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Rush - Signals
( 10234 letture )
Mi trovo sempre più difficoltà, man mano che avanzo nell'opera di riempire il nostro database, a iniziare le recensioni dei dischi dei Rush. Un po' perché si tratta di un numero davvero incredibile, un po' perché non so davvero più cosa dire per introdurre il discorso: rimarcare la qualità media dei dischi del trio? Sottolineare come nessun album, pur tra alti e relativi bassi, sia mai stato da buttare? Calcare la mano sulla straordinaria capacità evolutiva della band che le permette di fare suoi elementi che in mano ad altri potrebbero essere deleteri ottenendo invece risultati eclatanti?

Tutto vero ma tutto già detto e ridetto. Eppure è così, anche per questo disco del 1982, con questa curiosissima copertina (e neanche mi stancherò mai di lodare il genio di Hugh Syme in merito a ciò), dal nome Signals.

Come tutti i dischi “ottantiani” della band, Signals è synths e tastiere, atmosfere piene e pompose, suoni caldi, corposi. L'apoteosi sta tutta nell'opener, tale splendida Subdivisions: il synth è potente e avvolge l'ascoltatore, la voce di Lee vaga tra acuti che 10 anni prima costituivano il 90% delle sue linee vocali (nel refrain la cosa è più evidente) e toni più melodici e delicati, che si rispecchiano nel bellissimo e profondo testo:

Sprawling on the fringes of the city
In geometric order
An insulated border
In between the bright lights
And the far unlit unknown

Growing up it all seems so one-sided
Opinions all provided
The future pre-decided
Detached and subdivided
In the mass production zone


È una lucida e toccante interpretazione del conformismo, dell'alienazione degli adolescenti (da brividi il verso But the suburbs have no charms to soothe / The restless dreams of youth), opera come sempre del geniale Peart, a cui si deve anche (di nuovo, è una novità? Eppure non posso esimermi dallo scriverlo) una prestazione tecnica di tutto rispetto: i suoi fill riempiono e vivacizzano il pezzo con una maestria rara, senza mai risultare fuori posto.

Analog Kid alza il tenore del disco, con un mood vivace e un ritmo cadenzato assolutamente irresistibile che culmina in uno stacco melodico dolce e malinconico, e infine in un assolo di pregevole fattura; un pezzo apparentemente semplice e non degno di nota, in realtà una canzone che una volta entrata in testa non ne esce più.
A questo punto potrei dilungarmi per ore in una dettagliata analisi track-by-track, ma stavolta più che mai sento di dovermi trattenere e di trattare il disco, una volta inquadrate le linee guida ravvisabili nelle canzoni già citate, nella sua completezza; ritengo infatti che questo sia tra i lavori della band uno dei pochi –forse l'unico– in cui le singole canzoni di grandissima fattura sono poche, ma in cui il totale va ben oltre la somma delle singole parti.

A fare da filo conduttore dell'intero lavoro è infatti l'attenzione della band alla creazione di un sound potente e avvolgente, basato su ritmi con vaghi accenni reggae (Digital Man come esempio più notevole, ma anche New World Man) che passano attraverso varie velocità con estrema disinvoltura, grazie ad una sezione ritmica che riduce leggermente i tecnicismi ma il cui songwriting rasenta più volte la perfezione.
Quello di Alex Lifeson è invece il migliore dei lavori dietro le quinte: la sua chitarra rimane a lungo un sottofondo per i possenti synth e per la voce di Lee, salvo poi concedersi strabilianti assoli, alcuni dei quali caratterizzati da atmosfere rarefatte che rimandano al sound di Grace Under Pressure (cito per esempio The Weapon).

Menzione particolare per Losing It, canzone lenta e malinconica, in cui i toni si ammorbidiscono e la linea vocale, decisamente addolcita, recita versi di un testo da brividi (Some are born to move the world / to live their fantasies / but most of us just dream about / the things we'd like to be); l'assolo è più che mai azzeccato e le laceranti ma quasi “dimesse” urla della chitarra di Lifeson sono in perfetta sintonia col mood del disco.

Ora che devo concludere la recensione, mi trovo nella stessa difficoltà di cui all'inizio di essa: come riassumere addirittura in un semplice voto numerico questo disco? Confidando nella comprensione di voi lettori –già più volte dimostrata– non mi resta da far altro che ribadire quanto sia poco significativo un semplice numero di fronte a un disco così particolare, che richiede, per essere compreso, precisi riferimenti al periodo di uscita, all'evoluzione stilistica della band, nonché numerosi ascolti che permettano di immergersi fino in fondo nel mood così pesantemente synth-oriented, magari non facile da digerire per gli affezionati al primo periodo della band.

