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Colosseum (FIN) - Chapter I: Delirium
( 2823 letture )
In un momento così adombrato della mia esistenza è fisiologico che l’interesse, di per se già esageratamente dedicato alle forme musicali più avvilenti, si focalizzasse in modo ossessivo verso qui prodotti dal “feeling” più sconfortante: tra le varie new release che mi sono state proposte i Colosseum, moniker dalla costituzione relativamente recente, meritano con certezza uno spazio nella triste giornata.

Forte di un leader (Juhani Palomaki) già conosciuto per l’ultra decennale, nonchè riuscitissimo progetto atmosferico Yearning, la band finlandese scaraventa sul mercato, dopo una osannata demo-tape dalla quale recupera l’intera tracklist, un debut album che farà la felicità dei doomster che riusciranno a conquistarsi le poche copie destinate al nostro paese. I sei brani componenti l’opera, tutti piacevoli perchè realizzati con perizia compositiva e buona capacità tecnica, si sviluppano su di un incipit predominante: forgiare, con gli intrecci melodici prodotti da chitarre e tastiera un clima orrorifico e decadente, ma mai morboso o esageratamente claustrofobico. Nonostante la critica li associ alla corrente funeral doom, anche per i Colosseum, come già in altri casi, preferisco una definizione meno “penalizzante” (in termini di appeal sul pubblico) e meno “ingannevole” (per non stimolare false aspettative in chi mastica il genere). Le caratteristiche stilistiche del platter sono, in tal senso, una cartina al tornasole: la cadenza di Chapter I: Delirium è rilassata, ma non fiacca ed il drumming è pure ben lungi dall’essere considerabile come semplice rifinitura ritmica; i brani sono tutti molto atmosferici ma non compiutamente solenni, data un’impostazione del sinth che non contempla per nulla la timbrica di organo ed archi e solo di rado (Delirium) quella del pianoforte; la combinazione armonica non è ridotta ai minimi termini e neppure appiattita sotto distorsioni molto fitte delle chitarre (tipo drone), come d’altra parte l’organizzazione della forma-canzone non è per nulla ripetitiva: è infatti presente in Chapter I: Delirium un notevole assortimento di linee, sia orizzontale a conferire varietà ai brani, sia verticale per combinare corpose sovrapposizioni tonali; in questo senso le influenze orchestrali dichiarate dalla band sono molto evidenti, anche se non vi è alcuna traccia, purtroppo, di rimandi “classicheggianti” alla Virgin Black; le partiture primarie, quelle votate alla costruzione della melodia, sono per di più rapidamente assimilabili e dunque ben lontane dall’inaccessibilità tipica dei prodotti più estremi: contemplando gli evidenti limiti contestuali, e pregandovi di ignorarne il significato negativo, tenderei a considerare il lavoro dei Colosseum addirittura “orecchiabile” e/o “commerciale”. Il cantato è al contrario piuttosto eccessivo, con un grount roco e profondo, raramente perfezionato con sovraincisioni su tonalità più alte ed “urlanti” che ne alleggerirebbero più frequentemente l’impatto: nel registro basso, il solo praticamente utilizzato, pare di ascoltare il conterraneo Pasi Koskinen nelle sue prime apparizioni (ai tempi di Tales From Thousand Lakes per capirci). Percezione gradevole.

