblicati in quel periodo. Il perché questa prodigiosa band non abbia saputo o potuto capitalizzare l’interesse iniziale sollevato dai primi due dischi resta materia tutta da approfondire, ma che ci si trovi davanti a qualcosa di grandioso è facilmente intuibile non appena si inizia l’ascolto di Fall Babylon Fall, incorniciato nella apocalittica copertina del famoso Rodney Matthews.

Che la band abbia deciso di complicarsi un po’ la vita lo si capisce con l’ascolto del disco di debutto, peraltro già molto maturo, dopo i cinque anni di rodaggio e perfettamente in grado di rappresentare lo stile del gruppo e la sua marcata identità. Parliamo di un riuscito tentativo di mettere assieme generi se vogliamo affini, ma comunque distanti, come US Power, doom alla Candlemass / Solitude Aeturnus e il prog metal ottantiano alla Queensryche / Fates Warning, con ulteriori influenze sinfoniche alla Savatage ed epiche alla Warlord. Il tutto corredato da testi apocalittici di forte derivazione cristiana e biblica. Come d’altra parte suggerito sia dalla citata copertina, sia dal titolo dell’album. Il tentativo è piuttosto coraggioso e purtroppo sconta la difficoltà di inserire la band in un genere di riferimento preciso. Ma, come detto, il lavoro di preparazione che ha portato a Fall Babylon Fall è stato lungo e non ci si deve aspettare un guazzabuglio di generi sparati a caso in sequenza, come fosse un patchwork dissennato. In realtà, il contenuto dell’album è molto omogeneo, nelle atmosfere e nell’identità di base. Forse, anzi, persino troppo. I brani sono tutti molto lunghi e articolati: si va infatti dai quasi sette minuti di Wisdom Calls agli oltre ventuno della mastodontica suite conclusiva, la quale richiese il ricorso ai Thunderload Studios in Svezia, mentre tutto il resto del disco fu registrato in Gran Bretagna, perché molti studi dell’epoca non avevano un’attrezzatura adeguata per un tour de force del genere. A dominare sono chiaramente la componente power/prog e quella doom, quindi dovremo attenderci brani incentrati su tempi medi, con poche variazioni ritmiche e arrangiamenti complessi e ricercati, nei quali fanno bella figura le prove strumentali sempre di alto livello, il particolare quanto caratterizzante uso delle tastiere da parte dell’ospite P.A. Danielsson dei Tiamat e la spettacolare quanto teatrale prova di Fredrik Sjöholm, vero e proprio clone epigono del primo Geoff Tate. Impressionante la somiglianza vocale tra i due e il debito che lo svedese ha nei confronti dello statunitense anche a livello di creazione delle linee melodiche e dei refrain.
Al di là delle evidenti fonti di ispirazione, la scrittura dei cinque è comunque di alto livello e di un fascino raro, riuscendo in maniera spettacolare a prendere il meglio dei generi a cui attinge l’ispirazione, tra enfasi epica ed emozionanti partiture solistiche e ritmiche, che sin dalla opener Face of the Prosecutor catturano l’ascoltatore e lo trascinano in un mondo oscuro e affascinante. Purtroppo, i pochi mezzi tecnici a disposizione e quindi la qualità della produzione lasciano un po’ a desiderare, tanto che l’intro di questo spettacolare brano sembra quasi quello di un buon demo, togliendo sicuramente qualità alla composizione, che già in partenza rivela una band di livello straordinario. Per fortuna, tutti gli strumenti sono ben udibili e il mixaggio non è tremendo, per cui occorre sì fare un po’ di orecchio, ma presto si finisce avvolti dalle spettrali quanto teatrali spire del brano e della band, con i suoi intrecci di tastiera e chitarra, i rallentamenti doom e i fraseggi heavy/prog, con assolo sempre di alto livello e la splendida voce di Sjöholm qui alle prese con linee melodiche sicuramente non di facilissima presa, ma comunque ben identificabili, nelle linee “arabeggianti” e con strutture cangianti e aliene dal concetto di strofa-ritornello comunemente tracciati. Sono otto