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Tiamat - Wildhoney
( 6747 letture )
La nostra mente è strana forte, cionondimeno estremamente misteriosa ed affascinante. Sapevate infatti che solo un sogno su tre è colorato o è irrorato dal colore? In realtà sembrerebbe che il colore nei sogni non dia alcuna informazione, sia cioè inutile, in quanto il cervello codifica, durante l’attività onirica, simboli (desideri, timori, ecc.) che non necessitano di ulteriori connotazioni. Il senso del colore è perciò un lusso biologico, inestimabilmente prezioso per l'uomo in quanto essere spirituale ed intellettuale, tuttavia inutile alla sua sopravvivenza come animale.
Dico questo perché la prima volta che giunse ai miei occhi Wildhoney (allora non conoscevo ancora il gruppo svedese) rimasi estremamente colpito dalla sua copertina: un arancione brillante che inonda e sommerge particolari estratti dal mondo bucolico (simboli?). Oh mio Dio – pensai, che razza di gruppo metal produrrebbe mai una copertina così in un periodo, quello della prima metà dei novanta, nel quale i gruppi scandinavi dal background estremo (di cui i Tiamat facevano parte a pieno diritto) più che con caproni o pentacoli non erano soliti caratterizzare i loro artwork!?!
Col senno di poi avrei detto che il folle e consapevole Edlund abbia voluto sigillare anche dal punto di vista visivo/iconografico il passaggio verso un nuovo modo di concepire la musica metal mai prima d'allora esplorato. Ciò che ho trovato tra i solchi di questo disco è infatti un fluire senza soluzione di continuità di musica capace di distruggere categorie e convenzioni. La sua bellezza non può essere catturata a parole ma concedetemi comunque una chance.

Dunque, dopo i primi due dischi figli per lo più dello swedish death, già col terzo e seminale Clouds i Tiamat avevano dato alle stampe un disco intimo e personale, per certi versi ancora accostabile sia al death metal che al doom. Fu però con Wildhoney che l'ago della bilancia venne spostato verso un approccio molto più sentito ed emozionale, pervaso ancora di mistero ed oscurità ma mitigato della tetraggine degli esordi. Ritmi rallentati, liriche allucinate ed apocalittiche e, soprattutto, un'atmosfera sublimamente claustrofobica ma eterea e malinconica, al limite del mistico: ciò fece di Wildhoney, se non il primo, sicuramente uno dei più fulgidi esempi di gothic metal di sempre.
L'incedere mastodontico e ben studiato dei pezzi nonché la loro potenza, sia a livello puramente sonoro sia, soprattutto, emotivo, sono la misura della profondità e della lucida follia che si cela all'interno dei brani stessi. Il vero capolavoro del disco va cercato a mio parere negli arrangiamenti: i brani, solo all'apparenza semplici e giocati su una struttura tutto sommato abbastanza ripetitiva, sono resi grandiosi da un meticoloso lavoro di assemblaggio di svariati elementi tra loro eterogenei (veramente tanti, solo un attento ascolto in cuffia rende loro giustizia); tra arpeggi di chitarra e chitarre distorte, cambi di tempo, ritmi tribali, incursioni acustiche dal sapore ambient, tappeti tastieristici e una voce ora dolce e sussurrata, ora ruvida e disperata, sarebbe stato facile combinare un bel miscuglio senza senso, ma la differenza in questo caso è data dall'uso magistrale dell'effettistica: quest'ultima suddivide i brani in diversi piani d'ascolto nei quali vanno a collocarsi tutti i diversi elementi, risultando così sempre ben definiti e mai in conflitto tra di loro. Di conseguenza l'atmosfera ricreata è pazzesca, così fine e ricercata da toccare picchi di una suggestione estrema. Di ciò bisogna dare merito anche alla produzione di Waldemar Sorychta, esecutore delle parti tastieristiche.