Di fatto, e lo avrete capito, Chapter I: Delirium è al confine tra una release death/doom (melodico) ed un prodotto più estremo, tant’è che il piacere percepito durante l’ascolto è teoricamente paragonabile (prendetemi con le pinze) a quello che potreste procurarvi inserendo nel vostro lettore Illusion's Play degli Shape Of Despair o Aeternum Vale dei Doom:Vs (che molti, erroneamente, considerano anch’essi nell’orbita funeral doom). Se poi si vogliono spendere ulteriori parole sulle capacità singole (e scrivo “singole” con cognizione di causa), sembra effettivamente di essere al cospetto di una formazione (solo-project?) di tutto rispetto. Palomaki, già abituato a lavorare in solitario, carica tutto il Colosse(um) finnico sulle proprie spalle; sul piano creativo può vantare il patrocinio delle belle musiche e degli altrettanto intriganti testi (ispirati da tematiche lovecraftiane), mentre a livello esecutivo si dimostra altresì molto valido: buon vocalist da un lato, abile “direttore d’orchestra” , dall’altro, sia quando impugna con delicatezza la sei corde solista, sia quando costruisce l’agghiacciante ambientazione attraverso la piattaforma delle keyboards. I compagni Haaranen (chitarra ritmica), Ramo (basso) e Koykka (batteria), tutti musicisti navigati pur tuttavia privi di esperienze qualificanti, seguono alla perfezione il loro mentore senza mai alzare la testa, con la comprovata dedizione di chi è consapevole di avere tra le mani un’ottima opportunità “curriculare” da non lasciarsi sfuggire (l’etichetta è la specializzata Firebox Records). Per completare il discorso tecnico segnalo che la produzione, ingegnerizzata dallo stesso Haaranen, è sicuramente accettabile anche se non ineccepibile (la sezione ritmica, batteria esclusa, è troppo poco valorizzata).

Se per forma siamo di fronte ad un prodotto “ambiguo”, dal punto di vista emozionale non vi può essere alcun dubbio nel riconoscere ai Colosseum la capacità di conferire un forte influsso depressivo. Il songwriting è sempre impostato sulla ricerca della melodia più adatta all’abbattimento dell’umore dell’ascoltatore che viene elegantemente trascinato nei meandri di un mondo fantasioso ed al tempo stesso terrificante. I vari episodi, tutti abbondanti per durata, si sviluppano come tetra colonna sonora dell’universo sconsolato che Palomaki disegna nelle sue liriche e che per spontaneità diviene perfino fiabesco: proprio la modalità d’impiego delle tastiere, spesso orientate su temi dark-style e chiamate a fornire qualche ricostruzione irrealistica, accentua questa sensazione “cinematografica” che si dipana, più di tutte, nelle bellissime Saturnine Vastness e Aesthetics Of The Grotesque (ed anche in questo i Colosseum mi ricordano un po’ i primi Amorphis). La terminale Delirium è in assoluto la più funerea, mentre la melodica Corridors Of Desolation raggiunge l’apice in fatto di solennità e tristezza. Belle, ma non al pari delle sopraccitate, le rimanenti The Gate Of Adar e Weathered hanno la colpa di abbattere un livello medio che altrimenti sarebbe stato di assoluta eccellenza.

Il fenomeno Colosseum non si è ancora compiuto del tutto, questo è evidente, ma di certo tra i rookie 2007 (perdonatemi l’ingiustificabile ritardo) Chapter I: Delirium è uno dei migliori platter doom in circolazione. La strada è quella giusta ed entro fine anno sarà già disponibile il successore Chapter II: Numquam al quale, sappiatelo, non mi limiterò a chiedere una semplice conferma.
Nel mentre voi procuratevi il “primo capitolo” ed esercitatevi a cancellare il sorriso dal vostro viso.
È facile, io l’ho già fatto.
E la colpa non è solo del doom, che sia chiaro!



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
36.68 su 22 voti [ VOTA]
Matteo_extreme
Lunedì 15 Ottobre 2012, 10.17.01
2
Non capisco il 30/100. Capisco che sia per pochi. Ma forse il più bello dei 3 che hanno fatto.
taipan
Domenica 22 Febbraio 2009, 15.32.44
1
mi ha colpito particolarmente questo disco.Durante l' ascolto ho sorriso più volte all' intensa tristezza che mi ha travolto. Ok , la sezione ritmica è poco corposa come lo era anche in un altro "deprimente" capolavoro dal nome "SHADES OF..." degli Shape of Despair,ma nulla toglie alla bellezza di questo lavoro.Ho sentito anche NUNQUAM e personalmente lo trovo leggermente inferiore rispetto al debut.
INFORMAZIONI
2007
Firebox Records
Doom
Tracklist
1. The Gate Of Adar
2. Corridors Of Desolation
3. Weathered
4. Saturnine Vastness
5. Aesthetics Of The Grotesque
6. Delirium
Line Up
Juhani Palomaki - Vocals, Guitar, Keyboards
Olli Haaranen – Guitar
Janne Ramo – Bass
Sameli Koykka - Drums
 
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