Per tutti gli amanti delle curiosità: questo è l'ultimo disco a seguire un curioso schema iniziato con Hemispheres, rilasciato 4 anni dopo il primo disco e contenente 4 canzoni, seguito da Permanent Waves, posteriore di 6 anni al debutto e formato da 6 tracce, quindi da Moving Pictures, 7 pezzi per un album distante 7 anni dal primo, e infine da questo Signals, pubblicato a distanza di 8 anni da Rush.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
71.03 su 57 voti [ VOTA]
Luka2112
Sabato 10 Agosto 2019, 23.00.56
15
Altro disco di valore ile strutture dei brani si fanno apparentemente più lineari in realtà i Rush sono alla ricerca di un nuovo linguaggio musicale basato su sonorità differenti.Vale la pena di ricordare che questo è l’ ultimo album prodotto da Terry Brown,il quarto Rush dietro le quinte. Da qui in avanti sarà davvero un’altra storia.
thrasher
Sabato 25 Novembre 2017, 22.39.02
14
Signori che disco e chi non lo capisce mi dispiace molto per lui... capolavoro assoluto insieme al precedente... I rush una garanzia
jaw
Sabato 25 Novembre 2017, 20.03.55
13
Uno dei migliori,subdivisions incredibile, che poi in epoca analogica abbiano scritto digital man la dice sulla lungimiranza che solo ai piu grandi spetta.
Max
Lunedì 12 Settembre 2016, 8.09.34
12
La sola Subdivisions giustificherebbe l'acquisto!!!
Lorenzo
Domenica 11 Settembre 2016, 20.11.40
11
Il primo disco della svolta synth oriented, ma intriso di classe dalla prima all'ultima traccia. Qui non si tratta di essere di parte o meno, Signals nonostante dovesse raccogliere la mastodontica eredità di un disco seminale come Moving Pictures, non ha per niente risentito dell'ingombrante compito di successore del precedente album. Già dal primo brano, che poi diventerà un classico imprescindibile da lì in avanti, quella Subdivisions irresistibile e trascinante nota dopo nota, il disco scorre attraverso momenti hard rock e prog, con un retrogusto reggae che fa capolino in alcuni pezzi, miscelato con venature new wave e synth rock. Tra i pezzi top mettiamoci anche Chemistry, Digital Man, The Weapon (gustosissimo esperimento elettronico) poi ancora la finezza di Losing It, una power ballad irresistibile che alterna momenti lenti ad intermezzi energici e di grande intensità col magico violino elettrico di Ben Mink. Altro grandissimo highlight del platter, quella Countdown in omaggio allo shuttle Columbia, che abbraccia pienamente l'approccio tecnologico di cui il disco si fa portatore. The Analog Kid e New World Man non le ho omesse, ovviamente, anzi, tra le due azzardo che forse la seconda è un pelino inferiore alle altre come livello, ma rimane comunque un pezzo trascinante ed energico che non sfigura nel complesso. Un bel 90/100 penso che sia doveroso. GIOIELLO.
terzo menati
Venerdì 22 Luglio 2016, 22.49.46
10
Ma sol che non scherziamo
Pink Christ
Venerdì 22 Luglio 2016, 21.24.28
9
Io dopo Moving pictures non riesco più ad ascoltarli. Han variato su un genere che a me dice poco quindi son tutti mediocri ma nulla di che. I rush son altro
Argo
Venerdì 3 Giugno 2016, 17.59.38
8
Come voto metto 6, sufficiente. Abituato ai capolavori precendenti non sono ancora riuscito ad assimilarlo del tutto.
Rob Fleming
Sabato 6 Febbraio 2016, 21.07.32
7
La svolta elettronica parte da questi solchi. I Rush cambiano ancora ed ora danno la precedenza alle tastiere. La qualità è eccellente come sempre però per me si dovrà attendere Counterparts per gridare ancora al miracolo. Bellissime: Subdivisions, The Analog kid e New world man. Chemistry anticipa di dieci anni tutto il prog metal tastieristico dei '90. E The weapon sfida Alan Parson sul suo stesso terreno. 75
Osvaldo
Sabato 20 Settembre 2014, 10.57.57
6
Disco fantastico, secondo me tra i migliori dei rush, un 90 pieno se lo becca...
Steelminded
Martedì 3 Luglio 2012, 22.23.30
5
nè 87, nè 89!
luci di ferro
Giovedì 18 Agosto 2011, 21.05.21
4
RUSH maestri del progressive, non sbagliano un colpo e fanno di nuovo centro con questo bellissimo SIGNALS 'capolavoro'88/100. Non sono d'accordo con il voto del recensore troppo basso'senza fare polemica alcuna' SIGNALS merita 88 su 100 PUNTO E BASTA.
hm is the law
Lunedì 31 Gennaio 2011, 19.36.00
3
@ metal4ever: condivido in pieno! Voto 77
onofrio
Domenica 6 Giugno 2010, 13.03.25
2
Subdivisions BELLISSIMA.
metal4ever
Domenica 14 Febbraio 2010, 18.48.08
1
Album niente male ma molto al di sotto dei precedenti
INFORMAZIONI
1982
Mercury Records
Prog Rock
Tracklist
1. Subdivisions
2. The Analog Kid
3. Chemistry
4. Digital Man
5. The Weapon (Part II of Fear)
6. New World Man
7. Losing It
8. Countdown
Line Up
Geddy Lee - Vocals, Bass, Keyboards, Synths
Alex Lifeson - Acoustic & Electric Guitars
Neil Peart - Drums, Percussions
 
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