minuti che volano letteralmente via, presi dalla fantastica atmosfera evocata, dalla bravura strumentale e dallo sviluppo prog del brano, che chiude sul riff iniziale, per poi lasciare a una coda acustica molto narrativa, che dà il via a un viaggio indimenticabile. King of the Jews inizia con un temporale e un riffing epico che ricorda come andamento un viaggio per nave, mentre la linea melodica ci conduce stavolta verso un bridge e un ritornello tra i più cantabili del disco. Semplicemente spettacolare la parte strumentale centrale che conduce al coro “Arise, Arise, Arise King of the Jews”, decisamente emozionante, al di là delle convinzioni religiose di ognuno. Secondo capolavoro consecutivo, con un Sjöholm che letteralmente furoreggia. Clamoroso il sentore di Queensryche che aleggia su In the Day of the Sentinel, con un nuovo ottimo refrain e il break centrale solistico che fa accapponare la pelle per intensità poetica. Altro grandissimo brano, dall’atmosfera appena più rarefatta dei precedenti. Si ritorna in pieno territorio heavy con Wisdom Calls, nuovo omaggio al prog metal statunitense, stavolta con un qualche accenno ai Crimson Glory, oltre ai già citati Queensryche, con il basso al trotto in evidenza e le sempre splendide partiture di Torbjörn Weinesjö, chitarrista veramente di qualità superiore. Assieme al precedente e al successivo, si tratta forse del brano più lineare del disco, il che a dire il vero non guasta, introducendo appunto qualche passaggio più rarefatto, nel quale Sjöholm può anche provare a interpretare, oltre che sparare altissimo, come comunque non manca di fare, con tanto di mega acuto conclusivo. Armageddon offre un maggiore impatto ritmico, con il doppio pedale di Thomas Weinesjö che lancia un riff armonizzato di chiara matrice ottantiana e rimandi ai Warlord, sui quali il singer ancora una volta decide di superarsi. Bellissimo il break centrale sorretto dalla tastiera, con Sjöholm a recitare e il riffing che torna, per poi ripartire in velocità fino a una nuova improvvisa interruzione, con la chitarra classica che accompagna il cantante, con una repentina quanto fiabesca conclusione, epica al massimo livello. E parlando di epic, non poteva mancare il rintocco lugubre di una campana con coro monastico di sottofondo, che aprono O Glory City per lasciare spazio a un nuovo spettacolare sviluppo prog che ci porta al refrain nel quale la grande città è la biblica Babilonia che, come da titolo del disco, non può che crollare, epitome di tutte le città cariche di peccati. Anche in questo caso, ci troviamo di fronte a un brano semplicemente monumentale, bellissimo nel suo sviluppo e carico di pathos come raramente capita di ascoltare. Arriviamo così alla suite conclusiva: non è facile, dopo quanto ha preceduto, affrontare un monstrum di oltre ventuno minuti, ma anche presa da sola, questa vera e propria meraviglia non può essere ignorata o considerata un eccesso di confidenza da parte di una band al debutto e non nel pieno controllo delle proprie qualità compositive e strumentali. Tutt’altro. Il brano evolve da dinamiche soffuse e di atmosfera, che conoscono un primo crescendo con l’ingresso della distorsione, per poi tornare su territori più atmosferici, con un andamento che ritroveremo per tutto il brano, tra impennate dinamiche e ritorni alla tranquillità. Da brividi in tal senso il carillon al settimo minuto, con arpeggio e rullate militaresche di sottofondo, che aprono poi alla prima vera accelerazione del brano e alla lunga sezione che conduce allo spettacolare passaggio attorno al quindicesimo minuto, fino al nuovo break e alla seconda accelerazione e all’assolo che lancia la parte conclusiva, nella quale i sigilli si rompono liberando l’enfasi strumentale conclusiva, alla quale manca soltanto una altrettanto epica e trionfale chiusura, quasi che la band arrivasse un po’ di fretta dopo tanta faticosa cavalcata.

