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Canis Dirus - A Somber WInd From A Distant Shore
( 1477 letture )
Ommadonna mia! Una band americana che suona come fosse norvegese e con un nome latino…
Il primo impatto è molto doloroso e come dice saggiamente il proverbio che recita non c’è mai una seconda occasione per fare una buona prima impressione, capirete perfettamente che l’argomento fantasia sia decisamente bandito da questo duo del Minnesota.
Per la cronaca il Canis Dirus è un mammifero carnivoro estinto, vissuto durante il Pleistocene fra i 200.000 ed i 10.000 anni fa (grazie caro Wikipedia!): un nome che non ha nulla a che vedere con la scena Black, ma suona bene, è latino e dunque può andare benone!

Finita l’anamnesi esterna mi armo di bisturi, seghetto ed occhiali per sviscerare questa strana creatura apparentemente così ibrida.
Il suono creato da questa band americana è spudoratamente legato al periodo aureo del conte Vikernes, ossia il periodo a cavallo tra Det som engang var e Hvis lysett tar oss, caratterizzato in particolar modo da un andamento down-tempos senza molte dinamiche di batteria ed un suono delle chitarre, che intessono giri chiusi ed ossessivi con molte parti arpeggiate, meno zanzaroso rispetto al conte. Una particolare menzione va al cantato, vero tratto distintivo del cosiddetto depressive black, caratterizzato da uno stile strizzapalle, urlatissimo e straziante, comune a molte ugole bianche, per certi versi vicino alle prime produzioni dei norvegesi Helheim.
A Somber wind from a Distant Shore si apre con una rilassante intro acustica per un minuto di grazia, lasciando poi spazio ai dodici minuti della title track (se non ricordo male anche Hvis Lysett tar oss iniziava con una brano lunghissimo, casualità?). Il brano inizia in maniera un po’ caotica, lasciando comparire tutte le evidenti carenze tecniche della band, carenze che nel procedere dei minuti passano tacitamente in secondo piano, lasciando campo alle atmosfere nordiche che questi corpulenti americani sono in grado di regalarci. Infatti, pur non inventando nulla di nuovo, i Canis Dirus sono in grado di dire la loro su un argomento abbondantemente abusato in ogni parte del mondo, proponendo interessanti melodie di chitarra ed anche qualche solos molto ben integrato.
Garden of Death è un brano che si distingue per un ottimo motivo portante, intramezzato da un solenne coro che spezza il brano a metà, per ripartire ancor più carico ed atmosferico di prima.
Le lyrics della bands, come vuole la tradizione (norvegese!), trattano del disprezzo per l’umanità che ciecamente continua la sua opera di distruzione della natura circostante, mentre l’intera grafica del disco raffigura paesaggi di boschi incontaminati nei quali regna una fitta nebbia.
Joyless and the self fulfilling prophecy è il brano più soft dell’album, all’interno del quale è presente un lungo stacco atmosferico, sul quale si staglia un angoscioso recitato senza nessuna concessione a clean vocals o altre frivolezze, mentre la conclusione, nonostante il brano sia molto lento ed atmosferico e dunque lontano da soluzioni violente ad aggressive, è affidata ad un solos davvero interessante.
In the season of the shadows, inizialmente disordinato e confusionario, è il classico brano di chiusura di un disco, caratterizzato da inserti fin adesso inediti come l’uso di texture sintetiche che rimangono relegate ad un ruolo secondario; nei 10 minuti abbondanti del brano compare anche un timido synth come tappeto sonoro, che repentinamente scompare nelle parti più tenui, per non apparire troppo invadente. Il disco si chiude definitivamente con un outro un po’ scialba ed anonima.

Data la pessima premessa, non speravo che potessi entusiasmarmi all’ascolto di questo album, eppure parzialmente ho dovuto ricredermi, riconoscendo ai Canis Dirus un’ottima propensione per certe sonorità ed una buona vena interpretativa (cosa che comunque li eleva a ottimi cloni e non a qualcosa di meglio). Purtroppo non posso, tra l’altro, glissare sulle doti tecniche della band, piuttosto limitate ed approssimative, che non mi permettono grosse concessioni ai fini del giudizio complessivo.
In ogni caso reputo questo A Somber wind from a Distant Shore un bel disco che ogni amante dei Burzum riuscirà ad apprezzare, infischiandosene dell’originalità, della tecnica e dei testi.
Pure raw black metal!



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
24.76 su 17 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2009
Moribund Records
Black
Tracklist
1. Choking and drowning…
2. A somber wind from a distant shore
3. Garden of death
4. Joyless and the self fulfilling prophecy
5. In the season of the shadows
6. …in deep waters
Line Up
TMP – all instruments
RH – vocals
 
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