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Funeral - As The Light Does The Shadow
( 3414 letture )
C’è una bella differenza tra l’essere modaioli ed il volersi dimostrare eleganti.
L’aderenza al complesso mondo della moda impone infatti la consacrazione dell’individuo ad uno schema predefinito e facilmente riconoscibile: non è ammessa alcuna divagazione al di fuori del catalogo, nessuna personalizzazione, nessun giudizio sull’adeguatezza del modello stesso; unico obiettivo perseguito è l’ostentazione dell’originalità di una firma, di un marchio, di un archetipo. Conta solo potersi esibire e farlo con i propri simili, dato che i disinteressati ignorano in toto questo astruso sistema codificato.
L’eleganza è tutt’altra cosa: è soddisafare un senso estetico oggettivo, è riconoscere incondizionatamente la qualità, è compiacere se stessi, è dimostrare attraverso il corpo la raffinatezza della mente.
Questa premessa ha il senso di chiarirvi un aspetto che risulta preponderante nel concetto artistico degli odierni esaminandi FUNERAL: il loro totale disinteresse per i cliché precostituiti.

Immagino che tutti voi conosciate perfettamente le gesta di questo storico combo norvegese di cui vi avevo anche già parlato in occasione della recensione di FROM THESE WOUNDS e che nonostante le tante ed inaspettate sfortune ha puntualmente sfornato dischi riferimento all’interno del panorama DOOM europeo; la grande particolarità dei FUNERAL è sempre stata quella di fare di necessità virtù, trasformando le difficoltà in occasioni di riflessione della propria attività e della personale ispirazione. È così che i nostri sono passati dalle atmosfere DEATH/DOOM dell’esordio TRISTESSE al MELODIC DOOM della scorsa release vagabondando tra le formidabili nenie funebri di TRAGEDIES ed il coinvolgente extreme GOTH di IN FIELDS OF PESTILENCE GRIEF; già l’anno scorso avevo dato risalto a questo spirito camaleontico perpetrato anche nella stesura di quest’ultimo lavoro che, solo in parte, vedo legato al recente passato: senza dubbio AS THE LIGHT DOES THE SHADOW eredita buona parte delle idee apprezzate in FROM THESE WOUNDS (che a loro volta riconducevano allo splendido A TRAGEDY’S BITTER END dei cugini FALLEN) riservandosi però la facoltà di agire su taluni aspetti (apparentemente) secondari il cui ritocco ha inasprito l’album oltre quanto mi potessi legittimamamente aspettare.

Innanzitutto va segnalato che la band pigia sul freno fin da subito, trattenendo in primis la performance velocistica del batterista/fondatore/compositore Andres Eek su tempi che ben si addicono all’esplicativo moniker: tale scelta, felice per quanto mi riguarda, coinvolge ovviamente la dinamica (statica?) di melodia, accompagnamento e cantato, interessando in egual misura il contenuto prettamente compositivo, per l’occasione più malinconico e sconsolato che mai. Tengo a sottolineare che il comportamento rilassato dei FUNERAL rafforza l’ispirazione sofferente, senza per questo cedere alle lusinghe di un songwriting scarno e destrutturato; perfino le parti riflessive ed eteree sono infatti prive, al più, delle linee bitonali mantenendo, anche in quelle occasioni, la struttura tipo del METAL classico che dunque costituisce l’ossatura di tutti i 10 pezzi dell’album. Le chitarre si muovono (sempre bene) sul terreno doubleface tipico del DOOM melodico/depressivo alternando tuonate, ringhi e stoppati distorti ad intrecci acustici sulla cui base si dipanano gli interventi in single-note della nuova coppia di arceri Lerberg-Nybo (solo in parte inedita), che vedremo essere meno insistenti di quanto non lo siano state nel passato più prossimo; il basso supporta ottimamente ritmica ed armonia vivendo pure momenti di gloria per merito di scritture ben lontane dall’essere considerabili semplicistiche (e qui è ravvisabile una certa matrice STONER) e grazie ad una produzione che, finalmente, attribuisce volumi adatti ad un ruolo "degnamente" comprimario; infine le keyboards, formidabili nel conferire profondità quando il sessionman Jon Borgerud lavora in accompagnamento, ma altrettanto efficaci nella definizione e conduzione della lenta orchestra, allorché Lerberg e Nybo acconsentono al passaggio di mano.