Col primo assaggio di questo miele selvatico si viene introdotti in una dimensione di solenne tranquillità, quasi una quiete prima della tempesta, scandita da dolci rumori agresti sui quali irrompe il riff di matrice sabbathiana di Whatever That Hurts, ed è subito capolavoro: la chitarra granitica disegna un incedere lento e minaccioso che di colpo lascia spazio ad un inquietante arpeggio sopra il quale Edlund ha gioco facile con la sua voce calda e suadente a raccontarci, quasi come un diavolo tentatore, di tutte le dolcezze allucinogene della natura. Il ritornello, eloquente in questo senso, riprende il riff iniziale mentre la voce, fattasi dura e altisonante, ci colpisce allo stomaco quasi ad ordinarci di prendere parte a quel banchetto di effimere piacevolezze. Dopo la destabilizzante iniziazione veniamo introdotti al culto di The AR, entità arcana così splendente che neanche le mani sono in grado di proteggere i nostri occhi dalla sua lucentezza. Il ritmo si fa leggermente più sostenuto e i cori femminili che accompagnano il riff contribuiscono a ricreare l'aura sacrale di cui è pervaso tutto il pezzo, in un crescendo drammatico. Gaia, dopo la breve introduzione della spirituale 25th Floor, si propone come un lento rituale in onore della più potente forza esistente, la natura. Il pezzo questa volta è retto quasi interamente dalle tastiere ma lo stesso giro è ripetuto con qualche piccola variante da tutti gli altri strumenti creando così un incedere ipnotico ed inquietante. Johan, dal canto suo, ci sovrasta con la sua visione apocalittica e la sua voce, sempre al limite del growling, tuona su di noi ammonendoci sulla rivalsa che la natura avrà sulla nostra follia distruttiva. E' il pezzo più famoso dell'album (darà il titolo anche ad un EP che verrà licenziato dopo il successo inaspettato dell'album), di sicuro quello più rappresentativo della poetica Tiamatiana: melodie suggestive e mai banali sorrette da arrangiamenti raffinati e ricercati. Splendida. Il solo di chitarra (uno dei pochi) sul finale fa da ponte con la successiva e più arrabbiata The Visionaire, il brano più tipicamente gothic/doom (ma per quei tempi era già una grossa novità) e, se vogliamo, standardizzato dell'album. È qua che risuonano più che altrove gli echi oltranzisti dei precedenti album. Kaleidoscope, altra strumentale, nella sua essenzialità permette di riprenderci dalle turbolenze emotive a cui siamo stati fin qui sottoposti, il trittico finale rappresenta infatti la parte più rilassata e carica di enfasi psichedelica dell'opera. Do You Dream Of Me è una sorta di ballad resa unica, ancora una volta, dalle geniali soluzioni stilistiche adottate, mentre Planets, strumentale costruita su un mare di celestiali tastiere, ricrea un'atmosfera di ritrovata serenità interiore. La chiusura, affidata alla lisergica Pocket Size Sun, è il capitolo meno riuscito del lotto: nei suoi otto e oltre minuti di durata si trascina lenta e stanca peccando forse di eccessivo sperimentalismo e ripetitività, nonostante la bella jam finale. Non un pezzo brutto, ma si sa, si è più propensi a notare ed a criticare i piccoli difetti all'interno di un capolavoro che non gli errori macroscopici in un contesto di generale mediocrità. Beninteso, qui di mediocrità non ce n’è la minima traccia.

Album senza tempo, Wildhoney è disco di una bellezza disarmante, di un fascino ancestrale, capace di trarre nuova linfa vitale ad ogni ascolto grazie alla moltitudine di particolari, volutamente camuffati, che di volta in volta scoprirete e che ve lo faranno amare sempre di più.
Provate anche voi un assaggio del miele selvatico, è come un'ottima droga ma senza effetti collaterali sull'organismo: sarà un'esperienza che potrebbe cambiare per sempre la vostra concezione di musica.
Potete ancora privarvi di tutto questo?



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
93.77 su 252 voti [ VOTA]
Fabio
Lunedì 10 Luglio 2017, 20.54.24
23
99 senza battere ciglio......CAPOLAVORO della musica non solo del Metal.