Il caso dei Veni Domine è uno dei più emblematici, assieme a quello degli altrettanto sottovalutati e dimenticati colleghi svedesi Tad Morose e Morgana Lefay di come il pubblico metal, ancora gonfio dai trionfi ottantiani, avesse perso di vista la situazione di fronte all’arrembaggio dei nuovi eroi degli anni Novanta. Inizialmente capaci di attirare l’attenzione, finirono per essere travolti dall’ondata di piena nell’indifferenza generale, a fronte di dischi bellissimi e capaci di rinnovare la tradizione heavy senza affatto snaturarla o ricorrendo a “trucchi” di produzione per apparire moderni e al passo coi tempi. Fall Babylon Fall a distanza di trent’anni resta un disco strepitoso e del tutto atemporale, che potrebbe uscire oggi senza risultare stantio, seppur portatore di stilemi sicuramente vintage. Forse non arriva al livello di vero e proprio capolavoro, per la produzione non proprio stellare e per una certa omogeneità che richiede numerosi e ripetuti ascolti per scalfire la superficie ed entrare nei singoli brani. Manca un po’ di dinamica, nel complesso e seppure ogni singolo brano sia bellissimo, la totalità è un po’ faticosa e certo non aiutano il pur clamoroso cantato di Sjöholm, un po’ ripetitivo nelle soluzioni e la lunghezza e complessità dei brani e dell’album stesso, che raggiunge quasi i settanta minuti.
Eppure, un debutto del genere è fuori dalla portata quasi di chiunque e riassume in sé molto del meglio del metal ottantiano, orientandolo grazie alla vena prog verso il futuro. E’ tempo che il nome dei Veni Domine, scioltisi nel silenzio totale ormai dal 2014, torni sotto i riflettori e raccolga i meriti per troppo tempo negati, a partire da questo clamoroso Fall Babylon Fall.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
93.09 su 11 voti [ VOTA]
Blackmore Forever
Giovedì 20 Ottobre 2022, 1.35.44
8
Grandissimo disco e debutto del gruppo, purtroppo quasi introvabile da sempre o quasi... con tutta la roba inutile e scarsa che etichette ed etichettine varie italiane o estere ristampano da anni, roba così continua ad essere ignorata... bella roba... come anche un "By Inheritance" degli Artillery per cambiare genere, pur ristampato almeno una volta dalla MetalMind anni fa (dico ristampe ufficiali ovviamente, non considero le decine di bootleg/falsi d'autore che imitano proprio anche l'etichetta storica e tutto, fatti in Russia o altri posti negli anni).
duke
Giovedì 6 Ottobre 2022, 22.17.59
7
...un disco difficile ...da etichettare....non importa...comunque capolavoro....grazie lizard....per averlo ripescato....
Lizard
Lunedì 3 Ottobre 2022, 19.03.57
6
Grazie mille Vittorio
Vittorio
Lunedì 3 Ottobre 2022, 12.49.06
5
Solito grande ripescaggio! Complimenti Saverio!
Lizard
Lunedì 3 Ottobre 2022, 7.57.36
4
Il tempo c'entra poco, in effetti. Sono una band difficilmente etichettabile e dovendo scegliere, dato che non potevo inserire prog/doom che sarebbe stata la descrizione migliore, ho optato per doom in ragione delle tematiche affrontate, di forte matrice cristiana e piuttosto tipiche del genere, con questa vena apocalittica da fine del mondo corrotto, carico di peccati e dolore. Non c'è niente di sbagliato nel ritenerli altrettanto un gruppo prog, in ogni caso e credo che nella recensione sia chiaro.
Diego75
Domenica 2 Ottobre 2022, 23.32.29
3
Il trascorrere del tempo apioppa nuove etichette ai dischi....quando usci' il disco era definito progressive....adesso doom?....vabbe' che sono una band particolare e di nicchia ma etichettarlo come doom ....mah!
Duke
Domenica 2 Ottobre 2022, 8.07.38
2
....un capolavoro come anche quello successivo....bravi ad avere rispolverato.... questo disco poco conosciuto ...ma ricco di fascino...
Adrian Smith
Sabato 1 Ottobre 2022, 14.47.30
1
Bravi a rispolverare i Veni Domine come avete fatto con i Taf Morose. A mio avviso il successivo Material Sanctuary e’ una spanna sopra wuesto pur sorprendente esordio e il masterpiece della band. Cantante straordinario, testi affascinanti, pionieri assieme ai Saviour Machine.
INFORMAZIONI
1992
R.E.X. Music
Doom
Tracklist
1. Face of the Prosecutor
2. King of the Jews
3. In the Day of the Sentinel
4. Wisdom Calls
5. Armageddon
6. O Great City
7. The Chronicles of the Seven Seals
Line Up
Fredrik Sjöholm (Voce)
Torbjörn Weinesjö (Chitarra)
Magnus Thorman (Basso)
Thomas Weinesjö (Batteria)

Musicisti Ospiti
P.A. Danielsson (Tastiera)
 
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