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Ahab - The Divinity Of Oceans
( 4611 letture )
Poniamo di non aver mai sentito nominare gli Ahab. Poniamo di non conoscere la serietà della Napalm Records, label sinonimo di qualità e rettezza commerciale. Poniamo di prendere alla lettera quel “nautik funeral doom” che spicca nel retrocopertina del promozionale di The Divinity Of Oceans. Poniamo di procedere -come fanno molti recensori- ad una rapida skippata nella tracklist senza dedicare il giusto tempo alla proposta artistica del quartetto di Monaco. Poniamo di essere anche così sfortunato da eludere le parti più eccessive dell’album.
Poniamo tutto ciò.
Che fare? Accantonare il CD criticando The Divinity Of Ocean per evidente mal-posizionamento? Stare su un voto intermedio così da non infastidire né l’extreme doomster, né il pubblico più moderato (né tantomeno la label che me lo ha fornito)?
Sarebbero soluzioni.

Ma la musica è un complesso organizzato di scienza, tecnica e caratteristiche stilistiche volte ai sentimenti, alla creazione di canovacci che toccano le corde dell’emotività, al condizionamento dell’umore e della psiche. Un lavoro di sostanza che riflette su ciò che una sostanza non ha: l’anima.
Ecco dunque che scorrere rapidi tra i brani di The Divinity Of Oceans, privandosi del vero significato di quest’opera mastodontica ed inscindibile, non avrebbe senso, così come non lo avrebbe fingere di non considerare funeral 7 tracce che sono di quanto più evocativo, tenebroso e sconsolante sia stato messo quest’anno sul mercato specializzato, nonostante molti stilemi base del contesto “rituale” siano stati scientemente trascurati. Gli Ahab nel loro verbo mischiano molte influenze, passando dal doom vigoroso di Novembers Doom e Mourning Beloveth, alle sperimentazioni melodiche dei recenti Funeral e Pantheist. Una matrice d’origine death è pure molto evidente e certa progenitrice di tutte le scelte morfologiche presenti (voce chiusa e potentissima, riffing monolitico, drumming minimale ma frequentemente addizionato dall’utilizzo della doppia cassa), anche se un forte orientamento verso la melodia è sempre ben ravvisabile nei quasi 70 minuti complessivi. Ciò, unito alla velocità media piuttosto bassa -che tocca estremi bradipici in Yet Another Raft Of The Medusa (Pollard's Weakness) e Gnawing Bones (Coffin's Lot)- ed all’utilizzo -in sostituzione del growling- di corali maschili che strizzano l’occhio alle timbriche dei ben noti Kostas Panagiotou e Frode Frosmo, fanno di The Divinity Of Oceans l’album che qualunque patito dei down-tempo vorrebbe avere tra le mani. Tra l’altro la grande creatività espressa in fase melodica aumenta a dismisura il gradimento che i soli spartiti ritmici attesterebbero in ogni caso ai massimi livelli: la chitarra solista disegna infatti con abilità e compiutezza i motivi trainanti, lasciando agli altri strumenti ed al cantato il compito di incattivire l’impasto. Le note proferite, mosse su armoniche che senza essere innovative si impegnano ad esulare dalla consuetudine, sono sempre elegantemente sconsolanti e figlie di quel metal triste, ma contemporaneamente epico, che la scena teutonica ha più volte dimostrato di saper conciliare. In questo disegno convivono dunque, antitetici come amore ed odio, lampi estatici in cui abbandonare il raziocinio e terrificanti fragori in cui riprendere contatto con la peggiore delle realtà terrene; ed è proprio il bilanciamento di questi contributi ad essere il vero punto-forza di The Divinity Of Ocean, album in cui citata dualità non pare mai forzata o indotta da ragionamenti mercantili.

Tracce come Yet Another Raft Of The Medusa (Pollard's Weakness), Redemption Lost e Gnawing Bones (Coffin's Lot) ricalcano strade già battute da Funeral, Ereb Altor e Grave Flowers lavorando per buona parte del runtime con il fioretto (single-notes accompagnata da bitonali ritmici) più che con la lama (riffing distorto predominante); l’abilità degli Ahab è poi quella di originare atmosfere evocative attraverso il cantato multi-vocale: l’idea che sta alla base di questa soluzione è quella di accompagnare ai momenti più ariosi una timbrica soffice ed impalpabile, un po’ sullo stile delle performance di Frode Frosmo in From These Wounds e As The Light Does The Shadow, tuttavia (e purtroppo) Drosde non ha né le capacità naturali, né la tecnica per assicurare un risultato paritario a quella del collega norvegese; consci di questo limite gli Ahab aggirano il problema modellando la linea vocale clean con l’unione di 2 cantati tra loro armonizzati ad effetto coro. Il risultato è da considerarsi superiore a qualunque aspettativa e pure coerente con quell’aurea mistica che i nostri vogliono conferire al platter.
Vi sono poi brani in cui l’apporto delle soluzioni sopradescritte (solo-guitarism e cantato pulito) è risicato o totalmente assente (The Divinity Of Oceans, O Father Sea); con questi esemplari la band dimostra come e quanto il proprio doom sia legato al true death metal dei primi anni ‘90: Tombstone Carousal è, ad esempio, un evidente ossequio alla corrente americana più raw (Morbid Angel di Blessed Are The Sick su tutti), sia per i chitarrismi zeppi di accenti tonici ed impuntate, sia per l’uso mitragliato della grancassa sui tempi medio-bassi, sia ancora per il posizionamento e la metrica dei vocalism in deep growling - supereffettati, in primissimo piano e dalla pronunziazione dilatata. Il foglio d’accompagno al promozionale parla di Carcass e Morbid Angel in slow-motion: devo ammettere, iperboli pubblicitarie a parte, che la descrizione possa effettivamente rendere l’idea delle partiture più fitte.
Quanto all’assenza di organi e keyboards (utilizzate di fatto per la sola fase di completamento armonico) sapete che vi dico? Non ne sento minimamente la mancanza: l’album è dichiaratamente e meravigliosamente chitarristico e così -solo così- va interpretato.