Giaxomo
Giovedì 16 Febbraio 2017, 10.44.05
22
Sono da fustigare, non ho ancora commentato una delle vette dei mitici '90. Questo con il precedente e il successivo sono il decadentismo fatto musica. Potrei concludere qua, in quanto i frutti di questo movimento sono noti ai più. Erotico, sensuale, grigio, etereo, martellante, emotivamente parlando, come lo "stream of consciousness", commovente ed etereo. Forse è l'aggettivo che lo descrive meglio. Uno di quei lavori che andrebbero riascoltati ALMENO una volta al mese, dopo averli assimilati. Ne premio l'originalità sommata al valore intrinseco dell'album con un 95. Ottima la recensione, ma per provenienza musicale mia (ovvero Indie) giudico una validissima traccia pure "A Pocket Size Sun". Farebbe la sua porca figura in un cd dei primi Interpol
Rob Fleming
Lunedì 15 Febbraio 2016, 11.47.21
21
Che anno il 1994! Uscirono Promised Land, From the Cradle (il più bel disco di blues di tutti i tempi. Firmato Eric Clapton) e questo Wildhoney. L'ho consumato a furia di ascolti e ancora oggi quando lo metto su non mi pare vero per quanto sia bello. Do you dream of me? è indescrivibile per la bellezza delle atmosfere che sa creare e tutte le altre tracce non sono da meno. Ascolto dopo ascolto ci troviamo traghettati in un mondo lontano fatto di malinconia e serenità, tristezza e riflessione. 100
Alessandro
Sabato 5 Luglio 2014, 0.08.49
20
Mai smesso di ascoltarlo.i capolavori sono quei dischi che hanno un'atmosfera unica e solidamente continua da cima a fondo .produzione ottima dove l'effettistica elettronica risulta calda ed integrata in un periodo dove significava per altri riempitivo per fare colpo.uso delle voci unico, dimostrazione che l'europa da sempre ha una marcia in più nell'autenticare i generi diciamo "heavy" nella più larga accezione del termine.
Flavio
Giovedì 6 Marzo 2014, 15.40.46
19
Un disco che ha segnato la mia crescita musicale; a distanza di vent'anni ci scopro sempre qualcosa che mi affascina. Eterno. E per quel che mi riguarda...100.
el castigam�tt
Venerdì 22 Novembre 2013, 12.01.00
18
ottimo per prendere sonno quando hai mangiato pesante ...
Sambalzalzal
Mercoledì 26 Giugno 2013, 8.43.46
17
Sicuramente uno dei più grandi e originali albums mai scritti! Ricordo benissimo la prima volta che lo ascoltai e quando lo ascolto ancora oggi le sensazioni sono sempre le stesse. 95 per me!
Andy '71 vecchio
Mercoledì 26 Giugno 2013, 8.05.20
16
Disco meraviglioso,un capolavoro,melodie stupende,parti ipnotiche e ancestrali,influenzato soprattutto dai Pink Floyd,senza tempo!90 abbondantissimo!
satanasso
Mercoledì 26 Giugno 2013, 1.16.23
15
Capolavoro....non l'unico ad uscire in quegli anni e con queste sonorità, ma uno dei più epocali ed indiscutibili. Insieme al precedente Cluds l'apice raggiunto dai Tiamat.
Fero
Mercoledì 26 Giugno 2013, 0.56.56
14
Meraviglioso album. Imponente, maestoso, claustrofobico e Kaleidoscopico, ci si sente piccoli piccoli ad ascoltarlo e viverlo
Delirious Nomad
Lunedì 19 Novembre 2012, 21.56.04
13
Un capolavoro, emozione e ipnosi. Splendida la recensione. "I am the Visionare: follow me if you dare..."
Nordavind
Mercoledì 20 Giugno 2012, 21.15.03
12
Bellissima rece, pure per me questo disco è un piccolo capolavoro, sicuramente figura tra i miei 10 album preferiti. Voto: 100
The Nightcomer
Venerdì 2 Marzo 2012, 16.41.57
11
Bella recensione, che mi ha fatto rivivere quegli anni. Concordo con il commento n. 3 di Uno Qualsiasi: il nascente gothic (ai tempi nemmeno sapevo si chiamasse così) stava contribuendo a rivitalizzare la scena metal, grazie all'apporto di bands quali The Gathering, Paradise Lost, Moonspell, Therion, Tiamat e altre... Si trattava quasi sempre di brani semplici (come sottolinea giustamente il recensore), più che altro retti dall'intensità emotiva, che trovava diverse sostanze nutritive nel ricco substrato costituito dalle atmosfere, rese intensamente e con maestria in virtù di un'ispirazione a mio parere innegabile. Tralasciando l'acerbo debutto, conforme al tipico stile estremo nord europeo dell'epoca, la discografia dei Tiamat fino a "A deeper kind of slumber" secondo me è da avere. Ho potuto vederli anche dal vivo a Jesolo (VE), proprio all'epoca di "A deeper...".