Ed è proprio questa la seconda, piccola variazione nell’odierno tema FUNERAL: fatto salvo che AS THE LIGHT DOES THE SHADOW è molto meno orecchiabile di FROM THESE WOUNDS e che l’attenzione esecutiva rimane comunque fortemente incentrata sulle chitarre, va registrato un utilizzo più parco della solista, presente in molti dove ma mai esasperata al punto di monopolizzare l’intera opera, a fronte di questo inedito ruolo delle tastiere che, approfittando di sufficiente libertà, interferiscono nella linea melodica alternando timbriche orchestrali (archi, fiati, ottoni, anche tra loro contestuali) a programmazioni tipicamente GOTH (le famose tastiere urlanti, per intenderci). Il risultato è di altissimo livello artistico e costituisce la migliore sorpresa di tutta la release: non faticherete ad associare a questa scelta la sensazione, ben chiara, di avere tra le mani un prodotto curato e perfino maniacale tanto nella determinazione dello stile (spartiti, scelte strumentali, effettistica) quanto nella mera realizzazione (registrazione, mixing e produzione).

L’ultima novità, non per importanza, mi è pervenuta all’orecchio snocciolando senza pause gli oltre 71 minuti di AS THE LIGHT DOES THE SHADOW, all’interno dei quali ho scovato ricorrenze STONER che sottraggono un po’ di freschezza alla proposta, senza comunque apparire inadeguate ad un amalgama che -oramai lo posso dire- suona assai tradizionalista; mi riferisco principalmente a due soluzioni: l’interpretazione canora a tratti ricercatamente dissonante di Frosmo, culminata nel vaneggiamento apocalittico di THE STRENGHT TO END IT (da Deja Vu con i primi CATHEDRAL), e l’uso ripetuto di sistemi di trattenuta della nota (vibrati, bending, tremolo). Ad avvalorare ulteriormente questa rilettura “classicistica” si scopre, dal libretto prima, dalle orecchie poi, che IN THE FATHOMS OF WIT AND REASON è cantata niente popò di meno che dal guru Robert Lowe (ecco svelato lo special-guest annunciato a gran voce negli scorsi mesi). La prestazione del frontman di SOLITUDE AETURNUS e CANDLEMASS è buona (anche grazie ad una canzone adattissima al suo stile), pur tuttavia totalmente decontestualizzata rispetto agli altri episodi del CD a causa dell’antipodica tecnica canora adottata da Frosmo. Scendo nel dettaglio, approfittando dell’occasione per descrivervi con la dovuta perizia quello che mi appare come il vero punto forza di questa rinata formazione:
1) Frosmo, oltre a possedere una timbrica unica e facilmente riconoscibile, canta in modo molto lento, spesso adagiato sui colpi del rullante: la sincronia è talmente esasperata da contrarre la triste narrazione in uno spelling letter by letter laddove il progredire si fa bradipico (THOSE FATED TO FALL ad esempio); al contrario la linea di Lowe è maggiormente indipendente e tralascia una precisa sovrapposizione con la ritmica strumentale;
2) Frosmo utilizza sempre un registro controllato, un volume basso ed un tono naturale molto profondo che fanno assomigliare la voce ad un dolce sussurro notturno; compito successivo della produzione (pienamente riuscito) è stato quello di bilanciare la resa con l’impasto compessivo; Lowe è invece più sgolato, potente ed alto a livello tonale;
3) Frosmo sovraincide due linee identiche leggermente sfasate per (micro)tonalità e ritmica: se da un lato la trovata conferisce corpo e volume alla sua performance, dall’altro il risultato è meno nitido e naturale (è come se vi fosse costantemente applicato un riverbero); l’ugola di Lowe, sempre pulita e chiara, non necessita (e neanche lo richiede) di alterazioni di alcun tipo.