Un piccolo cenno alla parte extrasonora del CD, prima di passare alle dovute conclusioni.
The Divinity Of Oceans è il secondo episodio di una trilogia “mitologica” che ha come protagonista il mare: le argomentazioni di titoli e lyrics (e lo stesso moniker) si rifanno alle opere fantastiche di Herman Melville ed alla figura mitologica di dio Poseidon. Quando fu rilasciato il primo ed apprezzatissimo The Call Of The Wretched Sea mi interrogai sulle motivazioni del binomio mare-funeral doom (perché il debut poteva rientrare pienamente nel contesto), trovandone pochi punti di contatto. Oggi invece, dopo aver esaminato con attenzione il libretto di questo nuovo prodotto, trovo che la “forzatura” sia tanto bislacca quanto credibile: la narrazione delle chimeriche imprese degli eroi nautici si sposa perfettamente tanto con la natura maestosa dei molti passaggi melodici, quanto con quello spirito compatto che il platter possiede nelle sue sfumature più opprimenti e soffocanti. Bellissima anche la front-cover, che in totale assonanza tematica, ritrae un famoso dipinto di Théodore Géricault (Le Radeau De La Méduse).

Avrete dunque compreso che il disco in questione mi ha complessivamente soddisfatto, pur essendo lievemente meno smisurato del precedente, nonché piuttosto misero in fatto di sperimentazione (requisito che nel doom ritengo però fondamentalmente superfluo); in The Divinity Of Oceans mi piacciono le atmosfere -adattissime ad un un’oramai imminente oblio estivo-, mi appaga il contrasto prodotto dallo switch tra la voce cavernosa ed il canto elegiaco in corale -anche quando è distanziato da interi brani-, mi coinvolgono le tante malinconie chitarristiche di Hector -che avvelenano le budella fino corroderle- e trovo semplicemente superlativo il drumming di Althammer, ora morente in tutte le sue componenti, ora affaticato di braccia e spedito di pedale a tradire le proprie origini di brutal-deathster (Mortified) e blackster (Mystic Circle); ottima in tal senso anche la restituzione delle pelli, mai secca e sbilanciata in tutte le parti costituenti il drumkit.
In definitiva ritengo The Divinity Of Oceans un album dalla caratura tale da meritare l’interesse di tutti i maniaci dell’area doom: stante quanto appena espresso, dispongo che i miei fedeli adepti si fiondino immediatamente a prenotare un posto per questa colossale e dolorosa crociera sul cui vettore troverete, disteso in ascetica penitenza, anche il malcapitato recensore.

Dedicato a tutti coloro a cui il naufragar è dolce in questo mare…



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
49.23 su 34 voti [ VOTA]
Macca
Giovedì 4 Febbraio 2016, 0.22.12
10
Mi è piaciuto più del predecessore, sinceramente faccio parte di quelli (probabilmente pochi) che li preferiscono in vesti più varie rispetto all'extreme doom degli esordi. Questo inizia il percorso che sarà poi affinato con The Giant e TBOTGC. Molto bello, per me vale 79.
DaniAraya
Mercoledì 21 Dicembre 2011, 0.24.46
9
Recensione veramente completa! Disco molto ma molto bello, e personalmente aggiungerei 2 punticini e arrotenderei ad 80!
Doom
Lunedì 17 Gennaio 2011, 3.03.36
8
tra le poche realtà funeral che apprezzo oltre a Skepticism e Pantheist con Qualcosa dei Mournful Congregation il resto depressione fine a se stessa ottima recensione
enry
Mercoledì 24 Novembre 2010, 18.59.44
7
Molto bello, mi recupero anche il precedente.
Khaine
Martedì 6 Ottobre 2009, 11.22.02
6
@ Lijke: ma perchè, esiste un metro in base al quale misurare la lunghezza delle recensioni?
Lijke Rosen
Martedì 6 Ottobre 2009, 10.40.26
5
Album ottimo. Recensione decisamente troppo lunga...
Nikolas
Mercoledì 5 Agosto 2009, 17.03.09
4
E splendida copertina davvero, quel capolavoro de La Zattera Della Medusa. Ottima scelta che mi obbliga ad ascoltarlo!
Arakness
Lunedì 27 Luglio 2009, 17.45.18
3
...e solito grande album degli Ahab!
Raven
Lunedì 27 Luglio 2009, 13.06.39
2
e solita eccellente rece....
Pandemonium
Domenica 26 Luglio 2009, 21.40.46
1
Ascolterò immediatamente: da bravo montanaro devo saggiare anche le salte acque del mare di lacrime doomster...
INFORMAZIONI
2009
Napalm Records
Doom
Tracklist
1. Yet Another Raft Of The Medusa (Pollard's Weakness)
2. The Divinity Of Oceans
3. O Father Sea
4. Redemption Lost
5. Tombstone Carousal
6. Gnawing Bones (Coffin's Lot)
7. Nickerson's Theme
Line Up
Daniel Droste - Vocals, Guitar, Keyboards
Christian Hector - Guitar
Stephan Wandernoth - Bass
Cornelius Althammer - Drums
 
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