freedom
Domenica 18 Settembre 2011, 15.26.07
10
Questo disco mi riempie di malinconia, non so perchè...cmq un album magnifico, immortale e (purtoppo) irripetibile.
Andrea
Sabato 14 Maggio 2011, 20.37.47
9
Uno dei dischi metal (ma poi, perchè limitarmi al metal... questo disco non è solo metal) più belli che conosca. Pura poesia...
enry
Sabato 1 Gennaio 2011, 8.35.40
8
Grandissimo disco, ma anche per me è stato l'ultimo. Il mio preferito cmq resta 'Clouds'. Bella rece, concordo anche sul voto.
luci di ferro
Venerdì 31 Dicembre 2010, 22.45.49
7
90 è troppo basso come voto a questo super, mega, eccelso, masterpiece, CAPOLAVORO ASSOLUTO, che è Tiamat - Wildhoney, il voto reale è 100 e lode. Con tutto il rispetto da parte mia per il recensore.
Franky1117
Venerdì 17 Settembre 2010, 21.19.27
6
disco molto particolare e raffinato (come in do you dream of me o pocket size sun),ma soprattutto molto molto bello
hm is the law
Giovedì 5 Marzo 2009, 11.26.40
5
Bellissimo disco da ascoltare sdraiati sul divano e con gli occhi chiusi: verrai trasportato in un'altra dimensione!
Khaine
Sabato 31 Gennaio 2009, 15.06.10
4
Commento con un certo (colpevole) ritardo: ci tengo a dire che Wildhoney è un disco che ritengo molto valido e credo che Stefano abbia centrato bene il disco parlando degli arrangiamenti, tanto che se togli quello ti rimangono si delle belle idee ma pochissima... vitalità! Paradossalmente i Tiamat riescono ad esprimersi molto meglio curando il loro materiale esistente piuttosto che creandone di nuovo, e questa è una caratteristica TIPICA delle band che amano la musica che poi vanno a suonare.
Uno qualsiasi
Mercoledì 14 Gennaio 2009, 20.18.47
3
Bravissimo il recensore ad aver riesumato questo discone! Per me sono altrettanto eccezionali e irripetibili "Clouds", "A Deeper kind of slumber" (meno diretto, più elettronico e difficile da sentire), "Prey" e "The astral sleep". Questo è come dovrebbe essere il gothic metal, per me, altro che le ca°°°te gothic attuali! I lavori gothic della century media degli anni 90 sono tutti dischi storici!
Raven
Martedì 13 Gennaio 2009, 12.55.02
2
Non li ho mai seguiti con attenzione, credo di essermi perso qualcosa.
Giasse
Domenica 11 Gennaio 2009, 23.39.39
1
E' un disco fantastico, ma è stato il mio ultimo Tiamat. Dopo Clouds speravo in un'intensificazione alla Celestial Season che invece non avvenne... dal mio punto di vista un peccato imperdonabile! D'altra parte ho il vinile originale e dunque un ascolto dopo la tua rece me lo concederò... pensando a questo miele selvatico, naturalmente.
INFORMAZIONI
1994
Century Media Records
Gothic
Tracklist
1. Wildhoney
2. Whatever That Hurts
3. The AR
4. 25th Floor
5. Gaia
6. Visionaire
7. Kaleidoscope
8. Do You Dream Of Me?
9. Planets
10. A Pocket Size Sun
Line Up
Johan Edlund - guitar, vocals
Johnny Hagel – bass
Lars Skjöld - session drums
Magnus Sahlgren - session lead guitar

Guest musicians:
Waldemar Sorychta – keyboards
Birgit Zacher - additional vocals
 
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