Prescindendo ora dai gusti personali, che vedono comunque la stadera propendere per l’elemento “titolare”, trovo questa operazione alquanto commerciale e fastidiosa; i FUNERAL, da oramai tre “ere” (dal 2002 ad oggi), hanno accantonato le voci distorte degli esordi e per tale motivo hanno scelto di avvalersi di uno dei migliori clean vocalist della piazza; dunque… che bisogno c’era di scomodare un eroe del calibro di Lowe? Quello di comparire in qualche non meglio precisato almanacco? Quello di procurarsi una maggiore visibilità al momento del rilascio ufficiale? Non mi esprimo oltremodo anche se è evidente il personale disappunto: a voi le conclusioni.

Come ho già lasciato trasparire durante l’analisi delle soluzioni, questo nuovo AS THE LIGHT DOES THE SHADOW è un titolo fortemente evocativo ed intrigante che nulla ha da invidiare perfino al celebratissimo FROM THESE WOUNDS di cui intendo in questa sede mutuare il voto. Scorrendo d’un fiato i vari brani verrete catapultati in un’atmosfera elegantemente sofferta, ricca di contenuti DOOM seppure costantemente lontana dalla banalità di certe release dai connotati troppo estremi che colpiscono nella breve distanza ma si perdono nel proseguio degli ascolti. Per metabolizzare i singoli episodi servirà un po’ di tempo, ma vi assicuro che già dopo qualche "passaggio" vi gusterete la corrotta poetica dell’iniziale THE WILL TO DIE (il veloce diteggio del pianoforte sul lentissimo arpeggiare acustico delle due chitarre mi fa venire i brividi, così come lo stacco tra la parte più incalzante ed il morente ritornello mi destabilizza come la peggiore vertigine), la solennità clericale della lentissima THE ELUSIVE LIGHT (l’ultimo minuto è riservato ai soli FUNERAL DOOMSTER di razza), la potenza di ABSENCE OF HEAVEN con le sue chitarre tonanti e la (OFFICIUM) TRISTE tastiera, nonché l’estrema unzione di FALLEN ONE (IN EXORDIUM dei PARAMAECIUM vi dice nulla?). La durata molto estesa metterà a dura prova la resistenza dei soli DOOMSTER dell’ultim’ora: in AS THE LIGHT DOES THE SHADOW, al posto del solito bagaglio di lamenti, regna onnipresente la sognante mestizia della nobiltà decadente. Non vorrete mai arrivare alla fine.

Ascoltare i FUNERAL del 2008 è come mettersi un vestito di alta sartoria.
Se siete consci di non saperlo portare, per favore...
... risparmiate i soldi, dirigetevi verso i grandi magazzini ed indossate pure la vostra divisa firmata.
Aria...



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
38.07 su 26 voti [ VOTA]
enry
Giovedì 29 Settembre 2011, 15.59.49
3
Ok, con tre anni di ritardo ci sono arrivato. Bello, cala un po' nella seconda parte, ma è un lavoro che merita tutti gli onori del caso. Stupenda The Will to Die, la mia preferita.
LICANTHROAT
Mercoledì 5 Novembre 2008, 19.27.20
2
Bella recensione, GRANDISSIMO GRUPPO!
Cristiano Z
Martedì 16 Settembre 2008, 20.04.59
1
Si vabbé... bastavano la metà delle righe per dire quelle due cose che hai detto
INFORMAZIONI
2008
Indie Recordings
Doom
Tracklist
1. The Will To Die
2. Those Fated To Fall
3. The Strenght To End It
4. The Elusive Light
5. In The Fathoms Of Wit And Reason
6. Towards The End
7. Let Us Die Alone
8. The Absence Of Heaven
9. Hunger
10. Fallen One
Line Up
Frode Forsmo - Vocals, Bass
Mats Lerberg - Guitar, Vocals
Erlend E.Nybo - Guitar
Andres Eek - Drums
Jon Borgerud - Keyboard (Session Member)
 
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